Vaso di Pandora

Dalla parola all’atto: trasformazione e senso nella psicoanalisi contemporanea

L’articolo di Massimo Recalcati “Perché nella psicanalisi non basta più la parola” pubblicato da la Repubblica lo scorso 24 febbraio, introduce da subito un elemento extra-clinico: inizia col ricordare come Marx inviti a non limitarsi a interpretare il mondo, e invece a trasformarlo (programmatico impegno, aggiungo, poi ripreso e plasticamente espresso nel “Che fare?” di Lenin).

Quanto alla psicanalisi classica, anch’essa punta a “fare” , a trasformare; ma ciò accade tramite interventi puramente verbali, di solito non tramite agiti; anche se l’inizio di una terapia richiede necessariamente un agito del terapeuta: la definizione del setting con le sue regole. Ma di solito non c’è spazio per successivi agiti nel percorso di cura. essi – sospettati come una sorta di fuga volta a sfuggire alla consapevolezza – vengono messi fuori gioco anche a mezzo di artifici tecnici come il possibile uso del lettino, che tende a limitare il rapporto paziente – terapeuta alla sola dimensione verbale. Tuttavia, questa modalità tecnica riconosce numerose eccezioni; e soprattutto non si applica in tanti interventi, pur psicoanaliticamente orientati, che però si discostano dalla tecnica classica.

Uno di essi, importante, è il possibile orientamento psicanalitico nei trattamenti residenziali a tipo di comunità terapeutica, dove l’agire è parte importante e comunque non eliminabile dell’intervento; anche perché in questo contesto ogni momento della quotidianità potrebbe legittimamente esser considerato “intervento”, più o meno consapevole.

Recalcati, Lacan e la tradizione filosofica nel confronto tra verbalizzazione e azione

Tornando all’articolo: Lacan pone l’accento sulla dimensione silenziosa dell’atto, sostitutivo dunque della verbalizzazione, nonché sulle diverse proporzioni nel peso dell’una o dell’altra dimensione (verbale – non verbale). Egli tende a superare la classica diffidenza per l’acting, ritenuto a lungo da evitare quale modo per sfuggire all’esigenza di capire. Per lui il vero atto è un evento
dotato di senso, una discontinuità che – aggiungiamo – significa anche capire. E non è intenzionale. E’ un Rubicone, una cesura fra un “prima” e un “dopo” che non sarà più lo stesso. Il suo valore si rivela “dopo”, da quel che ne consegue o non ne consegue.

Aggiungo qualche breve ulteriore nota.
Una importante esperienza è quella classica di Racamier: ha parlato di “azioni parlanti”, atti dotati di senso e significato, volti a trasmettere un messaggio che fa a meno della parola.
Ma il rapporto fra pensiero, parola e azione va al di là l’ambito puramente clinico, e lo ha ampiamente preceduto: è da molto tempo un importante topos della riflessione filosofica, anche di indirizzi disparati.

Giambattista Vico diceva “verum ipsum factum”. Asseriva che si conosce veramente solo ciò che si è fatto o si fa, poiché la autentica conoscenza di una cosa coincide con la conoscenza delle sue cause generatrici.
Parecchio tempo dopo: Schopenhauer parla di mondo come volontà e rappresentazione, evidenziando il potenziale anche conoscitivo della prima; Freud lo cita ripetutamente, quasi come precursore, ritenendo anche che il suo concetto di volontà inconscia si sovrapponga a quello di desiderio sessuale parimenti inconscio: gli riconosce pure una sorta di priorità (tra virgolette) per il concetto di pulsione di morte. Priorità, tuttavia, molto parziale poiché – sottolinea – i propri assunti non sono frutto di mera riflessione e speculazione, ma sono soggetti a verifica scientifica; e – aggiunge – hanno destato scalpore e suscitato attacchi mentre quelli del filosofo erano stati accolti con rispetto, reverente ma tutto sommato non coinvolgente.

L’attualismo di Gentile va al di là: sostiene che l’oggetto esiste solo in virtù dell’atto che lo pensa, e riconosce questo come sostanza e principio dell’essere .
Infine, il pragmatismo di John Dewey e altri: se il criterio di verità coincide con quello di validità operativa, il rapporto fra pensiero, parola e atto diviene organico: solo l’agire ci consente una verifica, e dunque è importante fondamento della scienza. Di fatto, sappiamo bene che la differenza fra gli studi osservazionali – di solito preliminari e orientativi – e i ben più affidabili, decisivi studi sperimentali sta proprio nella attività del ricercatore che inserisce attivamente un qualche elemento nel campo in esame, per verificarne attendibilmente il peso e l’importanza.

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