Vaso di Pandora

Oltre i confini della clinica: la tDCS domestica e la nuova frontiera nella cura della depressione

L’8 dicembre 2025 rappresenta una data decisiva per la neurostimolazione clinica: la Food and Drugs Administration (FDA) ha concesso l’approvazione premarket (PMA) al dispositivo per la Stimolazione Transcranica a Corrente Continua (tDCS) di Flow Neuroscience per il trattamento del Disturbo Depressivo Maggiore da moderato a severo. 

Il loro motto è “Feel alive again”, sentiti di nuovo vivo e dopo “Have your best baby” di Nucleus sappiamo come il marketing sanitario di oltreoceano sia imperniato di roboanti aspettative.

In questo caso, come clinici abituati a mediare tra la biologia e l’esperienza soggettiva del paziente, ci troviamo di fronte a un cambiamento di paradigma: la possibilità, che ci piaccia o meno, di prescrivere una tecnologia di stimolazione cerebrale non invasiva da utilizzare interamente a domicilio. 

Un contesto storico in evoluzione

Fino ad oggi, la neurostimolazione per la depressione era confinata alle mura cliniche. 

La Stimolazione Magnetica Transcranica (rTMS), impone un carico logistico impegnativo: 36 sessioni in 6 settimane con spostamenti quotidiani spesso incompatibili con la vita dei pazienti. 

L’Elettroconvulsive Therapy (ECT) rimane uno strumento prezioso ma limitato dall’accesso ristretto e dalla necessità di anestesia. 

L’approvazione della tDCS domestica punta ad “abbattere” queste mura, offrendo un’opzione a chi non può, o non vuole, accedere alle terapie ambulatoriali, sperando magari in una soluzione più rapida e meno impegnativa.

L’anno scorso ad Amsterdam ho avuto l’occasione di pranzare con il Dr. Aaron Gani, imprenditore americano nel campo della salute digitale, il quale confermava chiaramente che l’intento degli U.S.A. è quello di implementare la cura a distanza per sopperire alla carenza di sanitari e agli ingenti costi assistenziali. Sappiamo tutti della precarietà di questi postulati, ma la direzione sembra tracciata e sta a noi interpretarla al meglio.

Come agisce la tDCS sulla biologia del cervello

Il meccanismo d’azione si basa sulla stimolazione transcranica a corrente continua (tDCS), una tecnica che eroga un flusso costante di corrente a bassa intensità (2 mA) per sessioni di 30 minuti.

Attraverso un montaggio prefrontale bilaterale, il caschetto posiziona l’anodo (l’elettrodo eccitatorio) sull’area F3, corrispondente alla corteccia prefrontale dorsolaterale (DLPFC) sinistra e il catodo sulla F4, la DLPFC destra. L’obiettivo è indurre cambiamenti mirati nell’eccitabilità corticale.

Mentre la ricerca neuroscientifica indica che la depressione è spesso legata a una ridotta attività nelle aree cerebrali che regolano l’umore, la tDCS lavora con i segnali elettrici naturali del cervello per stimolare delicatamente queste regioni ipoattive.

Non si tratta dunque di indurre una scarica forzata, ma di una modulazione che “sintonizza” l’attività neuronale, facilitando il ripristino dei circuiti deputati alla regolazione emotiva. 

I dati dietro l’approvazione FDA

L’approvazione si basa sul trial Empower, condotto in modalità completamente virtuale. Sebbene la differenza di punteggio nella scala Hamilton Depression Rating Scale (HDRS) tra gruppo attivo e sham sia stata modesta (~2 punti), i tassi di remissione (45%) e risposta (58%) sono stati solidi.

Dall’analisi dei dati di “real-world” forniti dal produttore su oltre 14.000 utenti, emerge un quadro ancora più dinamico:

  • Efficacia rapida: Il 77% degli utenti riporta un miglioramento clinico già entro le prime 3 settimane.
  • Trattamento a lungo termine: In caso di efficacia nelle prime 10 settimane, le linee guida suggeriscono di proseguire per almeno 6 mesi per prevenire le ricadute.
  • Sicurezza: Gli effetti collaterali rimangono limitati a sensazioni cutanee o arrossamenti transitori, confermando un profilo di tollerabilità superiore a molti antidepressivi.

L’esperienza d’uso: il ruolo dell’App

Un elemento ormai canonico è l’integrazione tecnologica. Il dispositivo non è un semplice “caschetto”, ma un sistema gestito tramite un’App (iOS/Android) che si connette via Bluetooth. Questo permette di:

  • Monitorare i sintomi: Il paziente traccia umore, sonno e concentrazione quotidianamente, implementando il rinforzo positivo.
  • Garantire la compliance: L’App guida l’utente nel posizionamento degli elettrodi (puntando alle aree F3/F4 per stimolare la corteccia prefrontale dorsolaterale) e gestisce il programma di stimolazione (5 sessioni a settimana per le prime 3 settimane, poi 3 a settimana).
  • Supervisione medica: Nonostante l’uso domestico, il sistema è pensato per mantenere il medico al centro della strategia terapeutica.

Un paradosso regolatorio: il paziente ideale

La FDA ha stabilito che la tDCS di Flow non debba essere usata in pazienti “considerati refrattari ai farmaci”. È un approccio insolito: mentre la rTMS è nata per la farmaco-resistenza, la tDCS viene posizionata come intervento di prima o seconda linea. Questo riflette evidenze secondo cui una minore resistenza al trattamento è associata a una maggiore efficacia della stimolazione.

Conclusioni

In attesa di vedere la tDCS sul campo anche in Italia, come psicoterapeuti, sappiamo che la biologia è solo una parte dell’equazione. 

La tDCS domestica non dovrebbe sostituire la parola o la molecola, ma affiancarle. 

Siamo di fronte a un “momento spartiacque”. La sfida per noi clinici sarà quella di conoscere e forse integrare questi strumenti nel percorso di cura, garantendo che la facilità di accesso domestico non svaluti la complessità della relazione terapeutica. 

Note Bibliografiche
1

Bikson M, et al. US FDA approves home-delivered tDCS for treating depression. Brain Stimulation 19 (2026) 103021. doi.org/10.1016/j.brs.2025.103021

2

Woodham RD, Selvaraj S, Lajmi N, Hobday H, Sheehan G, Ghazi-Noori AR, Lagerberg PJ, Rizvi M, Kwon SS, Orhii P, Maislin D, Hernandez L, Machado-Vieira R, Soares JC, Young AH, Fu CHY. Home-based transcranial direct current stimulation treatment for major depressive disorder: a fully remote phase 2 randomized sham-controlled trial. Nat Med. 2025 Jan;31(1):87-95. doi: 10.1038/s41591-024-03305-y. Epub 2024 Oct 21. PMID: 39433921; PMCID: PMC11750699.

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Commenti su "Oltre i confini della clinica: la tDCS domestica e la nuova frontiera nella cura della depressione"

  1. “Mentre la ricerca neuro-scientifica indica che la depressione è spesso legata a una ridotta attività nelle aree cerebrali che regolano l’umore, la tDCS lavora con i segnali elettrici naturali del cervello per stimolare delicatamente queste regioni ipo-attive.
    Non si tratta dunque di indurre una scarica forzata, ma di una modulazione che “sintonizza” l’attività neuronale, facilitando il ripristino dei circuiti deputati alla regolazione emotiva”
    .
    Per quello che io ho capito, queste sono le uniche frasi dell’articolo che ci spiegano che cosa è la depressione e come si fa a curarla.
    Non mi sembra di capire che l’Autore si ponga la questione del motivo da cui è dipeso che una persona sia divenuta depressa, Questo fatto non viene preso in esame.
    Quindi questo vuole dire che il fatto che determina la depressione sia la ridotta attività delle aree cerebrali che regolano l’umore. Il motivo per cui è avvenuto ciò non conta: infatti nessuno se lo chiede
    Si interviene per cambiare il ritmo delle onde cerebrali e il problema è risolto.
    Esattamente come funzionava l’elettroshock. Nei primi anni del mio lavoro (1980), incontrai una donna depressa al CSM. Ogni se otto mesi, doveva recarsi in clinica privata convenzionata a fare gli elettroshock e, quindi, veniva a chiede l’Impegnativa, cioè l’autorizzazione alla spesa di denaro pubblico.
    Era accompagnata dalla figlia e dal marito della figlia, un dipendente dell’ATAC, l’azienda degli autobus e dei tram romana. Cominciammo a parlare e concordammo che la paziente non sarebbe tornata in clinica a fare gli elettroshock, ma che dovevamo capire perché si era depressa prima di decidere qualsiasi cosa.
    Seguito a pensare, dopo più di quaranta anni che questo passaggio sia necessario e che un operatore si mette a cercare il motivo per cui il paziente è divenuto depresso, lo trovi e possa aiutare il paziente a trasformarsi da oggetto dell’intervento di uno psichiatra in soggetto della propria trasformazione.
    Si tratta di due strade diverse: a noi la scelta.
    Sicuramente la strada prospettata nell’articolo è più breve, più semplice, meno dolorosa e meno faticosa, sia per il paziente che per lo psichiatra-psicoterapeuta. La seconda è più impegnativa per tutti: richiede l’impegno di molte persone.per il tempo necessario a capire.
    La differenza è che nel primo caso. il disturbo si ripresenterà inalterato a distanza di pochi mesi.
    Nel secondo caso il paziente e i suoi familiari possono riuscire a capire e risolvere il problema che aveva fatto deprimere il paziente.

    Rispondi
  2. Dunque, secondo l’Autore, l’unica cosa importante è modificare “la ridotta attività delle onde cerebrali che regolano il tono dell’umore”, senza chiedersi il perché l’attività delle onde cerebrali si sia ridotta e, conseguentemente, trattando il paziente come una macchina da aggiustare e che, quindi, non parteciperà ai tentativi di guarigione.
    Io, viceversa, ritengo che capire il motivo del perché quella persona si sia depressa e, quindi, l’attività delle onde cerebrali si sia ridotta e coinvolgere il paziente e i suoi familiari nel processo di guarigione sia essenziale: Sempre che desideriamo che l’episodio depressivo non si ripeta.
    Nella prima ipotesi di trattamento, quella in cui non ci si pone la necessità né di provare a capire perché una persona, ad un certo punto della sua vita, stia male, né di coinvolgerlo nel processo di guarigione, ci sono molte più probabilità che l’episodio depressivo si ripeta.

    Rispondi
    • Gentile Professor Narracci,

      La ringrazio per l’attenzione che dedica sistematicamente ai miei contributi su questa testata. Tuttavia, il Suo commento mi impone una precisazione necessaria, non solo per amore di verità scientifica, ma per rispetto dell’architettura logica dei miei scritti e nei confronti della missione stessa de Il Vaso di Pandora.

      La rivista nasce come spazio di dialogo scientifico multidisciplinare; un dialogo che, per essere fecondo, richiede un’analisi testuale rigorosa e priva di pregiudizi ermeneutici. Sorprende constatare come, anche in questa occasione, la Sua analisi sembri arrestarsi alla superficie del titolo o di singoli frammenti, ignorandone le conclusioni in cui ribadisco esplicitamente che “la biologia è solo una parte dell’equazione”. Un’interpretazione che ometta le premesse e le conclusioni di un testo rischia, purtroppo, di svilirne il significato profondo.

      A tal proposito, desidero puntualizzare tre aspetti per me imprescindibili:

      1) Il Modello Bio-psico-sociale: La mia formazione e la mia pratica clinica si fondano sulla sintesi di questo modello, che non prevede una gerarchia tra mente e corpo, ma una loro costante interazione. La neurostimolazione non è una ‘scorciatoia’ per ignorare il ‘perché’ del malessere di una persona, ma un intervento che, modulando la biologia, può restituire al paziente quella stabilità cognitiva ed emotiva necessaria per farsi soggetto attivo della propria trasformazione psicoterapeutica. Senza una base biologica stabile, il lavoro sul ‘senso’ rischia di restare inaccessibile a chi è schiacciato dal peso di una depressione severa.

      2) Il Dovere dell’Informazione: Come medici, clinici e terapeuti, abbiamo il dovere deontologico di monitorare e riportare le evoluzioni tecnologiche e regolatorie (come l’approvazione FDA). Informare su una nuova frontiera terapeutica non è un atto di fede verso la tecnologia, ma un esercizio di onestà intellettuale verso una comunità scientifica che deve restare al passo con i tempi per offrire ai pazienti ogni opzione validata.

      3) La Distinzione tra Elettroshock e Neuromodulazione: Il paragone con la pratica elettroconvulsivante (ECT) degli anni ’80 è scientificamente improprio. Da un lato abbiamo una tecnica ‘sovra-soglia’ volta a indurre una crisi convulsiva controllata; dall’altro la tDCS opera una neuromodulazione sub-soglia che facilita o inibisce l’eccitabilità neuronale senza forzarla. Confondere questi due piani significa ignorare quarant’anni di ricerca in elettrofisiologia e neuroscienze cliniche.

      Trovo onestamente riduttivo, se non offensivo per la mia professionalità di psichiatra e psicoterapeuta, che si voglia leggere nel mio entusiasmo per l’innovazione una negazione della complessità umana. Il mio intento è informare e integrare, non sostituire.

      Spero che i futuri confronti possano vertere sulla totalità dei contenuti proposti, poiché solo attraverso una lettura integrale e una reale apertura al progresso si può onorare quel dialogo che Lei, ne sono certo, ha parimenti a cuore.

      Un cordiale saluto

      Davide Bianchi

      Rispondi
  3. Quello di far passare della corrente elettrica diretta o in forma magnetica-mediata tra i neuroni del cervello umano è, per così dire, un “ossessione” che attraversa la psichiatria italiana fin dagli anni trenta del 900 com’è noto. Anni catastrofici sotto l’aspetto etico e morale com’è altrettanto notorio.
    Io non entro nei tecnicismi o nell’efficacia o meno di certe terapie perché non sono un esperto del settore e poi si aprirebbe un discorso a parte che al momento vorrei tralasciare. E allora vorrei invece insistere sull’uso del linguaggio e sulle conseguenze che questo può avere nella pratica di vita quotidiana dei cittadini tutti soprattutto in veste di “pazienti”
    A questo proposito riflettevo che “terapia elettroconvulsivante” o TEC può essere un modo molto più elegante di nominare (e di elaborare, forse, anche) un metodo che ha rappresentato in passato un vero e proprio trauma collettivo e sulla cui efficacia terapeutica si discute ancora nel presente, mi pare. E tuttavia, a sentire molti esperti psichiatri e medici di varia estrazione persino la “TEC”, nonostante il trauma, oggi è considerata uno degli strumenti più potenti per alcune specifiche patologie. Addirittura si parla di salva vita in diversi casi. Non discuto!
    Le alternative moderne all’elettroshock (TEC) la “Stimolazione Magnetica Transcranica” (TMS) e quella citata nell’articolo “Stimolazione Transcranica a Corrente Continua” (tDCS) considerate tecniche più “gentili”, sembrano al profano, in effetti, terapie rivedute e corrette, ma qualcuno dice anche più efficaci, della TEC medesima. Ma se tanto mi da tanto perché non citare anche la “Stimolazione del Nervo Vago” (VNS) o la “Stimolazione Cerebrale Profonda” (DBS) di cui si dice anche un gran bene da più parti?
    Dov’è che voglio andare a parare? Dunque, secondo me quando si parla di temi sensibili come in questo caso di elettroshock e di altre terapie moderne più “gentili” (lo stesso discorso che valeva per l’utilizzo degli allucinogeni nella cura della depressione che lo stesso autore di oggi aveva proposto in un altro articolo) è d’obbligo, a mio parere, ancora una volta spostare l’attenzione sulla narrazione che si fa di certe materie e sugli effetti che l’autorità scientifica ha sulla percezione pubblica.
    Quando un esperto parla di salute mentale, e delle nuove stimolazioni magnetiche del cervello nel caso specifico, la sua responsabilità è doppia, secondo me, perché tocca la fragilità delle persone.
    Ecco l’utilizzo del linguaggio che dicevo: ad esempio oggi si parla di TEC e non più di “elettroshock” perché quest’ultimo termine crea subito un pregiudizio immediato risultato del terrore storico che questa pratica ha ingenerato nella collettività. E allora immagino che l’esperto di turno per non privare un paziente di una cura potenzialmente salvavita, a suo dire, maschera una parola spaventosa con una più cordiale come TMS, ad esempio. Diciamo, a voler essere benevoli, che il linguaggio in questo caso verrebbe utilizzato non per manipolare malignamente il consenso, ma per “aggirare” il pregiudizio verso una pratica potenzialmente ritenuta, a torto o a ragione salvavita, persino. Non discuto!
    Quello che vorrei discutere invece qui è l’asimmetria di potere: Il medico o lo scienziato appartengono a delle categorie che esercitano fatalmente un’ «autorità epistemica», si dice. Se un esperto minimizza gli effetti collaterali (come la perdita di memoria) o, al contrario, demonizza una tecnica efficace senza dati a disposizione, effettivamente sta rischiando in un senso o nell’altro di manipolare il consenso informato del paziente, che non ha gli strumenti tecnici, né teorici per obiettare alcunché.
    Quindi, è di fondamentale importanza non presentare certe alternative “moderne” (come la TMS o la tDCS) come “portentose” soltanto perché “meno invasive”. L’esperto deve saper comunicare i limiti, non solo i successi, per evitare di vendere false speranze. E non sto discutendo la bontà o no dell’articolo dell’autore perché non ho gli strumenti teorici proprio come cittadino per controbattere. Ne faccio unicamente una questione di comunicazione per quello che mi compete.
    Voglio dire che l’elettricità nel cervello è tutto sommato uno strumento abbastanza “neutro” di per sé, ma è la “cronaca” dell’esperto che lo trasforma, agli occhi del pubblico, in “tortura” o nell’ennesimo “prodigio”.
    Ora, io mi chiedo da cittadino e da potenziale paziente: – C’è oggi abbastanza trasparenza da parte dei medici e degli scienziati nel comunicare pregi e difetti, o il “camice bianco” e le logiche del mercato suscitano ancora troppo timore ai non addetti per permettere un vero confronto critico?
    Abbiate pazienza, ma non sono di quelli che chiedono inutilmente al macellaio se la carne è buona, ovviamente. Voglio dire che non gioco qui esattamente in casa per così dire. Le mie sono domande retoriche perché credo che il “camice bianco” eserciti inevitabilmente un peso psicologico enorme. E non potrebbe essere altrimenti quando ti confronti in un momento di bisogno con un ruolo da cui può dipendere la tua vita o il benessere fisico e mentale del tuo futuro. Ma non possiamo nasconderci che è proprio questa “asimmetria di potere” fatale che rischia ad ogni momento di creare un muro dove la trasparenza spesso scompare dietro il paternalismo medico o il linguaggio tecnicistico (cosa posso opporre io a “depolarizzazione neuronale” o “rimodellamento sinaptico” o “modulazione dei segnali elettrochimici del cervello”).
    In psichiatria, forse il settore della medicina investito di maggiori pregiudizi (e non senza qualche ragione visti i precedenti) questo tema (cioè quello della comunicazione) diventa ancora più delicato. Una persona fragile perché soffre di una sofferenza mentale è nella condizione di pretendere chiarezza, correttezza? Insomma, voglio dire che qui la responsabilità dell’esperto non è solo tecnica e teorica, ma prima di tutto etica: e l’etica qui prevede che si debba rendere il paziente davvero padrone di una scelta. Pura utopia da anime belle forse perché mi rendo conto io per primo dell’enormità di una simile impresa.
    Io insisto, e mi scuserete l’ossessione da bravi psichiatri, sull’idea che la psichiatria nello specifico non agisce sotto una campana di vetro, ma rimane uno specchio della società che la finanzia e la gestisce (la domina?). È forse una visione un po’ troppo pessimistica e parziale lo ammetto, ma tant’è.
    Oggi le alternative magnetiche all’elettroshock (TEC) non sono figlie di tempi totalitari (non completamente, almeno) che mirano al controllo poliziesco dell’individuo, ma di sicuro, temo, siano parenti strettissimi di una società che mira all’economia dei costi, all’iper-efficienza e che si fa preda dei miraggi delle soluzioni facili e veloci, ma chissà quanto durature, come accennato dal Prof. Narracci. Il rischio è che certe moderne tecniche elettromagnetiche vengano spesso presentate, anche involontriamente (ecco ad esempio la necessità di fare attenzione allo stile di scrittura…) come “soluzioni rapide” per tornare subito al lavoro e alle nostre routine quotidiane.
    Allora, voglio dire che la responsabilità dell’esperto non si riduce ovviamente soltanto all’utilizzo di una comunicazione corretta e trasparente, e non è solo verso la scienza, ma oserei dire che ancora più importante è per la donna e l’uomo di potere la loro capacità di resistere alle pressioni sociali, istituzionali, politiche, economiche, modaiole, del momento presente.
    In questo quadro apparentemente apocalittico, la “responsabilità della comunicazione” diventa ancora più cruciale: l’esperto deve ergersi a “filtro” etico tra gli interessi economici, le mode del momento, i falsi miti e il benessere reale della persona. Ma vi chiedo: voi medici, per quello che vi compete, ritenete di avere la forza (o la volontà) di opporvi alle pressioni del sistema? O tutto sommato vi sentite perfettamente integrati tanto da non soffrire di alcuna contraddizione interna?
    Pensiamoci, perché in fondo il paziente è un po’ come il telespettatore della tv: prende quello che gli danno. E questa forse rappresenta la massima asimmetria di potere possibile: chi soffre non è in una posizione di negoziazione, ma di necessità. Il paziente “prende quello che passa il convento” perché la malattia toglie le forze per ribellarsi o per cercare alternative più complesse. È qui che la responsabilità dell’esperto diventa sacra, quasi. Il problema non è solo tecnico o economico, o meramente comunicativo, ma morale ed etico ancora.
    Io auguro al dott Bianchi psichiatra e psicoterapeuta in quanto “uomo di potere” che esercita una “professione di potere”, che agisce da una “status di autorità” , di sentire la “scomodità” della propria posizione. Perché è dalla percezione della “scomodità” (dal disagio provocato dalla propria posizione) che nasce la “posizione etica”.
    Concludo con un appunto spero benevolo. Proprio nell’ottica di una comunicazione efficace e trasparente ho giudicato l’immagine che introduce l’articolo molto discutibile. Vedere questa donna con l’espressione giuliva del volto e le braccia alzate verso il cielo in segno di gioia e liberazione e redenzione persino (dalla malattia immagino e grazie verosimilmente alla Corrente Continua (tDCS) mi ha urtato non poco. Mi è sembrata quell’immagine tipica di certa pubblicità che vuole sponsorizzare un prodotto commerciale qualunque. È una foto che sembra palesemente schierata a favore di una tesi. Quella foto è un preconcetto di per sé, secondo me. Per fortuna l’articolo sembra meno allineato, ma attenzione a quello che arriva al cittadino comune. Saluti. E mi scuso per la lungaggine, ma la materia è complessa con tutta evidenza.

    Rispondi
    • Gentile Marco,

      La ringrazio per le sue riflessioni, che portano il dibattito su un piano di profondità e di etica clinica davvero necessario. È raro trovare interlocutori così attenti alla dimensione del linguaggio e alla responsabilità che noi medici portiamo ogni volta che proponiamo un nuovo orizzonte di cura.

      ​Parto da una considerazione che mi trova concorde, ovvero la scelta dell’immagine che accompagna l’articolo. È vero che quell’estetica così carica di euforia può apparire sensazionalistica e poco affine alla delicatezza dei temi trattati. Come spesso accade nei contesti editoriali, la scelta iconografica non ricade direttamente sull’autore, e pur comprendendo la buona fede di chi ha cercato di dare un segnale di speranza, ammetto che un assetto visivo più sobrio e pacato avrebbe meglio rispecchiato lo spirito del mio scritto.

      Entrando nel merito delle sue osservazioni, Lei solleva un punto cruciale sull’autorità epistemica del medico. È una sfida che accolgo con estrema serietà. Tuttavia, sento il dovere di sottolineare un aspetto che può frenare il progresso della salute mentale nel nostro Paese. Noto una certa resistenza culturale verso l’innovazione tecnologica, un sospetto che talvolta rischia di trasformarsi in una sorta di immobilismo. Mentre all’estero la ricerca scientifica avanza spedita per offrire nuove possibilità a chi soffre, in Italia tendiamo a fare le pulci a ogni progresso, col rischio di privare i pazienti di strumenti validi in nome di vecchi retaggi.

      ​Prendiamo ad esempio la TMS (Stimolazione Magnetica Transcranica). Non la considero affatto un ripiego o una versione edulcorata di pratiche del passato. È una tecnica dalla dignità scientifica assoluta, preziosa nel trattamento delle dipendenze e delle depressioni resistenti ai farmaci. Se i costi e la logistica fossero più accessibili, sarebbe un presidio che utilizzerei quotidianamente nella mia pratica clinica proprio per l’efficacia concreta che dimostra sul campo.

      Accetto volentieri il suo invito ad abitare la “scomodità” del mio ruolo. Esercitare la psichiatria e la psicoterapia oggi significa proprio questo: non sottrarsi mai alla responsabilità etica di essere un filtro critico tra le spinte del mercato e il benessere reale della persona. Il mio obiettivo non è quello di proporre soluzioni rapide per assecondare la società dell’efficienza, ma quello di integrare la cassetta degli attrezzi clinici con strumenti che possano, talvolta, rendere possibile quel lavoro sulla soggettività che altrimenti resterebbe bloccato dalla gravità della patologia.

      Dialoghi come questo confermano il valore profondo di una rivista come Il Vaso di Pandora, dove il confronto tra clinica e pensiero critico resta il miglior antidoto a ogni forma di paternalismo.

      Un cordiale saluto,

      Davide Bianchi

      Rispondi
    • Grazie mille per il tuo appunto sulla scelta iconografica, come redazione accogliamo il tuo spunto di riflessione e abbiamo deciso di modificare la foto di copertina di conseguenza.

      Rispondi
      • Ringrazio voi per lo spazio che concedete al confronto anche a chi non è del mestiere, ma che ha comunque una gran voglia di capirci qualcosa di questo mondo. Un mondo che alla fin fine riguarda tutti e non soltanto immagino gli addetti ai lavori. Ok,… Saluti.

        Rispondi
  4. Mi pare fin troppo ovvio che il paziente non è tenuto ad acquisire le competenze mediche e tecniche per diventare un esperto di tecnologia o di medicina e non potrebbe nemmeno farlo. Come nei restanti campi dell’ esistere la persona che necessita di “cura” dovrà contare su dei mediatori degni di fiducia, Credo che la grande sfida per la “persona-paziente” e per l’esperto sia paradossalmente identica e cioè quella di evitare la deumanizzazione attraverso l’ <> e proprio per evitare di “sfociare nell’ immobilismo” che non giova ad alcuno. La resistenza culturale non è qualcosa che va trattata come una semplice espressione di oscurantismo. Gli strumenti di difesa del “paziente” parte debole per eccellenza della diade terapeutica quali sono alla fine, allora? Ancora una volta non resta che affidarsi alla buona informazione, temo Non c’è scampo. Al paziente anche la responsabilità di saper distinguere tra le diverse proposte di cura quella che è più utile per lei/lui. E molti auguri…

    Rispondi
    • Gentile Marco,

      concordo pienamente: la sfida è identica per entrambi ed è, in ultima analisi, una sfida di umanità.

      Lei tocca il punto centrale: se la tecnologia diventa un muro, abbiamo fallito; se invece la tecnologia diventa un ponte per restituire alla persona la forza di tornare a relazionarsi, allora abbiamo assolto al nostro compito. La ‘buona informazione’ di cui Lei parla è l’unica moneta con cui noi medici possiamo onorare la fiducia che ci viene concessa.

      Proprio perché il paziente è la parte più fragile, la nostra responsabilità nel mediare tra il progresso e la persona diventa, come diceva Lei, quasi sacra. Accetto i Suoi auguri e li ricambio a chiunque, medico o paziente, si trovi oggi a navigare in queste acque così complesse, cercando di non smarrire mai la propria bussola etica.

      Un cordiale saluto,

      Davide Bianchi

      Rispondi
  5. Scusate per qualche motivo è saltato il rigo virgolettato che suonava così evitare la deumanizzazione attraverso “l’ integrazione della resistenza culturale e dell’innovazione tecnologica” e proprio per evitare l’ immobilismo…
    Soltanto per la chiarezza

    Rispondi
  6. Questo tipo di trattamento deve essere guidato dalla capacità di valutare la priorità dell’intervento stesso, investendo nella formazione del terapeuta. Si tratta di un intervento che pone l’attenzione su una sfida terapeutica nei casi resistenti e che non deve essere penalizzato, ma sostenuto.
    Come strumento, non è sufficiente integrarlo: è necessario anche favorirne lo sviluppo, mettendo a disposizione maggiori risorse, anche economiche, come nel caso dell’app che facilita l’applicazione delle scosse elettriche, senza però fare promesse irrealistiche.

    Rispondi
    • Gentile Prof.,

      le Sue parole hanno per me un valore che va ben oltre il commento: rappresentano una bussola clinica ed etica. Ritrovare nella Sua riflessione l’equilibrio esatto tra apertura all’innovazione e rigore deontologico, sostenere senza illudere, investire senza promettere, è la sintesi più lucida della postura che ogni clinico dovrebbe assumere di fronte alle nuove frontiere terapeutiche.

      Il Suo richiamo alla centralità della formazione del terapeuta tocca un nervo scoperto del dibattito contemporaneo. Ogni strumento, per quanto sofisticato, resta muto senza mani capaci di guidarlo e senza una mente clinica che ne calibri l’indicazione. È un principio che Lei ha incarnato nella costruzione stessa del nostro Gruppo e che oggi diventa più attuale che mai: la tecnologia non sostituisce il giudizio clinico, lo presuppone.

      Accolgo con particolare gratitudine il Suo invito a non penalizzare questa linea di ricerca, ma a sostenerla con risorse concrete. È un messaggio coraggioso, che dimostra ancora una volta come la Sua visione sia sempre rivolta al futuro senza mai perdere di vista la prudenza che la scienza esige.

      Grazie, Prof., per continuare a indicarci la direzione: quella in cui il progresso non tradisce mai la complessità della persona.

      Un caro saluto,
      Davide

      Rispondi

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24 Febbraio 2023

Oltre la tempesta - di Niccolò Pizzorno

L’opera “oltre la tempesta” narra, tramite il medium del fumetto, dell’attività omonima organizzata tra le venticinque strutture dell’ l’intero raggruppamento, durante il periodo del lock down dovuto alla pandemia provocata dal virus Covid 19.

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14 Settembre 2022

Lo dico a modo mio - di Niccolò Pizzorno

Breve storia basata su un paziente inserito presso la struttura "Villa Perla" (Residenza per Disabili, Ge). Vengono prese in analisi le strategie di comunicazione che l'ospite mette in atto nei confronti degli operatori.