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Residenzialità in Italia: dai dati ISTAT un alert?

È stato pubblicato il 13 gennaio 2026 il Report dell’ISTAT sulle Strutture Residenziali Socio-Assistenziali e Sociosanitarie- 1 gennaio 2024 (Report). Obiettivo di questo contributo è presentare i dati principali, cogliere gli andamenti e fare alcune riflessioni.

Dati

Al 1 gennaio 2024 “in Italia risultano attivi 12.987 presidi residenziali con un’offerta complessiva di circa 426mila posti letto, pari a 7,2 ogni 1.000 persone residenti (+4,4% rispetto all’anno precedente).”

Rispetto alla precedente rilevazione, al 1 gennaio 2023, la situazione è riportata in tabella.

1 gennaio 2024 01.01.2023 Differenza 2024-2023 Differenza In %
N. Presidi Residenziali 12.987 12.363 +624 +5,1%
Unità di Servizio 15.772 14.977 +795 +5,3%
Posti letto 425.780 407.957 +17.823 +4,4%
N. Ospiti 385.871 362.850 +23.021 +6.3%

“Nei presidi operano complessivamente quasi 395mila unità di personale: 355mila sono dipendenti retribuiti, circa 36mila volontari e quasi 4mila operatori del servizio civile” in incremento del 5,7% rispetto al 2023 quando “operavano nei presidi residenziali operavano 373.462 unità di personale, di cui 32.896 volontari e 3.756 operatori di servizio civile. “

Gli ospiti accolti sono 385.871, in aumento del 6,3% rispetto all’anno precedente. Con questo trend, in circa dieci anni si avrebbe il raddoppio dei posti.

Delle 15.772 unità di servizio attive, 9.407 erogano assistenza socio-sanitaria con quasi 334mila posti letto, pari al 78% del totale. Le restanti 6.365 unità offrono servizi di tipo socio-assistenziale con 91.960 posti letto (il 22% dei posti letto complessivi).

Interessante il confronto con la dotazione di letti ospedalieri: Italia nel 2023 erano presenti 179.372 posti letto, circa 20 mila in meno rispetto al 2013. Si tratta di 304 posti ogni 100 mila ab. contro una media UE di 511 (dati Eurostat).

Il targed di utenza prevalente è costituito da Anziani che in totale rappresentano il 74,2% (suddivisi in anziani non autosufficienti 62,4% e Anziani autosuff. 11,8%). Seguono le persone con Disabilità 6,8%; Psichiatria 4,9 %; Dipendenze Patologiche 2,7%; Disagio sociale (2,7%), Immigrati e stranieri 1,2%), e Violenza di genere (0,2%). Infine vi sono strutture Multiutenza (0,8%). I minori sono 5,6%.

Relativamente all’utenza, l’analisi degli ospiti delle unità di servizio socio-sanitarie evidenzia che accolgono soprattutto “anziani non autosufficienti, cui è destinato il 77% dei posti letto disponibili ma un ulteriore 15% è destinato agli anziani autosufficienti e alle persone con disabilità (in entrambi i casi poco più del 7% dei posti); il restante 8% è per gli adulti con patologie psichiatriche (5%), per le persone con dipendenze patologiche (2%) e per minori (1%)”.

Distribuzione territoriale

L’offerta è disomogenea sul territorio nazionale: nel Nord si contano 10 posti letto ogni 1.000 residenti, nel Centro 6 e nel Sud 3,4.

 “L’offerta residenziale sul territorio si differenzia fortemente rispetto alle categorie di utenti assistiti: nelle regioni del Nord prevalgono i servizi rivolti agli anziani non autosufficienti (72,0% nel Nord-Ovest e 75,0% nel Nord-Est), circa il doppio rispetto al Mezzogiorno. Al Sud, invece, si trova una percentuale più alta, rispetto alle altre ripartizioni, di posti letto dedicati agli anziani autosufficienti, alle persone con disabilità e agli immigrati.” In altri termini la dotazione residenziale non è distribuita in modo uniforme e vede anche un utilizzo differente nelle varie aree geografiche. 

Le dimensioni della strutture: nel Nord Est quelle con meno di 6 ospiti sono il 30% circa il doppio della media nazionale. Nel Nord-Ovest il 18% delle strutture dispone di un numero di posti compreso tra 46 e 80 e il 16,5% di oltre 80 posti. “Nel Mezzogiorno la maggioranza delle strutture ha una dimensione compresa tra 16 e 45 posti letto, rappresentando il 51,2% nel Sud e il 60,3% nelle Isole”. La Residenzialità contiene quindi strutture di dimensioni molto differenti che vanno da un’impostazione alloggiativa a quella istituzionale e ciò è rilevante al fine delle funzioni e della qualità. 

Anziani

Nel 2024 gli anziani (età superiore a 65 anni) ospiti delle strutture residenziali sono poco più di 291mila, rispetto ai 274 mila del 2023. Nel 2024 sono 20 per 1.000 anziani residenti rispetto ai 19 del 2023.

Gli anziani Non autosufficienti in Residenze nel 2024 sono quasi 239mila (82% degli anziani ospiti) rispetto a 223 mila del 2023 (81,3%). L’incremento, pari al 6,6%, è di circa 16mila persone. 

Gli anziani autosufficienti sono circa il 18% degli ospiti delle residenze, lievemente ridotti (-0,7%) rispetto al 2023. Si tratta comunque di un numero significativo di oltre 52mila persone autosufficienti che vivono in Residenze sociosanitarie.

La componente femminile rappresenta il 73%. Tra gli anziani ospitati nelle strutture residenziali il 77% ha superato gli 80 anni di età, quota che sale al 78% tra i non autosufficienti (per un totale di 186mila anziani ultraottantenni non autosufficienti). 

“Il tasso di ricovero tra gli over80 è pari a 49 ospiti per 1.000 residenti, scende a 12,3 per 1.000 nella classe 75-79 anni e si riduce drasticamente tra gli under75, tra i quali il tasso si riduce a 4,6 ricoverati per 1.000 residenti.” 

Quindi il targed prevalente è costituito da anziani di età superiore agli 80 anni, di sesso femminile, non autosufficienti.

La distribuzione territoriale vede nelle residenze del Nord-Est un tasso di ricovero che si attesta a 31 ospiti per 1.000 anziani residenti di almeno 65 anni (erano 29 nel 2023) e raggiunge valori massimi nelle Province Autonome di Trento e Bolzano/Bozen (rispettivamente 40 e 39).  Molto inferiori di dati delle regioni del Sud dove, su 1.000 anziani residenti, solo nove nel 2024 (erano 8 nel 2023) sono ospiti delle strutture residenziali; il valore minimo si registra in Campania, quattro ospiti per 1.000 anziani residenti nel 2024 ed erano 5 nel 2023. La media nazionale si attesta a 20 nel 2024 contro i 19 nel 2023.

Adulti

Al 1° gennaio 2024 sono circa 72mila (erano circa 70 mila nel 2023 con un aumento del 2,8%) gli adulti, tra i 18 e i 64 anni, ospiti dei presidi residenziali (poco più di due ogni 1.000 residenti nella stessa fascia d’età) e occupano il 18,7% dei posti residenziali.

Nel 2024 si confermano i dati relativi a classe d’età (più rappresentata è quella dei 45-64 anni, con oltre 41mila utenti, seguita dai 25-44 anni, che raggiungono quasi le 23mila unità.). La prevalenza è maschile: il 62% del totale, per un totale di 44mila ospiti (le donne sono quasi 28mila).

Tra i maschi la presenza di disabilità o di patologie psichiatriche riguarda il 67% degli ospiti e la presenza di dipendenze/alcolismo interessa circa il 16% dell’utenza di sesso maschile. Anche tra le donne la disabilità o le patologie psichiatriche costituiscono il disagio prevalente (75%), mentre nell’8% dei casi si tratta di gestanti o madri maggiorenni con figli a carico. Le donne vittime di violenza sono 667 (500 nel 2023) e rappresentano il 2% delle donne ospitate nei presidi.

Tra gli ospiti adulti accolti nei presidi quasi 10mila (il 14%) sono stranieri. La quota più alta di stranieri (31%) si trova nelle residenze del Nord-est, percentuale che si riduce gradualmente man mano che si scende verso il Mezzogiorno fino ad arrivare al 9% nelle Isole.

Anche per gli stranieri prevale la componente maschile (66%). Tra gli ospiti stranieri di sesso maschile, il 76% è composto da persone senza fissa dimora, nomadi, adulti con difficoltà socio-economiche o immigrati, il 15% presenta una disabilità o una patologia psichiatrica, il 6% ha problemi di dipendenza, il 2% risulta coinvolto in procedure penali.

Tra le donne straniere, il 42% è composto da senza fissa dimora, nomadi, adulte con difficoltà socio-economiche o immigrate, il 30% gestanti o madri maggiorenni con figli a carico, il 15% è in condizione di disabilità e il 9% è vittima di violenza di genere.

Quindi gli stranieri presentano in modo prevalente problematiche sociali, le donne hanno anche figli a carico o sono vittime di violenza. Pur presenti sembrano meno rilevanti i problemi di salute mentale, dipendenze e gli aspetti penali. 

A questo proposito, “le unità di tipo socio-assistenziale sono orientate principalmente all’accoglienza e alla tutela di persone con varie forme di disagio: il 41% dei posti letto è dedicato all’accoglienza abitativa e un ulteriore 41% alla funzione socio-educativa, che riguarda soprattutto i minori di 18 anni. Le unità che svolgono prevalentemente una funzione tutelare – volta a sostenere l’autonomia di anziani, adulti con disagio sociale e minori all’interno di contesti protetti – coprono il 12% dei posti letto e il restante 6% è dedicato all’accoglienza in emergenza.”

Minori

I minori complessivamente accolti nelle strutture residenziali, al 1° gennaio 2024 sono quasi 22mila (mentre al 1° gennaio 2023 erano poco più di 19mila) con un incremento del 15% e “rappresentano il 2 per 1.000 dell’intera popolazione minorenne in Italia; oltre 10mila (quasi la metà) sono minori stranieri.” I minori utilizzano il 5,6% della dotazione dei posti residenziali.

Le problematiche dei ragazzi ospitati sono di varia natura: familiare, sociale, solitudine (minori stranieri non accompagnati), giudiziari (circa mille minori), problemi di dipendenza (27%) o di salute mentale o con disabilità (16%).

I maschi sono il 61% e la percentuale aumenta tra i minori stranieri, raggiungendo il 72%.  Sono in prevalenza adolescenti (il 62% ha un’età compresa tra gli 11 e i 17 anni); è tuttavia significativa la presenza di bambini con meno di 11 anni (38%), più della metà ha meno di cinque anni (il 22% degli ospiti complessivi).

L’ambito dei minori vede un notevole turnover. Nel corso del 2023 sono stati dimessi oltre 13mila minori (nel 2022 erano 12mila): il 25% è rientrato presso la famiglia di origine e il 9% è stato dato in affido o adozione; complessivamente dunque i minori reinseriti in una famiglia sono stati circa 4.400 (il 34% dei dimessi).

Inoltre, poco più di 1.500 giovani (il 12% dei dimessi), avendo raggiunto la maggiore età, sono stati introdotti in percorsi di inserimento lavorativo e di vita indipendente.

Infine, più di 3mila minori (il 27% dei dimessi) sono stati trasferiti in altre strutture residenziali e “circa 1.800 (il 14%) si sono allontanati spontaneamente. Per il restante 13% non è stata specificata la tipologia di destinazione dopo la dimissione.”

Discussione

La Residenzialità in Italia sta aumentando in tutti gli ambiti seppure in misura diversa, nonostante diverse normative da alcuni anni stiano indicando linee volte alla deistituzionalizzazione, a fare della casa della persona il primo luogo di cura ove realizzare il progetto di Vita indipendente e autodeterminato.

L’ambito degli anziani è quello che vede il maggiore incremento assoluto (circa 17 mila posti). Fa riflettere come questo riguardi soprattutto le persone Non autosufficienti, più frequentemente con più di 80 anni e in prevalenza di sesso femminile. Sarebbe importante sapere le condizioni familiari, sociali ed economiche di queste persone. 

Poco meno di un quinto degli anziani ospiti delle Residenze è costituito da persone autosufficienti. Si tratta di oltre 50 mila persone che almeno teoricamente potrebbero trovare altre modalità e sedi per la realizzazione del loro progetto di Vita. 

Circa il 25% della residenzialità riguarda persone con meno di 65 anni per problematiche diverse. 

Per gli adulti la variazione rispetto al 2023 vede un aumento contenuto (+2,8%) e tuttavia ciò richiede molta attenzione per la complessità delle problematiche delle persone con disabilità, disturbi mentali e uso di sostanze.

Da approfondire la residenzialità “sociale” per disagi sociali, stranieri e senza fissa dimora, mamme con figli e donne vittime di violenza. La intersezionalità dei diversi problemi richiede risposte complesse e percorsi articolati, affinché la residenzialità non sia un terminale stabile ed emarginante, ma un passaggio in un percorso evolutivo che richiede la soluzione di problemi, anche amministrativi (per gli stranieri, documenti e permessi di soggiorno ad esempio). In questo quadro potrebbero essere previste anche le case per alternative alla detenzione.

L’ambito dei minori ha visto un incremento significativo (+15%) della Residenzialità e questo rappresenta un fattore critico specie se dovesse consolidarsi nell’ambito di una nuova istituzionalizzazione correzionale e contenitiva. I fattori che incidono sono diversi e complessi: familiari, educativi, sociali, giudiziari e sanitari.

Interessa soprattutto un’utenza maschile. L’ambito dei minori mostra un aspetto positivo dato dalla durata limitata della Residenzialità e un turnover notevole (13 mila dimissioni) con affidamenti familiari, rientri in famiglia ma anche di abbandono. Il sistema va sostenuto affinché possa agire in termini preventivi, affrontare le povertà (6 milioni di poveri assoluti, di cui 1,3 milioni di minori) economica, educativa e vitale.

La Residenzialità rischia di diventare il “contenitore” delle insufficienze, delle contraddizioni (impegni professionali, emancipazione e lavoro di cura che ancora ricade in gran parte sulle donne) e di un insieme di crisi. Per questo va ripensata, tenendo presente la situazione sociale, familiare ed economica ma anche il grande patrimonio umano (quasi 400 mila operatori), professionisti, volontariato e obiettori di coscienza, nonché le risorse strutturale ed economico impegnato nelle Residenze. Va ripensata a partire dalle persone che soffrono che sono la più grande risorsa che abbiamo e dalle loro famiglie per costruire risposte personalizzate, su misura, a partire dai bisogni.  

Se la Residenzialità porta ad una risposta standardizzata, costosa e neo-istituzionalizzante va visto da un lato come innovarla e inserirla nei percorsi e dall’altro come rispondere ai problemi derivanti dalla solitudine e dall’abbandono in una società sempre più anziana, individualista e con famiglie monocomponente o assai piccole in contesti impoveriti e desertificati.

Un fenomeno di grande rilevanza che interroga la politica e ciascuno di noi. Infatti come testimoniano i dati ISTAT riferiti al 2022, le persone non autosufficienti con indennità di accompagnamento erano 2.172.242 di cui 1.494.427 (circa 69%) di età superiore ai 65 anni e 31% di età inferiore ai 65 anni, di cui 11% minorenni. Di solito siamo portati a far coincidere non autosufficienza con l’età anziana, ma dobbiamo tenere conto che riguarda in modo significativo adulti e minori, tra l’altro con una buona aspettativa di vita. La loro condizione deve destare la massima attenzione se come emerge da un’indagine del Gruppo solidarietà della Regione Marche (2025) l’82% delle persone anziane non autosufficienti che necessitano di assistenza continuativa (beneficiari di Indennità di Accompagnamento) vive a casa; il 18% in residenze. Solo il 17% di chi vive a casa riceve una qualche forma di sostegno.

Le persone con disabilità che necessitano di assistenza continuativa (beneficiari di Indennità di Accompagnamento) vivono a casa nell’87%; il 13% in residenze (rivolte sia persone con disabilità che con disturbi mentali). Il 38% di chi vive a casa riceve qualche forma di sostegno pubblico. Le famiglie si arrangiano e si stimano in circa 2 milioni badanti, assistenti familiari ed altri lavoratori domestici. 

Conclusioni

I dati del Report ISTAT 2024 sulla Residenzialità costituiscono un alert per tutta la nostra società. Nonostante il Covid che aveva evidenziato molte criticità nelle Residenze, la commissione Paglia, le LG per la deistituzionalizzazione, il PNRR, il Budget di Salute per Progetti di Cura Complessi, il Budget di Cura per il progetto di Vita delle persone con disabilità continua l’aumento dei posti Residenziali in tutti gli ambiti. È un trend che rischia di peggiorare se non verranno attivati nuovi interventi sul territorio dove la situazione è molto difficile e a rischio di abbandono. Il report non riporta dati economici ma sarebbe molto importante capire come e da chi (quanto grava sulla famiglie?) vengono coperti i costi. Inoltre sarebbero utili ricerche in termini di qualità, processi ed esiti.

In termini assoluti la residenzialità aumenta in particolare negli anziani (non autosufficienti in primis). Questo richiede una ripensamento sulla dotazione di posti ospedalieri e sanitari territoriali (Ospedali di Comunità, Residenze Sanitarie) ma anche innovazioni e sperimentazioni su come strutturare l’assistenza e la cura nella prossimità, andando a casa delle persone, facendo le Case della Comunità presidi vivi, aperti in grado di sostenere le persone e le famiglie. I dati riportati dalle ricerche indicano una grande solitudine, abbandono delle famiglie in uno scenario dove invecchiamento della popolazione e le cronicità porteranno ad un aumento della multicomplessità, dei disturbi degenerativi, delle demenze e del decadimento funzionale plurideterminato (anche da disturbi mentali, dipendenze).

Ancora tarda il completamento delle Cure Primarie, l’acquisizione degli Infermieri di Famiglia e Comunità, una riforma dei Medici di Medicina Generale e dei Servizi sociali. Siamo ancora lontani nella costruzione di quel tessuto relazionale che connetta e sostenga. Anche la recente proposta di legge sul Care giver, del 12 gennaio 2026 pur rappresentando un primo segnale positivo appare del tutto insufficiente. Lo stesso quanto previsto per la non autosufficienza. È necessaria una programmazione della comunità, del territorio che tengano conto dei bisogni, a partire da alloggi, percorsi, verde… Vanno creati Servizi di Comunità e Prossimità che siano in grado di collegare i servizi del welfare con le case delle persone affinché possano  realizzare il loro progetto di Vita, favorire il co-housing, le portinerie, forme nuove di coesistenza e di valorizzazione degli esercizi di vicinato, la cultura, in un rinnovato Patto sociale e precise co-programmazioni e co-progettazioni locali con Uffici per i Progetti di Vita che siano di riferimento per le persone. Creare una comunità che accoglie, educante e curante.

 Questo riguarda tutti, comprese le persone con disabilità, disturbi mentali, dipendenze. Il fatto che la rete residenziale, in questo ambito, sia cresciuta in modo limitato, rispetto ad un aumento della domanda anche per motivi giudiziari, conseguente alla legge 81) sollecita una ricerca, per comprendere se stiano maturando pratiche virtuose e/o invece non stia aumentando l’arrangiarsi nell’isolamento fino all’abbandono. 

Anche in questi ambiti si coglie la solitudine dei care giver e l’insufficiente supporto nel dare senso e promuovere diritti. Una riflessione va fatta anche su come si impiegano le risorse, su modelli assistenziali paternalistici, alberghieri, poco emancipativi e non in grado di rispettare i diritti, tema al quale spesso nemmeno Amministratori e talora familiari sembrano sufficientemente sensibili. 

La via dei diritti, della partecipazione è fondamentale per il patto sociale e la creazione di welfare di comunità e l’aumento del c.d. capitale sociale di una società solidale che contrasti la privatizzazione della sofferenza, vedendone invece il valore pubblico.

Vi è una residenzialità sociale che riguarda donne con minori, vittime di violenza, senza fissa dimora, persone con problemi giudiziari che va inserita, tramite il riconoscimento dei diritti, in percorsi di senso, sicurezza e inclusione.  

Infine, un ambito sul quale le normative sembrano avere un impatto è quello dei minori e pertanto bisogna interrogarsi su efficacia dei decreti Caivano, sicurezza, nonché delle politiche migratorie e sulle droghe. Occorre il coraggio di riconoscere la cittadinanza, politiche di inclusione sociale, protagonismo e di responsabilità come ad esempio la maggiore età a 16 anni. Servono formazione, lavoro, attenzione all’ambiente, opportunità di accoglienza nel mondo adulto per abitare il futuro. In ogni Regione e Comune la residenzialità dovrebbe essere oggetto di un’analisi, quali-quantitativa, a partire dai bisogni e dalle risorse.

Un ripensamento della Residenzialità può portare a superare rigidità degli accreditamenti e delle logiche prestazionali puntando ad una sua qualificazione nei percorsi di cura e di vita e ad una sua evoluzione nel welfare di comunità. Formazione, sperimentazione e ricerca possono sostenere questi percorsi. Altrimenti, di questo passo, in una decina di anni, i posti raddoppieranno, sfiorando il milione e assorbendo così larga parte delle risorse (pubbliche e private).

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