Nella prima parte dell’articolo ci siamo chiesti se l’inazione fosse davvero così dannosa come sembra. Come molti di voi avranno intuito dalla lettura, è evidente che non è esattamente così: anzi, in alcuni casi può rappresentare uno dei modi principali attraverso cui il nostro Sé tenta di riprendersi uno spazio psichico, a discapito della tirannia dell’Io, ovvero della parte cosciente.
L’iper-performance
Molto spesso, infatti, l’iper-performance deriva da un errore di fondo: la convinzione che soltanto la dimensione cosciente della nostra vita sia importante e, con essa, tutto ciò che ha a che fare con il mondo esterno. Sogni, fantasie, momenti di solitudine non finalizzati a uno scopo vengono facilmente etichettati come perdite di tempo e, di conseguenza, annullati o procrastinati all’inverosimile. Essi, invece, costituiscono momenti estremamente fruttuosi di contatto con l’inconscio, assolutamente necessari tanto quanto il sano impegno nella vita quotidiana e nei compiti che essa ci assegna.
Naturalmente, poiché l’energia psichica è limitata e le nostre risorse non sono infinite, talvolta è necessario stilare una lista di priorità e sacrificare qualcosa affinché qualcos’altro possa germogliare. In questo senso, credo sia utile riportare una breve vignetta clinica a mo’ di esemplificazione.
L’ottimizzazione delle energie
Una giovane paziente – che ringrazio infinitamente per il permesso accordatomi di pubblicare questo materiale – si trova in un momento esistenziale in cui è chiamata a prendere alcune decisioni fondanti per il proprio futuro. Tuttavia, appare in forte conflitto rispetto alla necessità di destinare il massimo delle energie a tutti i compiti in cui deve cimentarsi, poiché in alcuni ambiti avverte una profonda stanchezza e teme di non riuscire a farvi fronte in maniera eccellente.
Mi riporta un ricordo scolastico: in una materia che non la interessava particolarmente si accontentava di raggiungere la sufficienza, rinunciando al voto pieno. Ripensandoci oggi, tuttavia, giudica quella soluzione come degradante e inefficace nella vita adulta, quasi fosse un escamotage o addirittura un imbroglio.
La riflessione che svolgiamo insieme va invece in una direzione diametralmente opposta. Non è possibile destinare a tutti i compiti che la vita ci richiede il massimo delle energie: talvolta per una reale indisponibilità interna, talvolta perché alcune situazioni non si modificano soltanto attraverso la volontà personale, ma dipendono in larga parte da fattori esterni che non possiamo controllare, bensì soltanto gestire.
La scelta attiva di risparmio energetico
Una possibile soluzione, dunque, può consistere nel decidere consapevolmente in quali “materie” vogliamo puntare al massimo dei voti e in quali possiamo accontentarci della sufficienza. Questo non come rinuncia passiva, ma come scelta attiva di risparmio energetico, finalizzata a evitare futuri tentennamenti o veri e propri collassi.
È infatti impensabile destinare simultaneamente tutte le nostre energie fisiche e mentali a ogni scopo della vita, indipendentemente dalla sua importanza o dal grado di coinvolgimento emotivo che suscita in noi. Eppure, spesso, è proprio questo ciò che accade.
La stanchezza come stimolo di cui prenderci cura
La stanchezza di cui stiamo parlando, allora, forse non andrebbe considerata soltanto come il risultato di una semplice deprivazione energetica, ma come un vero e proprio sintomo di cui prenderci cura. Secondo James Hillman, psicoanalista americano, i sintomi rappresentano una forma di narrazione della nostra storia, compiuta da una parte della psiche sofferente che non coincide con l’Io. In questa prospettiva, anche la stanchezza — quando assume le caratteristiche di cui stiamo trattando — diventa una comunicazione: un messaggio che può indicarci una dispersione eccessiva delle energie o il bisogno di una maggiore cura di sé.
Come afferma Byung-Chul Han, filosofo coreano che ha dedicato grande attenzione allo studio della società della performance, questo tipo di stanchezza è anche una forma di protesta nei confronti della velocità e della pressione costante in cui siamo immersi, quasi un tentativo di opposizione simbolica.
La resistenza non violenta
Possiamo allora considerarla come una resistenza non violenta, che non va combattuta né zittita, ma compresa e trasformata in una stanchezza attiva e relazionale: quella fatica naturale che nasce dallo stare nel mondo, dall’entrare in relazione con gli altri, dallo scambiare vissuti, significati e informazioni. Una stanchezza che, anziché svuotarci, può restituirci profondità e senso. Jung parlava di due tipi di pensiero: quello indirizzato, ovvero logico e razionale, e quello simbolico, aperto alla creatività e al fantasticare.
Dovremmo trovare spazio per il secondo, ora come ora messo all’angolo dal primo, affinchè ci aiuti a ritrovare il senso di quella vita che conduciamo a volte col pilota automatico o con l’onnipotente idea di un “piano quinquennale” che non tiene conto dei mutamenti dell’esistenza. Accedere ad una vita che accanto all’azione abbia anche spazio per la contemplazione significa onorare sia il conscio che l’inconscio, e permette a quest’ultimo di aiutarci ad attribuire quel senso che ci permetterà di evitare – citando il bellissimo film “L’attimo fuggente” – di “[…]scoprire, in punto di morte, che non eravamo mai vissuti”.




E’ una riflessione importante per andare oltre il riflesso sintomo-rimedio, magari farmacologico. Vi è uno stimolo a cercare insieme un senso che vada oltre la performance, la competizione ma anche il mero adattamento. Persone stanche, isolate, che non studiano e non lavorano, si ritirano in nicchie e/o che sono sempre iperesposti alla rete, interrogano la società e ciascuno di noi come persone e professionisti. Cosa ci dicono della scuola, università, della società? E il prendersi cura come si muove a fronte della richiesta di diventare produttivi, vincenti, di successo. Qualcuno elogia il fallimento in favore di una prova, di un gioco, talora troppo serio e decisivo per poter perdere serenamente. Saper giocare, nella leggerezza e nella fantasia rispetto ad un concreto asfittico. Il mondo interiore e inconscio, individuale e collettivo, ha tante potenzialità spesso sconosciute e inespresse.