In un’epoca di iper-connessione digitale, la relazione costituisce il più fragile e impervio terreno in cui avventurarsi. Siamo saturi di socialità, ma poveri di relazioni. Nei primi anni del 2100 il protagonista del libro di Ian McEwan, “Quello che possiamo sapere”, racconta che esiste la IAN, acronimo per Intelligenza Artificiale Nazionalizzata. Gli studenti universitari del futuro ne hanno un accesso limitato, potendo consultarla ogni cinque giorni per scongiurare il rischio di dipendenza. Nel futuro immaginato l’IA è utilizzata dai giovani prevalentemente per questioni personali, concernenti i loro rapporti interpersonali. La Macchina, così viene definita la IA del futuro, si interrompe alla richiesta di produrre un testo, mentre dispensa rassicurazioni, consigli e ragguagli bonari che conferiscono importanza alle domande dei ragazzi. “La IAN è una zia buona, attenta, intelligente ed esperta” afferma l’autore. Lo scenario in cui si viene proiettati è quello di un mondo con surrogati di “zie” che elogiano ed ammoniscono, forgiando artificialmente la struttura psichica della persona. Quello che resiste nel nuovo mondo post-Inondazione (viene così indicato l’esito di un cataclisma mondiale che trasforma il globo terrestre in tante isole) è dunque il bisogno di relazione. Le neuroscienze oggi confermano e sostengono tale primato di noi esseri umani. Il nostro Sè si struttura nell’intersoggettività. In altre parole, diveniamo ciò che siamo grazie alla relazione.
Intelligenza artificiale e adolescenza: tra rassicurazione e impoverimento relazionale
Per questo è possibile che nel futuro, come ipotizza l’autore del libro, l’IA serva primariamente a soddisfare i bisogni di rassicurazione, contenimento e protezione dal e nel rapporto con l’altro. In questo ambito infatti oggi si assiste ad un impoverimento sempre più drammatico. Con chi parlano e si confidano i nostri figli? Una conversazione con una collega, medico di medicina generale, ha tradotto questa domanda in vignetta clinica. Una ragazza tredicenne, accompagnata dalla madre, chiedeva un supporto psicologico. Nella considerazione dell’importanza di tale richiesta, dopo un attento colloquio, la collega si è così interrogata : “ma perché queste ragazze non parlano con le amiche?”.
In un tempo non troppo lontano era il contatto con il gruppo a fortificare la crescita, a far emergere le prime cocenti delusioni ma anche a lenire le inevitabili ferite. Il lavoro della collega in ambulatorio è speso in molta parte nel confortare e com-patire le madri degli adolescenti, sempre più in crisi nel loro ruolo. Spesso rincuorare ed indirizzare il genitore è sufficiente ad invertire una rotta di incomunicabilità che sposterebbe univocamente il focus verso il professionista psicoterapeuta. Il passaggio rapido tra l’insorgenza del disagio e l’inizio di una psicoterapia, in molti casi potrebbe sostituire la comunicazione e la funzione di quei rapporti intimi deputati a sostenere il Sè. In molti altri casi sono ovviamente necessari tempestivi interventi di tipo professionale a causa della gravità della sintomatologia o degli aspetti psicopatologici in essere.
Intelligenza artificiale, famiglia e rischio di isolamento
In ogni caso nella famiglia nucleare di oggi organizzarsi per coltivare le amicizie diventa un impegno costante e strategico. Una fatica da intraprendere per i nostri figli, al fine di costruire un potente argine al loro rischio di isolamento.
La metafora della “zia”
Come il libro suggerisce, una delle figure più significative della nostra crescita è senz’altro quella della “zia”. Nella mia infanzia ed adolescenza essa ha rivestito un valore inestimabile, che ho la fortuna di conservare tuttora. La particolarità di mia zia è connaturata al suo stesso mestiere. Una zia sarta, che trovavo sveglia fin dalle prime ore del mattino e che riceveva nella stanza dei bottoni le confidenze di nipoti e cognate. Un gineceo di pianti e risate che ha accompagnato la mia crescita e colmato gli inevitabili spazi di assenza genitoriale. Nel contrasto tra ammonizioni e rigidità da una parte, e ferma e costante comprensione dall’altra, mi sono “fatta le ossa”. Nessuna intelligenza artificiale potrà riprodurre la ricchezza di quegli scambi e il valore di quella presenza. Così vicina ma al contempo sufficientemente lontana da quella di un genitore, tanto da permettere una visione stereoscopica di se stessi.
Intelligenza artificiale o solitudine reale? La scelta della relazione autentica
In conclusione, l’algoritmo intelligente potrà forse aiutarci a capire cosa significa pazienza e presenza, ma difficilmente riuscirà a sostituire l’esperienza di confidarsi tra un sottopunto ed un rammendo nella stanza dei bottoni. Sarà difficile trasmettere la profondità di campo che si crea nel cucire a mano un legame. La solitudine è un lusso da adulti, che nasce nella consapevolezza e pienezza della maturità. Solo allora, nella parabola di una vita piena e conscia, riappropriarsi dello spazio vissuto con se stessi diventa una scelta e non un ripiegamento obbligato. Pur riconoscendo le potenzialità e i possibili sviluppi delle future intelligenze, non possiamo che incoraggiare il reale incontro con l’altro e conservare anche per le generazioni future degli spazi di intimità dal sapore autenticamente artigianale.




Articolo che sottolinea un punto centrale: quanto (o quando?) le macchine potranno essere in grado di interagire con l’essere umano come pari? A mio avviso non sarà mai possibile: le abilità empatiche dell’essere umano è la presenza del non verbale nelle conversazioni non potranno mai essere sostituite te da un algoritmo , per quanto complesso sia. Inoltre c’è a mio avviso un particolare fondamentale che impedi sce alle ia di essere come l’uomo, ovvero il senso di finitezza che accompagna l’esistenza. Alessandro Defilippi scrive in un suo articolo che la ia non sarà mai come un essere umano perché non ha paura di morire, e io credo che questo sia la base dell’impossibilità di questa entità artificiale di comprendere appieno il nostro vissuto