Roma. Febbraio.
Un gruppo di amici adulti e due bambine.
Le bambine per la prima volta in visita nella Capitale: il mistero irriducibile del primo sguardo; il rimando a un vedere unico e irripetibile, di cui un tempo abbiamo partecipato anche noi, ma di cui non sembriamo conservare traccia.
Involontaria ironia, in un luogo di sbaragliante concentrazione di tracce.
Loro, un foglio bianco, in un luogo che è un eccesso di scrittura.
“Monetina e voilà, c’è chi torna e chi va”
Roma non è una città, è un palinsesto di ontologie sovrapposte. Ogni epoca ha depositato non solo edifici, ma modi di essere del mondo.
Le rovine della Roma imperiale non sono resti. Sono forme che hanno cessato di servire e hanno iniziato a significare.
I Fori, il Colosseo, le colonne superstiti non mostrano più la potenza; mostrano le vestigia estetiche della potenza dopo il tramonto della sua attualità mondana.
Il Rinascimento e il Barocco – le grandi famiglie, le facciate, le cupole – non hanno cancellato l’antico: lo hanno reinscritto, inglobato.
La Roma cristiana e curiale non ha distrutto l’impero: lo ha convertito in simbolo. Le Mura leonine non difendono più: delimitano un’immagine del sacro.
Per chi vi torna, Roma è un appuntamento con la persistenza (illusoria? il dubbio nichilistico è sempre in agguato). È il caso di noi adulti.
Per le bambine è un impatto inedito con una scala della realtà che il quotidiano non prevede.
Un soggiorno, pur breve – paradossale nello stesso momento in cui si propone in una città Eterna –, non è mai semplice fruizione di architetture e strade. È esposizione a una densità che stordisce.
Chi vi giunge per la prima volta attraversa superfici; gli altri attraversano stratificazioni. Le due esperienze coincidono solo in apparenza.
Code e liturgie
Ma tra stupore e storia si frappone un diaframma di attese infinite e schermi retroilluminati.
Il soggiorno si snoda da subito in lunghe code. Ratio cartesiano-morale dell’attesa: aspetto, dunque merito la visione.
Al Pantheon, al colonnato del Bernini, presso l’ingresso dei Fori Imperiali. Finanche davanti ai ristoranti. Varia umanità si compatta in una forma di stasi forzata.
Qui il tempo non è più cronologico, ma topografico, misurato in metri e transenne, in itinerari indirizzati da Google maps.
L’attesa non annuncia soltanto la visione: prepara la registrazione. Il monumento è anticipato come immagine possibile, destinata a circolare. Non si vede per poi fotografare: l’esperienza è piuttosto orientata dalla sua imminente riproduzione.
La presenza corporea tende a essere duplicata in presenza iconica. Ciò che non entra nel flusso testimoniale rischia di apparire come se non fosse mai stato. La memoria non è più affidata alla rievocazione incarnata, ma alla rappresentazione finemente digitalizzata.
Le opere che s’incontrano, sovrascritte alle visioni contemporanee, vengono riassorbite in una simultaneità continua. La densità diventa iperattività. ADHD di massa.
La FOMO (fear of missing out) non è solo psicologia individuale, ma effetto di questa ontologia del presente. “Sono stato qui” diventa tout court forma privilegiata del “sono”.
Si sente sempre più spesso parlare, in altalena tra sincero allarme e catastrofismo svagato da conversazione in tassì, di overtourism.
Il cosiddetto “turismo di massa” si colloca, tuttavia, in uno spazio già simbolizzato. Le code non sono semplicemente manifestazione di una logistica problematica e di una corsa a inondare la memoria dello smartphone e i social di immagini à la page.
Sono liturgie secolarizzate: l’attesa è il prezzo di un’epifania commissionata.
L’esserci conta quanto il vedere; il vedere quanto il curiosare. Sguardo intellettuale, palpitazione autentica di fronte al Sublime e al Bello, iper-attuale terrore di essere esclusi da ciò che conta: tutto s’intreccia e si confonde.
L’ansia della testimonianza – fotografare, condividere, provare di esserci stati – non è solo narcisismo in salsa postmoderna. È il tentativo di strappare un frammento di durata dentro una temporalità che, nella visione diffusa, di smisurato ha solo la sua petizione di revocabilità.
Interrogazioni consapevoli e inconsapevoli
Il turismo globale è una forma impoverita, ma reale, di pellegrinaggio. Non presuppone fede teologica, ma un’interrogazione implicita: se esista qualcosa che meriti di essere visto perché ha resistito al tempo onnivoro.
Ci si muove verso ciò che è rimasto. Anche quando lo si consuma in modo distratto, lo si riconosce come eccedenza rispetto al presente. Un presente spesso vissuto con un’adesione “maniforme”, ma percepito profondamente come esiliato dall’eden dell’imperituro.
Dal Grand Tour aristocratico del XVIII e XIX secolo agli attuali aeroporti e alle stazioni ferroviarie brulicanti, dalle carrozze ai taxi da impetrare come un bene raro, la differenza è di esclusività sociale e di raffinazione cultural-estetica, oltre che di velocità. Ma non strutturale.
Ci si reca alle vestigia del tempo passato per mettere in tensione la propria finitudine. Che lo si sappia o meno.
Le rovine mostrano che il frammento dura più delle vite e in questo scarto nasce la domanda.
L’immagine foscoliana del vecchio Omero che vagola tra le tombe degli achei ne Dei Sepolcri, accarezzandole e cercando di udirne i racconti e i lamenti – una spoon river antecedente a ogni spoon river –, non è poi così distante dalla folla dei Fori. Anche qui uomini interrogano uomini che li hanno preceduti.
Cambia il grado di coscienza e di astrazione: Omero interroga per cantare proprio il permanere di ciò che appare mortale; il turista interroga confondendosi nella “metafisica della presenza”. Eppure il gesto è affine: il sostare davanti a una pietra, il leggere un nome, sembrano tentare una connessione sub specie aeternitatis, dopo essersene sentiti definitivamente cacciati.
Forse dobbiamo distinguere il turista (che consuma) e il viandante (che interroga). Ma la divisione non è binaria: il turista è un viandante addormentato, che compie gesti arcaici (il pellegrinaggio) senza più possedere la cifra per interpretarli.
Piazza di Spagna, 26
La dinamica della frettolosità e del consumo sembra trovare una luminosa e dolorosa sospensione nella visita alla Keats-Shelley House, in Piazza di Spagna.
Una stanza, pochi oggetti, la percezione che in quello spazio è arsa una vita breve e febbricitante (non solo di morbo, ma di poesia e disperata bellezza).
Qui il turismo si fa quasi silenzioso. Perlomeno sussurrante, come un riverente sostare su una soglia. Non si osservano solo cose; si avverte una fragilità concentrata. La poesia romantica, che aveva cercato l’assoluto nell’intensità dell’istante, è custodita in reliquie laiche: ciocche di capelli e altri reperti, come da prassi vittoriana del lutto e della memoria tangibile.
Sulla lapide di quel suo fuggevole ed eterno inquilino, John Keats, nel Cimitero Acattolico, al Testaccio, è inciso: “Here lies one whose name was writ in water”.
Le ultime volontà dello “young english poet”, affidate agli amici Joseph Severn e Charles Armitage Brown, erano state di una sepoltura senza nome. Uno il cui nome fu scritto sull’acqua: dichiarazione di fugacità, di auspicio di evanescenza di ogni traccia.
E tuttavia la frase è incisa nella pietra: l’acqua è diventata marmo; l’auto-cancellazione simbolica del nome è smentita dalla durezza lapidea dei segni grafici.
L’effimero, nominato, si sottrae alla dissoluzione.
Una lastra marmorea commemorativa, con medaglione in rilievo raffigurante il poeta, murata poco più in là, risponde a quell’enigma e a quella professione di umiltà.
Porta scolpito l’acrostico K.E.A.T.S., composto di versi in lingua inglese attribuiti a Sir Vincent Eyre, ufficiale britannico e filantropo che ne promosse la realizzazione, mezzo secolo dopo la morte del poeta.
I primi due versi recitano: “Se il tuo caro nome fu scritto sull’acqua,
ogni goccia è caduta dal volto di chi ti piange.”
Ancora poco distante, la tomba di Percy Bysshe Shelley ha inciso un frammento shakespeariano: “Nothing of him that doth fade, / But doth suffer a sea-change / Into something rich and strange”. Nulla sfiorisce; tutto subisce una metamorfosi marina, “ricca e strana”.
Pure qui: acqua, passaggio. Il mare in cui Shelley naufragò, a largo di Viareggio, solo pochi anni dopo la morte di Keats, non lo cancellò; oltraggiò il suo cadavere, ma, come la pira funeraria che allestirono i suoi amici sulla spiaggia, lasciò intatto il suo cuore, che fu poi conservato dalla vedova Mary fino al momento della propria dipartita.
La morte non annulla.
Dell’acqua e della pietra
Il turismo, certo anche in questi luoghi, può restare consumo rapido. E quasi sempre assume queste sembianze. Può però anche diventare, per un istante, esercizio elementare di metafisica.
I bambini leggono una frase, forse non ne comprendono la portata, ma, se vedono gli adulti fermarsi e tacere davanti a un nome, registrano quel cambio di postura. In quell’atto è trasmesso non un contenuto dottrinale, ma un rapporto con il tempo.
La folla che si accalca ai Fori, la fiumana in processione verso la Basilica di San Pietro, quella, più sparuta, che entra nella casa di Piazza di Spagna, condividono una medesima tensione: cercare nel passato, nel resto minuto o nella maestosità vertiginosa, un contrappeso alla sensazione di essere sospesi tra nulla e nulla. Se tutto appare fluire tra rive di inanità, la pietra, la rovina, l’epigrafe, l’opera secolare pressoché intatta, diventano ancoraggi. Non garantiscono salvezza. Offrono durata.
Il turismo è degradazione quando il passato diventa semplice superficie riflettente; è gesto arcaico quando espone, anche senza piena consapevolezza, allo sguardo del mortale oltre di sé.
Accarezzare rovine mostra che ciò che è stato grande è caduto e tuttavia permane, che ciò che connette i vivi ai morti non è l’identità di specie, ma la destinazione a un tacere che continua misteriosamente a risuonare.
Nel marmo che proclama la scrittura sull’acqua, nel verso petroso che promette una metamorfosi marina, s’incontrano momento ed eterno.
L’andare di oggi può certo apparire un’ombra impallidita dell’antico andare omerico tra gli avelli. Può però anche aprirsi come varco: il caduco, quando viene nominato e inscritto, entra in un ordine che oltrepassa ogni spaventata, mendicante singolarità.
È allora che il turista torna a farsi viandante.
Roma, d’altronde, è una città che non permette di scomparire. È il punto di rugiada dove l’acqua si fa marmo.
Persino il nulla, a Roma, viene scolpito nel travertino.
In partenza per Fiumicino, piove.
“Asfalto lucido. Arrivederci Roma”.



