Vaso di Pandora

La dittatura di Crono

Mi sono, di recente, imbattuto per caso in un articolo de Il Foglio, risalente ai giorni immediatamente successivi alla morte improvvisa di George Michael, avvenuta nel giorno di Natale del 2016. 

L’articolo, che ripercorreva i lutti ravvicinati di diverse icone pop fino a quell’ultimo evento, situato nello scorcio finale dell’anno, era scritto in tono pure accorato; e tuttavia, sotto la patina emotiva, lasciava emergere una postura concettuale che mi è parsa rivelatrice di un tratto profondo del nostro rapporto con il tempo, con il passato e con ciò che chiamiamo – spesso senza più pensarci – “realtà”.

Citando alla lettera uno dei passaggi che mi sono parsi più significativi:

Era il Novecento, ragazzi. Se nei primi 16 anni del millennio successivo ci siamo occupati di chiuderlo negli scatoloni, ora va portato in soffitta.

Poi ciascuno, nel segreto della sua cameretta, potrà continuare ad adorare i propri idoli. Ciascuno potrà ballare ‘I Want Your Sex’ davanti allo specchio. Suonando l’assolo con l’air guitar. Ma è una questione privata. Esporci in lutto permanente perché un’altra popstar se n’è andata è anacronistico e un po’ ridicolo. Non rispetta con la dovuta saggezza il fatto che, semplicemente, così vanno le cose.”

L’ontologia della scadenza

Queste frasi – prese nel loro insieme – non sono semplicemente un commento culturale o generazionale. Sono la messa in scena discorsiva di un assetto ontologico sottostante, largamente interiorizzato, che può essere formulato così: la visione diffusa e implicita è che il tempo, letteralmente, consumi l’essere. Quindi che l’essere sia una dépendance del tempo, piuttosto che il contrario. 

Non si deve essere infatti filosofi per assumerla in modo antepredicativo, e proprio per questo tanto più profondamente.

È per tale implicazione che si tende a conferire un primato ontologico, e quindi valoriale, al presente e che si trattano le cose “passate” come superate, nel senso radicale di una loro degradazione (oggi si direbbe downgrading) ontologica. 

Ed è per questo, infine, che si usa sovente un tono moralistico quando si invita ad “aggiornarsi”.

Il trapassare e la legittimazione 

Le parole sopra riportate intercettano una struttura di pensiero già operante prima ancora di diventare discorso riflesso: una micro-metafisica quotidiana in cui il tempo non è più semplicemente la numerazione del cammino dell’ente secondo un prima e un poi, di aristotelica memoria, ma l’istanza che decide se qualcosa abbia ancora diritto di essere, di contare, di pesare simbolicamente.

Il tempo, in questa visione, non è cornice ma agente. Non è ciò in cui le cose accadono, ma ciò che fa accadere la loro legittimazione o la loro espulsione. È una forza che consuma, che logora, che “supera” (e nullifica).

L’essere, di conseguenza, non è ciò che permane, l’orizzonte assoluto e intrascendibile di tutto ciò che è, bensì ciò che è continuamente esposto al giudizio del tempo. 

Il tempo è il sovrano e l’essere è il suddito. Ciò che resiste è “attuale”; ciò che non resiste è “superato”.

Da qui il primato ontologico del presente. Non solo il presente è ciò che si dà fenomenicamente, ma diventa il criterio stesso di realtà: è reale ciò che è attuale, è valido ciò che è sincronico, è legittimo ciò che è aggiornato

Heidegger avrebbe detto che l’essere coincide con l’essere-semplicemente-presente. 

Lo sfratto del passato e la privatizzazione del mito 

È esattamente ciò che avviene nel lessico dell’articolo. 

Il passato non è più una dimensione dell’essere, ma un residuo: qualcosa che può sopravvivere solo come archivio, come nostalgia privata, come oggetto di un culto infantile.

Il Novecento “va portato in soffitta”: non interpretato, non compreso, non attraversato, ma stoccato come un ingombro. 

Il passato è trattato come un materiale che occupa spazio simbolico e che va sgomberato per fare posto al presente. 

La metafora non è storica, è logistica. Non parla di senso, parla di gestione.

La conseguenza è la privatizzazione della relazione al passato. “Nel segreto della sua cameretta” ciascuno potrà continuare ad adorare i propri idoli. Ma solo lì e finché il tempo non divorerà pure lui. 

Il passato può sopravvivere come feticcio affettivo, come gioco nostalgico privato. Non come dimensione pubblica del senso. 

Il lutto – che è per definizione un’operazione simbolica condivisa – viene degradato a vezzo individuale, a attaccamento infantile, a ritardo nello sviluppo.

La morale dell’oblio e dell’aggiornamento 

Qui interviene il linguaggio dell’“anacronistico” e del “ridicolo”. 

Il lutto non è giudicato falso, è semplicemente fuori tempo. E siccome il tempo è il criterio sovrano, essere fuori tempo equivale a essere fuori luogo, fuori mondo, fuori realtà. Risuona qualcosa della attualissima – e dunque, per questo paradigma, massimamente valevole di attenzione – FOMO (Fear of Missing Out). 

“Ridicolo” non è una categoria logica, è una categoria di esclusione ontologico-morale mascherata da ironia: non confuta, squalifica.

La saggezza, in questo contesto, è ridotta a una rassegnazione di ordine elevato verso l’obsolescenza. L’invito ad “aggiornarsi” diventa un imperativo etico: chi non dimentica in fretta, chi non smaltisce i propri lutti al ritmo del feed di un social network, è difettoso, un mellifluo ribelle alla marcia del progresso. 

Infine, la clausola terminale: “così vanno le cose”. È la naturalizzazione completa dell’assetto ontologico vigente. Non un argomento, ma una chiusura. Non una spiegazione, ma una resa. 

Il pensiero viene sostituito dalla sincronizzazione imperativa.

Conclusione

Tutto questo giustifica, credo, l’espressione: dittatura di Crono

Il Titano Krónos, divinità pre-olimpica, padre di Zeus, che divora i suoi figli, diventa il modello implicito del reale. E noi, suoi figli, impariamo a collaborare alla nostra stessa digestione: a smaltire il passato, a ridicolizzare il lutto, a chiamare “saggezza” ciò che è in realtà solo adeguamento

Ma ha anche a che fare con una fusione – filologicamente approssimativa ma iniziata già in epoca ellenistica e diventata canonica nell’iconografia rinascimentale e barocca – con Chronos (in origine divinità distinta da Krónos), per cui una sola figura del tempo – quello lineare, progressivo – si impone come l’unica legittima, oscurando ogni altra possibile esperienza del temporale: la permanenza, la co-presenza, la stratificazione, la fedeltà, la memoria come forma dell’essere e non come suo resto.

L’articolo su George Michael è soltanto un caso esemplare. La struttura che vi si manifesta è molto più generale: è il modo in cui una civiltà – ormai globale – tenta di liberarsi di ciò che ancora la interpella, di ciò che non è più attuale ma non per questo ha cessato di essere.

Ed è precisamente questo che la dittatura di Krónos/Chronos non può tollerare: che qualcosa continui a essere senza più obbedire al dettame del Tempo che macina ogni cosa.

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