Vaso di Pandora

La teoria del campo psicoanalitico e l’immensità nell’indicibile

C’è un luogo invisibile che nasce ogni volta che due persone si incontrano davvero. Non è solo spazio e tempo condiviso ma un campo vivo, fatto di emozioni, pensieri, silenzi e risonanze. È lì che la mente si rivela come un processo dinamico, di natura relazionale, che prende forma solo nell’incontro con l’Altro.

Da questa intuizione prende vita la teoria del campo psicoanalitico, una prospettiva che trasforma il modo di guardare la mente e la relazione terapeutica. Non più un terapeuta che ascolta e accoglie un paziente che parla, ma due presenze che, nell’incontro, co-creano un mondo emotivo comune. È in quel mondo, fragile e potente, che il Sé può rinascere.

L’idea affonda le radici nella fisica, dove il campo descrive forze che si influenzano a distanza. Trasferita in psicoanalisi, questa immagine diventa una metafora dell’incontro umano: un’energia invisibile che collega due soggettività e le trasforma.

Da Wilfred Bion ai coniugi Baranger

Wilfred Bion intuì che la mente si forma nella relazione e che le sedute sono un processo di trasformazione in cui il terapeuta “contenitore”, come una madre, accoglie e trasforma le emozioni grezze del paziente restituendole pensabili.

I coniugi Baranger ampliano questa visione introducendo l’idea del campo bipersonale come realtà condivisa che nasce dall’incontro tra due soggettività. Questo ha aperto la strada ad una visione della mente non più come entità isolata ma come processo relazionale, in cui la nostra soggettività prende forma dal riflesso di ciò che incontriamo nel mondo e negli occhi degli altri: la mente non è più solo dentro di noi ma nasce tra noi.

Oggi le neuroscienze confermano ciò che la clinica aveva intuito. Le ricerche sui neuroni specchio e sulla sincronizzazione cerebrale mostrano che, durante un’interazione empatica, i cervelli di due persone entrano effettivamente in risonanza biologica. Si attivano le stesse aree cerebrali, si sincronizzano i ritmi neuronali, creandosi un linguaggio silenzioso fatto di battiti, respiro, sguardi oltre che memorie, intenzioni, stati affettivi e mentali.

Il cervello è in grado di rimodellarsi e cambiare

Lo straordinario sta nel fatto che il cervello non è rigido ma plastico quindi in grado di rimodellarsi e cambiare: la relazione cura perché trasforma il cervello. Nelle prime relazioni madre-bambino, il campo analitico prende forma attraverso la sintonizzazione affettiva: un gioco di sguardi, sorrisi, pause, micro-espressioni e gesti in cui il bambino costruisce l’immagine di Sé attraverso lo sguardo del caregiver. Ogni passo verso la formazione dell’identità è mediato dalle necessarie rotture e riparazioni con quest’ultimo. Allo stesso modo, nella relazione terapeutica, la coppia analista-paziente ripete e rinnova questa danza, riattivando antichi legami, ferite, desideri, e in questo spazio di reciprocità si aprono possibilità di rinascita.

Ogni incontro terapeutico si muove dentro uno spazio co-creato, un campo che nasce dall’intreccio di due soggettività e che non appartiene più né all’uno né all’altro ma si emancipa. È qui che la trasformazione diventa possibile: ciò che era frammentato può trovare continuità, l’angoscia informe può essere contenuta e lentamente pensata.

Questo terzo spazio diventa la culla del cambiamento, un luogo dove l’incontro genera nuove forme psichiche e nuove possibilità di esistere senza il timore del Sé di perdersi nell’Altro o di esserne distrutto. Questo spazio sicuro permette alla mente di rigenerarsi: frammenti di Sé si riuniscono, il caos si organizza e il vuoto trova confini abitabili.

L’alchimia psichica di Gaetano Benedetti

Gaetano Benedetti ha descritto con profondità quest’alchimia psichica, mostrando come nella terapia con pazienti psicotici emergano figure interiori, i “personaggi”: frammenti del Sé che chiedono di essere riconosciuti. Quando l’analista li accoglie, nasce un dialogo simbolico che restituisce vita e significato. Il terapeuta non resta spettatore: scende nell’abisso del paziente, attraversa con lui il vuoto, e proprio lì, nel nulla condiviso, qualcosa comincia a vivere.

Da questo incontro può germogliare il “soggetto transizionale”, una nuova realtà condivisa, ponte tra esterno ed interno, dove prende forma la possibilità di esistere. Un esempio concreto è il disegno speculare catatimico, ideato da Benedetti e Maurizio Peciccia. Nel dialogo grafico progressivo tra paziente e terapeuta, le immagini diventano parole che non hanno bisogno di voce.

Nel percorso di Anna, una paziente schizofrenica, immagini nate dal dolore, trasformate insieme al terapeuta, hanno trovato colore, forma e senso. Lì dove prima c’era solo buio, è comparso uno sguardo nuovo, capace di incontrare e riconoscere l’Altro.

La teoria del campo psicoanalitico ci ricorda che nessuno si costruisce da solo, perché ogni incontro autentico tra due persone, apre uno spazio invisibile ma reale, occasione di crescita, arricchimento e trasformazione reciproca: il Sé nell’Altro troverà e riconoscerà sempre qualcosa di sé che prima non sapeva di possedere. 

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Commenti su "La teoria del campo psicoanalitico e l’immensità nell’indicibile"

  1. Uno dei passaggi interessanti di questo discorso è il riferimento al campo psicanalitico come campo transazionale, campo bipersonale , mondo emotivo comune
    L’A. osserva che ciò richiama il concetto presente nella fisica, di forze che si influenzano a distanza. E’ immediato pensare che si riferisca all’entanglement delle fisica quantistica, la coesistenza di elementi fondamentalmente uguali, sicchè la misurazione di uno vale anche per l’altro senza che vi si riconosca un legame dai causalità. Val la pena di ricordare la classica, e forse non invecchiata, critica di Hume al concetto di causalità, che egli tendeva a ridurre a ciò che solo è verificabile: una ripetuta associazione nel tempo di due elementi, che rifiutava di definire rispettivamente come causa ed effetto.
    In psicologia teorica, un concetto in cui si può rilevare qualcosa di analogo all’entanglement è quello junghiano di archetipo: modello che riappare a distanza di spazio e di tempo in realtà solo apparentemente differenti. Già Jung e il fisico Pauli avevano tentato su questo terreno un incontro fra le rispettive discipline. Si rinnova oggi il loro classico incontro, in cui il concetto di probabilità può diventare un utile passpartout.
    Un altro punto di incontro è il concetto, classico quanto discusso, di libertà. estensibile al campo della fisica quando si riconosce l’impossibilità di definire in anticipo il percorso di una particella, attribuendole in qualche modo una possibilità di “scegliere”.
    Naturalmente la scienza classica – ricordiamo in particolare il capo medico – ha fatto ampiamente riferimento a concetti probabilistici, padri di quello strumento fondamentale che è la statistica: ma lo hanno fatto in mancanza di meglio, nell’impossibilità di accedere alla verità “vera”, fatta di quella precisione matematica, galileiana, che è propria della madre di tutte le scienze, la fisica. Per contro, nella fisica quantistica la probabilità sostituisce la verità assoluta proprio in questa madre delle scienze, e ciò cambia le regole del gioco.
    La rinuncia a ricercare anche in campo fisico una rigida causalità e una totale dimostrabilità tende a ridurre il classico iato fra scienze umane e scienze naturali. Lo stesso vale per il principio di non contraddizione, quando si attribuisce alla luce una struttura sia corpuscolare che ondulatoria.
    Freud si è sempre augurata una siffatta unificazione, ma come affermazione del modello scientifico classico anche in campo psicologico; “dove era l’Es dovrà esserci l’Io”. Oggi le prospettiva è un po’ diversa. Si è giunti a parlare di una c.d. psicologia quantistica, tesa a mostrare che la realtà è più fluida e interconnessa di quanto sembri.
    Si aprono prospettive nuove, affascinanti e forse inquietanti. Un rischio minore ma già concretatosi è che esse divengano un passpartout per qualunque proposizione indimostrata e indimostrabile.

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