Cosa accomuna un quarantenne che vive ogni giorno come una fotocopia di quello precedente, una giovane ragazza trans troppo timorosa per prendersi la totale responsabilità della propria condizione, una signora dai modi gentili con un marito in coma e un eccentrico miliardario plusdotato ma con difficoltà relazionali? A prima vista nulla, eppure è proprio questo strano quartetto a essere il centro degli avvenimenti della serie TV Netflix “Dispatches from Elsewhere” (ovvero Messaggi dall’Altrove).
Rispondendo a una serie di annunci bizzarri, come un corso di comunicazione con i delfini o l’invito a una presentazione di un macchinario che registra i ricordi su disco fisso, i nostri quattro ordinari eroi si ritroveranno catapultati in una surreale avventura alla ricerca di Clara, brillante ragazza prodigio scomparsa e ricercata da due organizzazioni — l’Istituto Jejune e la Elsewhere Society — apparentemente in guerra tra loro ed entrambe interessate al suo potere, ovvero la capacità di diffondere quella che viene definita “la divina Nonchalance”.
Una serie sul cambiamento e sullo sguardo
Basato su una storia vera, ovvero un esperimento sociologico avvenuto in America all’inizio degli anni 2000, Dispatches from Elsewhere parla di cambiamento e della necessità di vedere le stesse cose che osserviamo ogni giorno con occhi diversi. Durante il corso della loro avventura, i protagonisti si ritroveranno a girare per la città in cui sono sempre vissuti, ma che stavolta offre loro la possibilità di trovare indizi o oggetti per proseguire il cammino, mimetizzati nei luoghi che frequentavano senza neanche quasi farci caso. All’inizio è la serie stessa — e il narratore, che è poi anche il leader di una delle fazioni — a invitarci a pensare che ognuno dei protagonisti potrebbe essere uno di noi, e ha ragione, in quanto si tratta di persone assolutamente comuni, senza alcuna caratteristica particolare e anzi frenate da insicurezze e da modi rigidi di vivere la realtà, in balia dei propri schemi mentali.
Il disincanto del mondo contemporaneo
A mio avviso, oltre al buon ritmo, la serie è interessante perché veicola un concetto che ritengo fondamentale, ovvero quello del reincantamento del mondo.
Nella società odierna abbiamo perso, secondo Carl Gustav Jung, quello scudo di protezione offerto dai miti e dalle leggende, per non parlare delle idee religiose, che sono state relativizzate e banalizzate quando non direttamente smentite – come ricordavo in un precedente articolo – dai nuovi paradigmi in vigore. Sebbene questo, in alcuni casi, fosse assolutamente necessario, ciò che non è avvenuto è stata l’evoluzione e la sostituzione dei concetti precedenti con altri nuovi. Questo ha lasciato l’essere umano in balia di un’angoscia esistenziale che non trova risposte, o quantomeno non ne trova di convincenti.
Irvin D. Yalom dice che probabilmente tutte le psicopatologie possono essere ricondotte alla paura che l’uomo ha della morte, mentre alcuni studi relativi alla Terror Management Theory asseriscono che l’umanità crea la cultura soltanto per proteggere sè stessa dall’angoscia di morire. Non so se me la sento di abbracciare completamente questa posizione troppo radicale, mi viene piuttosto in mente Max Weber che, quando parla del disincanto del mondo, mette proprio in risalto non tanto la paura di morire — un tempo tamponata dal significato spirituale attribuito a tale fenomeno — quanto il modo in cui l’eccessiva amministrazione, spiegazione e previsione abbiano inciso sulla capacità di immaginare il mondo al di là di ciò che percepiamo.
La ricerca dell’Anima e il “mondo dietro il mondo”
Nella serie, i protagonisti, girando per la città sulla base di alcuni indizi, possono tranquillamente imbattersi in uno yeti, in un negozio di stranissimi souvenir oppure in una casa con delle scritte sul muro che raccontano una storia, per poi tornare improvvisamente alla loro vita quotidiana fatta di ufficio, relazioni amicali e problemi ordinari. Pian piano, la possibilità di interagire con quel mondo fantastico cambierà anche il mondo reale: la ricerca di Clara è, in definitiva, una ricerca dell’Anima, ovvero di quella parte psichica che tramuta i fatti in esperienze, e che poi vedremo essere il tema centrale di questo strano gioco (non posso essere più preciso senza fare spoiler).
Vedere questa serie mi ha riportato alla memoria uno dei miei romanzi preferiti, American Gods di Neil Gaiman, dove il protagonista si imbatte in una guerra tra i vecchi dèi e quelli nuovi — ovvero la televisione, internet, gli smartphone e tutto ciò che è stato generato recentemente — ed è costretto a prendere parte a questo conflitto entrando in un mondo sovrapposto a quello che conosceva, ma che conserva ancora le regole di quello antico. La teoria che esista un “mondo sul mondo” è alla base anche di alcune antiche religioni, come lo shintoismo giapponese, per il quale la realtà dei kami, ovvero di tutto ciò che è sacro, compresi gli antenati morti, semplicemente si sovrappone a quella in cui viviamo.
Mindfulness, immaginazione e reincantamento
Cosa fare allora per accedere a questo “mondo dietro il mondo”? Chi si occupa di mindfulness, ad esempio, sostiene che come primo passo sia molto importante portare l’attenzione al momento presente: come nel film “il fantastico mondo di Amelie”, la magia è infatti dietro ogni angolo, persino nelle foto gettate a terra – che potrebbero essere di un fantasma – o in dei nanetti da giardino, che magari viaggiano il mondo a nostra insaputa.
Tutto ciò può essere accessibile a parte che ci si soffermi sul momento presente, escludendo il rumore di fondo dei pensieri che spesso ci portano molto lontano da noi stessi. Thich Nath, uno dei principali esperti di mindfulness, diceva che quando si lavano i piatti bisogna lavare i piatti, e non pensare a cosa cucineremo dopo. Poter scoprire che sapore ha davvero il caffè che stiamo bevendo può darci l’opportunità di “reincantarlo”, scoprendolo una seconda volta, perché la fantasia non è fuga dalla realtà, ma costruzione di storie che partono dalla realtà autentica per poi arrivare in posti lontanissimi, pieni di simboli prodotti dall’Inconscio.
Nel chiudere quindi questa riflessione alla ricerca dell’anima dietro la scorza prevedibile e razionale del mondo, mi piace inserire un ricordo d’infanzia in cui anche una semplice passeggiata insieme a mio nonno diventava l’occasione per trasformare una casa cantoniera in un covo di briganti, una torre diroccata in un castello e una semplice stradina di campagna in un bosco abitato da chissà quali creature.
Insomma, ad esempio, da grandi sappiamo tutti che Babbo Natale non esiste, però pensare che in realtà esista psichicamente rende tutto più bello: quando ci accorgiamo che Babbo Natale siamo sempre stati noi, che non c’è un vecchietto simpatico e un po’ sovrappeso al Polo Nord ma che egli risiede nel nostro mondo interiore ed è lui che ci indica quali doni comprare per i nostri cari, questa “divina Nonchalance” ci fa davvero bene.



