Vaso di Pandora

Quando un cuore muore: la storia di Domenico e le domande che restano

Scrivere questo articolo è difficile: l’assurda, tragica morte di Domenico, il bimbo che per errore ha ricevuto un cuore danneggiato, è qualcosa che mette davvero a dura prova ogni tentativo di concepire questo mondo come il migliore di quelli possibili, per dirla con Leibniz.

Accade spesso che nel corso della nostra vita si assista in egual misura ad eventi che possono essere definiti “miracolosi”, in quanto la loro straordinarietà riesce a dare speranza laddove sembrava buio pesto, e contemporaneamente si debba fare esperienza di vicissitudini che hanno un esito così tragico da obbligarci a riconsiderare la stessa trama della realtà.

La morte di un bimbo così piccolo per un errore così madornale è una di queste: naturalmente, non ha senso ora un “j’accuse” verso chiunque, poiché la Magistratura farà il suo mestiere e dobbiamo farla lavorare in pace, ma da psicoanalista non posso non interrogarmi su quanto sia necessaria una visione sincretica, integrata della condizione umana per non veder crollare le nostre fragili difese rispetto all’essere “gettati nel mondo”, come sottolineava il filosofo Heidegger.

La meraviglia e l’orrore dell’esistere

Nel film di Villeneuve “Dune”, il protagonista Paul deve bere un fluido misterioso chiamato Acqua della Vita, al fine di acquisire la conoscenza assoluta che gli è necessaria per sconfiggere i suoi nemici. Quando gli verrà proposto il veleno, egli verrà invitato a berlo affinché possa vedere “la meraviglia e l’orrore”. Ecco, questo incomprensibile binomio è ciò che io userei come descrizione per la vita: non possiamo trincerarci dietro una illumistica o umanistica fiducia a prescindere nella natura tendenzialmente buona dell’uomo, a meno che non si voglia chiudere gli occhi di fronte all’Ombra non solo della nostra specie, ma della Natura in genere, che è una madre tanto generosa quanto glacialmente indifferente.

Non bisogna, tuttavia, nemmeno precipitare in un pessimismo cosmico, poiché rischieremmo di non vedere quanto nello stesso momento l’Umanità sia capace di creare bellezza da tutti i punti di vista, compreso quello psichico. Forse ha proprio ragione Jung quando dice che la vita ha – e contemporaneamente non ha – significato, e sta a noi decidere quale versione scegliere. Inutile dire che una vita senza un senso probabilmente conduce ad un nichilismo senza speranza che diventa negazione della stessa, e che ci convenga per la nostra salvaguardia psichica cercare un senso anche laddove non c’è, o non sembra esserci: è un lavoro soggettivo,  che non possiamo delegare.

Non so quale possa essere il senso di una morte così assurda, forse una vita intera non basterà a trovarlo, tuttavia mi viene in mente ciò che dice Elezer Weisel nel suo drammatico romanzo “La notte” quando, prigioniero ad Auschwitz e avendo perso totalmente la fede in Dio che reputa assente di fronte alla barbarie nazista, lo ritrova paradossalmente nell’agonia di un condannato, e capisce che il Dio che cercava e non trovava era sempre stato lì, appeso alla forca davanti a lui. 

Cercare un senso dove il senso vacilla

Non c’è quindi una risposta, né una consolante interpretazione: mi rendo infine conto che questo articolo forse è solo un flusso di coscienza sull’onda dell’emozione, ma tant’è, e forse non potrebbe essere altrimenti. Qualsiasi razionalizzazione o psicologismo apparirebbe a mio avviso fuori luogo a questo punto; preferisco quindi chiudere con una frase presa dall’autobiografia di Jung, che mi ha sempre commosso. Parlando della fine della sua vita, qualche mese prima di morire, egli scrive: “Così è la vecchiaia, dunque limitazione.

Eppure vi sono tante cose che riempiono la mia vita: le piante, gli animali, le nuvole, il giorno e la notte, e l’eterno nell’uomo”. Forse è proprio questo eterno, così ineffabile eppure così pieno, a rendere la vita degna di essere vissuta. E spero tanto che anche chi è direttamente coinvolto nell’orrore di questa drammatica vicenda possa, in qualche piega dell’esistenza, percepire questo eterno, qualche che sia il significato che vorrà dargli.

Argomenti in questo articolo
Condividi

Commenti su "Quando un cuore muore: la storia di Domenico e le domande che restano"

  1. Coraggiosamente noi psicoanalisti proponiamo e cerchiamo il senso, anche là dove siamo condannati come esseri umani a vivere “ quello che succede” e che inchioda irrimediabilmente i coinvolti alle rispettive responsabilità. Di fronte ad un evento che “ poteva essere evitato” , rispetto ad una possibilità che un tempo non era nemmeno immaginabile: vivere con il cuore di un’altra persona.. La massima delicatezza è d’obbligo nell’accostarsi a simili sofferenze, ma è necessario il coraggio di riflettere laddove la cronaca lascia il lettore senza speranze. Grazie Giuseppe

    Rispondi
  2. La morte del piccolo Domenico ha colpito l’intero Paese, anche per la risonanza mediatica certamente molto bassa quando a morire sono neonati migranti, bambini uccisi nelle guerre o in povertà. Tornando a Domenico occorre comprendere il dolore per quanto accaduto con la vicinanza alla madre, alla famiglia, non solo sul piano umano ma anche rispetto della verità, dei diritti e riconoscimento se dovuti i risarcimenti. Tra le domande che restano: si tratta di una vicenda complessa e oltre che sul piano penale, va vista anche sotto il profilo del governo clinico per capire cosa non è andato bene, come migliorare. Come sappiamo non vi sono solo le azioni dei singoli ma anche questioni di sistema, organizzazione ecc. e vi è sempre un margine di non prevedibilità.
    Al netto del chiarimento su quanto accaduto, che nessuno avrebbe voluto, vi è da sostenere un sistema quello sanitario, i medici, i chirurghi, gli infermieri e tutti gli operatori sanitari. L’attività sanitaria è complessa, mai a rischio zero. Le Autorità presenti anche ai funerali di Domenico, ciascuna per la propria parte, oltre all’umana vicinanza alla famiglia, hanno il dovere di chiedersi e dire ai cittadini se e cosa stanno facendo, in termini di risorse e norme, per la sanità del nostro Paese. La tragica vicenda di Domenico, non deve portare sfiducia nel sistema nazionale trapianti che funziona, compromettere la cultura del dono degli organi e la motivazione dei medici travolti timori di azioni risarcitorie e giustizialiste. Il messaggio che viene dalle Autorità è cruciale, e oltre alla famiglia, vanno sostenuti, anche da tutti noi, gli operatori sanitari coinvolti. Il dolore, il senso di responsabilità, di colpa, l’essere messi inevitabilmente sotto indagine, richiede delicatezza, prudenza, rispetto. Ho scritto molte volte sulla posizione di garanzia, sulla necessità di depenalizzare l’atto medico e di adottare altri modelli per gli indennizzi che devono essere a carico del servizio pubblico. Come sostiene Anaao si tratta di introdurre in Italia il modello francese cosiddetto ‘no fault’ che permette ai pazienti di ottenere un indennizzo per danni derivanti da trattamenti medici senza dover dimostrare la loro colpa e ai professionisti di lavorare con maggiore serenità”. Serve una cultura condivisa della sicurezza delle cure, specie per le situazioni molto complesse e difficili.

    Rispondi

Lascia un commento

Leggi anche

Nasce Mymentis

L’eccellenza del benessere mentale, ovunque tu sia.

Scopri la nostra rivista

 Il Vaso di Pandora, dialoghi in psichiatria e scienze umane è una rivista quadrimestrale di psichiatria, filosofia e cultura, di argomento psichiatrico, nata nel 1993 da un’idea di Giovanni Giusto. E’ iscritta dal 2006 a The American Psychological Association (APA)

Attualità
Leggi tutti gli articoli
Storie Illustrate
Leggi tutti gli articoli
8 Aprile 2023

Pensiamo per voi - di Niccolò Pizzorno

Leggendo l’articolo del Prof. Peciccia sull’ intelligenza artificiale, ho pesato di realizzare questa storia, di una pagina, basandomi sia sull’articolo che sul racconto “Ricordiamo per voi” di Philip K. Dick.

24 Febbraio 2023

Oltre la tempesta - di Niccolò Pizzorno

L’opera “oltre la tempesta” narra, tramite il medium del fumetto, dell’attività omonima organizzata tra le venticinque strutture dell’ l’intero raggruppamento, durante il periodo del lock down dovuto alla pandemia provocata dal virus Covid 19.

Pizz1 1.png
14 Settembre 2022

Lo dico a modo mio - di Niccolò Pizzorno

Breve storia basata su un paziente inserito presso la struttura "Villa Perla" (Residenza per Disabili, Ge). Vengono prese in analisi le strategie di comunicazione che l'ospite mette in atto nei confronti degli operatori.