La notizia è stata ripresa da tutti i principali quotidiani italiani e pone al centro il Prof. Giovanni Martinotti con l’equipe dell’Ospedale Santissima Annunziata di Chieti, dove per la prima volta in Italia, è stata somministrata la psilocibina nell’ambito di un trial clinico approvato da AIFA. È, a tutti gli effetti, un cambio epistemologico per la psichiatria nel nostro Paese. Segna l’ingresso ufficiale dell’Italia nel cosiddetto “Rinascimento Psichedelico”, un movimento globale che sta ridefinendo i paradigmi di trattamento per le patologie mentali più complesse, superando decenni di stasi farmacologica e stigma culturale. Lo avevamo anticipato in questo articolo e il 5 febbraio 2026 per la prima volta è stata somministrata psilocibina a paziente.
Il Burden della Depressione Resistente
Per comprendere la portata di questo evento, è necessario partire dal fallimento clinico che ci troviamo ad affrontare quotidianamente. La Depressione Resistente al Trattamento (TRD) rimane una delle sfide più ardue della psichiatria contemporanea. Definita convenzionalmente come la mancata risposta a due o più trial adeguati con antidepressivi di classi differenti, la TRD affligge circa un terzo dei pazienti con Disturbo Depressivo Maggiore.
Questi pazienti non rispondono alla modulazione monoaminergica tradizionale (SSRI, SNRI), suggerendo che per una sottopopolazione significativa la fisiopatologia della depressione non risieda meramente in un deficit neurotrasmettitoriale, ma in una disfunzione più profonda della connettività neurale e della plasticità sinaptica. È in questo vuoto terapeutico, spesso colmato solo da strategie di augmentation dalla dubbia efficacia a lungo termine, che si inserisce il potenziale degli psichedelici classici.
Meccanismo d’azione: oltre la Teoria Monoaminergica
La psilocibina (4-fosforilossi-N,N-dimetiltriptamina), profarmaco che viene metabolizzato in psilocina, agisce primariamente come agonista parziale sui recettori serotoninergici 5-HT2A. Tuttavia, la sua efficacia non sembra derivare dalla semplice “correzione” di un livello di serotonina, quanto piuttosto dall’induzione di uno stato alterato di coscienza che funge da catalizzatore neurobiologico. [1]
Studi di neuroimaging funzionale (fMRI) hanno dimostrato che la psilocibina induce una temporanea rimodulazione delle reti cerebrali gerarchiche, in particolare riducendo l’attività e la connettività funzionale all’interno del Default Mode Network (DMN). Il DMN, iperattivo nella depressione, è il substrato neurale della ruminazione autoreferenziale, del “sé narrativo” rigido e negativo che imprigiona il paziente. [2]
“Spegnendo” temporaneamente l’hub del DMN, la psilocibina permette un aumento dell’entropia cerebrale (secondo l’ipotesi REBUS – Relaxed Beliefs Under Psychedelics di Carhart-Harris), favorendo una comunicazione inedita tra aree cerebrali solitamente segregate. Parallelamente, a livello cellulare, la stimolazione dei recettori 5-HT2A promuove il rilascio di fattori neurotrofici come il BDNF, inducendo neurogenesi e sinaptogenesi. In sintesi: il farmaco apre una “finestra di neuroplasticità”, rendendo il cervello temporaneamente più malleabile e recettivo al cambiamento. [2]
Il modello di Chieti: la terapia assistita
È cruciale sottolineare, anche per fugare facili entusiasmi mediatici, che la psilocibina non è una bacchetta magica. L’efficacia osservata nei trial internazionali (come quelli della Johns Hopkins o dell’Imperial College di Londra) è intrinsecamente legata al contesto della PAP (Psychedelic-Assisted Psychotherapy). [3]
Lo studio avviato a Chieti ricalca rigorosamente questo modello. Non si tratta di una semplice somministrazione farmacologica, ma di un protocollo complesso che prevede tre fasi distinte:
- Preparazione: Sedute psicoterapeutiche per costruire l’alleanza terapeutica, gestire le aspettative e fornire strumenti di grounding.
- Sessione di dosaggio: La somministrazione della sostanza in un ambiente controllato e protetto, con la presenza costante di terapeuti formati (i “sitters”) per garantire la sicurezza fisica ed emotiva durante l’esperienza, spesso intensa e non priva di momenti difficili.
- Integrazione: La fase più critica, nelle settimane successive, dove i contenuti emersi durante l’esperienza acuta vengono elaborati in psicoterapia per tradurre l’insight neurobiologico in cambiamenti comportamentali e cognitivi duraturi.
Prospettive e cautela
L’avvio di questo trial in Italia è un atto di coraggio scientifico da parte del Prof. Martinotti e dell’Università G. d’Annunzio, che scardina un tabù durato mezzo secolo. Tuttavia, come clinici, dobbiamo approcciare questa “apertura del vaso” con estrema cautela.
Le sfide future non riguardano solo la conferma dell’efficacia, ma la scalabilità del modello. La PAP è “labor-intensive”, richiede risorse umane altamente specializzate e setting dedicati, difficilmente implementabili su larga scala nell’attuale assetto del SSN. Inoltre, la formazione dei terapeuti psichedelici diventerà un tema centrale per evitare derive iatrogene o l’uso improprio di strumenti così delicati.
Siamo di fronte a una potenziale rivoluzione che sposta il focus dalla soppressione cronica del sintomo alla risoluzione acuta delle cause profonde della sofferenza mentale. La strada è tracciata, ma il percorso richiede rigore metodologico, etica clinica e la capacità di gestire non solo le molecole, ma soprattutto le aspettative dei nostri pazienti.




Giustamente il Dr Bianchi parla di un ostracismo durato decenni. In effetti, ricordo bene come ai miei tempi fossero di uso frequente farmaci in somministrazione acuta, il cui effetto ipnoinducente (narcoanalisi) o stimolante (weck-analisi) doveva facilitare il dialogo, ridurre le inibizioni, consentire un migliore accesso a contenuti mentali subconsci. A livello sperimentale, si è fatto uso anche di LSD ( e mi pare di psilocibina) pure in ambito accademico, contando sui loro effetti psicodislettici come strumento di conoscenza e di dialogo terapeutico.
E’ un approccio che allora ha fatto poca strada, anche perchè confinava con quell’area grigia vicina alla tossicodipendenza, che si esprimeva in Autori come Timoty Leary, William Burroughs e tanti altri, esponenti anche di un indirizzo politico contestatario
Ora ci si riprova con strumenti ben più raffinati, Staremo a vedere
Gentile Dott. Pisseri,
La ringrazio per questo Suo prezioso contributo, che aggiunge una necessaria profondità storica e prospettica al dibattito. Concordo pienamente con la Sua visione: è impossibile comprendere la portata di questo “Rinascimento” senza volgere lo sguardo a quella stagione pionieristica, e talvolta turbolenta, che Lei ha giustamente richiamato.
Apprezzo moltissimo il Suo riferimento alla narcoanalisi e alla weck-analisi; termini che oggi rischiano l’oblio ma che rappresentano le radici metodologiche di ciò che oggi, con un lessico più moderno, definiamo “terapia assistita”. Come Lei ha evidenziato, l’idea che la sostanza non sia il fine, ma un catalizzatore per “facilitare il dialogo” e abbattere le barriere dell’Io, è un concetto che la psichiatria del secolo scorso aveva già intuito con grande lucidità.
È vero, il confine sfumato tra sperimentazione clinica e controcultura (penso anch’io alle derive di Leary o alle narrazioni di Burroughs) ha purtroppo alimentato uno stigma che ha congelato la ricerca per decenni. Tuttavia, è proprio grazie alla lezione del passato che oggi possiamo riapprocciarci a questi strumenti con un rigore metodologico e neuroscientifico ampliati.
Il passaggio da una visione puramente “psicodislettica” a quella della neuroplasticità indotta, supportata dal monitoraggio del Default Mode Network, è forse il salto di qualità che permetterà a questo approccio di non essere più un “esperimento isolato”, ma una realtà clinica.
Spero vivamente che, come Lei dice, questa volta gli “strumenti più raffinati” di cui disponiamo ci permettano di onorare quella ricerca interrotta, offrendo finalmente risposte concrete a chi soffre di patologie così resistenti.
Grazie ancora per la Sua consueta e immensa cultura, che arricchisce sempre queste pagine.
Un cordiale saluto,
Davide
Effettivamente si possono ricordare oggi le esperienze di terapia con utilizzo di sostanze allucinogene citate peraltro nel testo di psichiatria Giberti- Rossi su cui molti anni fa ho studiato.
In Perù si sono sviluppate da anni comunità terapeutiche che utilizzano l’ayauasca. Tuttavia ,essendomi occupato per molti anni di Tossicodipendenze, quello che mi ha colpito è il fatto che sostanze in uso in strada ,come ad esempio la chetamina ,che ci facevano esprimere valutazioni di un certo tipo sui nostri pazienti, oggi sono sperimentate anche in Italia sempre nella cura di depressioni resistenti ,oltre che essere pubblicizzate da personaggi con grande visibilità( Musk). Forse dovremmo guardare con una diversa attenzione ai tossicodipendenti, considerandoli anche come esploratori ed anticipatori alla ricerca di una risposta alla loro sofferenza.
Gentile Prof. Semboloni,
La ringrazio sentitamente per il Suo intervento. In primo luogo, vorrei ringraziarLa per aver citato il “Giberti-Rossi”: il riferimento al grande Romolo Rossi è per me motivo di profonda riflessione. Purtroppo non ho avuto il piacere di conoscerlo personalmente, ma è indubbio che la sua figura e il suo pensiero abbiano influenzato e continuino a influenzare in modo indelebile intere generazioni di addetti ai lavori nel campo della salute mentale.
Concordo pienamente con la Sua osservazione sullo sguardo da rivolgere a chi soffre di dipendenza. Lavoro quotidianamente in una comunità Doppia Diagnosi e trovo molto calzante la Sua definizione di “esploratori”. Molti dei miei pazienti si auto-definiscono quasi come degli “alchimisti” o degli “psiconauti”: utilizzano sostanze stupefacenti non per mera ricerca di sballo, ma spesso per raggiungere stati alterati di coscienza nel tentativo, talvolta disperato, di trovare una risposta alla propria sofferenza o un maggiore stato di benessere che non riescono a reperire altrove.
È un paradosso clinico estremamente fecondo: ciò che in strada è abuso e autodistruzione, in un setting controllato e con un paradigma scientifico rigoroso come quello del trial di Chieti, diventa uno strumento di cura. Forse, come suggerisce Lei, dovremmo davvero imparare a leggere la tossicodipendenza anche come un tentativo maldestro, ma significativo, di auto-terapia e ricerca interiore.
Grazie ancora per aver arricchito la discussione con la Sua esperienza sul campo.
Un cordiale saluto,
Davide
Non dubito che in un sistema sanitario, e in quello della salute mentale nello specifico, sempre più in affanno e sottofinanziato, dove sempre meno spazio è concesso alla “cura profonda e complessa”, l’impulso verso una risposta sempre più sbrigativa (farmacologica e psichedelica, persino) o che tale rischia di essere, sia inevitabile e avrà il suo buon successo. Temo che l’andazzo sia ormai irreversibile soprattutto per le solite ragioni economiche che tutto condizionano.
Non resta che tenere la guardia alta e sperare almeno in un’informazione corretta e puntuale che abbia il coraggio di essere anche “scomoda” se necessario. La buona informazione rimane ancora l’ultimo baluardo contro ogni deriva, di qualunque genere essa sia.
Ma a parte le tentazioni ideologiche, sarei curioso di sapere come la Psichiatria cosiddetta “Radicale” (penso a figure come Franco Basaglia, ad esempio) ammesso che si possa ancora chiamare così, giudicherebbe questa ennesima svolta farmacologico-psichedelica. Non si può negare che dietro certo entusiasmo si nasconda una visione del mondo e della sofferenza umana molto specifiche. Speriamo, almeno che rimanga ancora spazio per il dibattito.
Ciao Marco,
Hai centrato il punto: il rischio di scivolare verso un nuovo “oscurantismo” è reale, paradossalmente proprio mentre celebriamo un progresso scientifico. È l’oscurantismo della semplificazione, che vorrebbe ridurre l’essere umano a una sorta di “uomo-macchina” i cui guasti esistenziali possono essere risolti con un semplice debug o una “fantasmagorica” nuova molecola.
Dobbiamo lottare per mantenere alto il dialogo complesso. La salute mentale non è un circuito integrato da riparare, ma una rete fittissima di significati, relazioni e storia personale. Se usata male, la psilocibina potrebbe diventare l’ennesimo strumento di “sedazione della complessità”; se usata bene, come spero, può essere invece il grimaldello per scardinare rigidità cognitive e riaprire un dialogo interiore interrotto.
Riguardo al tuo quesito sulla Psichiatria Radicale, credo che un Franco Basaglia oggi ci guarderebbe con estremo sospetto, ma anche con grande interesse. La sua lezione ci insegna che non è mai il farmaco in sé il problema, ma il mandato che gli diamo. Se la psilocibina serve a “restituire” il paziente la sua libertà di sentire, allora è basagliana; se serve a chiuderlo in un nuovo recinto bio-tecnologico per “debuggare” un sintomo scomodo senza ascoltare il dolore che lo genera, allora è una deriva che dobbiamo combattere.
Il nostro compito è proprio questo: fare in modo che la molecola non sostituisca mai l’incontro umano, ma ne diventi, al massimo, un facilitatore. Restare vigili e mantenere il dibattito aperto e “scomodo” è l’unico modo per non soccombere alle logiche di mercato che vorrebbero risposte rapide a domande profonde.
Un caro saluto e grazie per lo stimolo,
Davide
Il dialogo stimolato dall’articolo di Bianchi e commentato da Pisseri, Semboloni e altri, oltre ad essere del tutto condiviso, è fondamentale per poter reinserire l’Italia nella ricerca scientifica legata all’uso di sostanze psicoattive come la psilocibina nel trattamento dei pazienti psichiatrici. Dialogo che consentirà la ripresa della ricerca indirizzata a trovare un punto di incontro tra psicologia e neuropsichiatria.
Sono quindi molto soddisfatto del fatto che il Vaso di Pandora in questo modo risponde alle promesse dichiarate il giorno della presentazione della rivista.
Ringrazio di cuore i colleghi.
Gentile Prof.,
è per me un onore immenso ricevere le Sue parole. Sapere che il lavoro che stiamo portando avanti oggi risuona con la visione e lo spirito originario con cui ha fondato Il Vaso di Pandora è la conferma più preziosa del nostro operato.
Il Suo richiamo alla necessità di un punto d’incontro tra psicologia e neuropsichiatria è il cuore pulsante del nostro impegno quotidiano. Cerchiamo di onorare quella promessa fatta nel 1993: non limitarci alla superficie del sintomo, ma indagare la complessità dell’animo umano con rigore scientifico e, soprattutto, con quella profonda umanità che Lei ci ha insegnato.
Sentire che la rivista continua a essere quel luogo di dialogo aperto e fecondo che Lei ha immaginato ci dà la spinta per proseguire in questa direzione, mantenendo viva e attuale l’eredità che ci ha affidato.
Grazie di cuore, Prof., per aver tracciato la rotta e per continuare a ispirare il nostro cammino.
Un caro saluto,
Davide
Nel ringraziare i Colleghi per gli aggiornamenti, gli spunti di riflessione dettati dalla curiosità scientifica e dalla inesauribile passione clinica, è meraviglioso apprezzare come passato e presente si intreccino evolutivamente su più strade, come un filo conduttore che non lega ma continua a guidare, ad emanciparsi dallo stereotipo e ad essere seme oltre che radice, come sempre è stata la tua presenza Gianni. Grazie per aver alimentato questo terreno fertile
In home page è scritto
Il Vaso di Pandora
“Un porto sicuro in cui approdare
Permette di approfondire in modo chiaro e facilmente comprensibile notizie e argomenti della natura umana. Una voce laica e libera nel panorama dell’informazione”
Nella pagina chi siamo è scritto
“Il vaso di Pandora ha deciso di portare le libere idee dei propri membri nella vita di tutti i giorni. La missione è quella di commentare le cronache, raccontare le storie, svelare i segreti delle nostre menti. Un dialogo moderno sulla piazza online senza luoghi comuni, ma con professionalità, competenza e cultura. La rivista ovviamente continua a mantenere la veste scientifica originale nel rispetto dei “dialoghi in psichiatria e scienze umane“.
Caro Gianni, mi ricordo quanto abbiamo pesato ogni singola parola (punteggiatura compresa) quando è iniziata questa avventura online. Non era facile portare l’idea originaria dalla carta al web senza tradirla. Siamo sempre lì, dentro quella missione che tu hai voluto e della quale mi hai reso partecipe. Grazie a chi continua a scrivere, liberamente, in questo solco. E grazie a te per l’ennesimo “innovativo regalo”. Il Vaso di Pandora è sempre di più una voce unica, non solo laica e libera, nel panorama dell’informazione. La nostra voce, la tua voce