Il concetto di vuoto in psicoterapia comprende vissuti emotivi, relazionali e simbolici che rimandano alla percezione di mancanza, frattura del senso di sé, difficoltà di identificazione e sensazione di distanza dagli altri. In psicoanalisi, il vuoto è un’esperienza psichica percepita come assente o incompleta: può generare ansia e sofferenza, ma rappresenta anche un possibile spazio di crescita e integrazione delle parti del sé più disgregate. Vedremo qui alcune teorie particolarmente “illuminanti”, collegandole al caso clinico di Lia.
Lia è una ragazza di 24 anni, lavora e studia, vive in casa con i genitori e la Sorella, Nora. La famiglia sembra apparentemente rappresentare un ambiente sereno, in realtà ci sono tanti aspetti che stonano, sembra tutto un bluff, un’apparenza che crolla solo sotto le rabbie agite, in modo molto diverso tra loro, delle due sorelle.
Freud: mancanza e frustrazione come base del desiderio e il silenzio come radice dell’attenzione fluttuante
Freud descrive la frustrazione come elemento fondante dell’apparato psichico: le pulsioni non soddisfatte creano uno stato di tensione e mancanza, che genera desiderio. La mancanza è quindi motore della vita psichica. Tuttavia, nella protagonista Lia, ciò che appare non è desiderio ma angoscia: chiede costantemente rassicurazioni, teme di non “essere abbastanza” e non sa dare forma a ciò che vorrebbe per sé. Le libere associazioni sono bloccate, i lapsus assenti: dietro la perfezione si nasconde la paura di non valere.
Il vuoto può equivalere al silenzio, spazio di ascolto profondo in cui paziente e terapeuta possono entrare in contatto con vissuti non immediatamente formulati. Ciò richiama la tecnica dell’attenzione fluttuante: l’analista sospende il giudizio e accoglie liberamente associazioni e movimenti inconsci del paziente. In Lia, tuttavia, manca la spontanea produzione di materiale psichico: affronta la terapia in modo rigido, razionale, incapace di lasciare emergere l’inconscio.
Lacan: la mancanza strutturale e il desiderio impossibile
Lacan approfondisce il concetto di manque, ossia una mancanza strutturale che fonda il desiderio.
- Nello stadio dello specchio, il bambino riconosce un’immagine unitaria che però non corrisponde al suo vissuto interno → si genera una frattura originaria.
- Il linguaggio introduce ulteriori mancanze, rendendo il desiderio sempre orientato verso ciò che sfugge.
In Lia, tuttavia, la mancanza non genera desiderio: al contrario, appare dissociata da esso. La giovane si presenta come fredda, controllata, incapace di esprimere passioni; perde il controllo solo nelle situazioni in cui percepisce un rischio di abbandono da parte del partner Marco, o nel rapporto impulsivo con il cibo.
Recalcati: il vuoto come mancanza senza desiderio
Secondo Recalcati, il vuoto è una mancanza dissociata dal desiderio, accompagnata da angoscia. Nella “clinica del vuoto”, tipica della contemporaneità, il soggetto non desidera ma consuma: il “discorso del capitalista” crea bisogni artificiali che saturano temporaneamente il vuoto, impedendo il contatto con un desiderio autentico.
Lia sembra rappresentare questo scenario: sente la mancanza, ma non sa desiderare. Perfino una passione reale, come quella per lo sport che pratica da anni, emerge solo incidentalmente, come se facesse parte di un mondo interno troppo distante dal funzionamento quotidiano.
Guidano e il costruttivismo: l’identità come prodotto relazionale
Il modello costruttivista dell’“Organizzazione di Significato Personale” sostiene che l’identità deriva dalle relazioni primarie. Nel Disturbo Alimentare Psicogeno (DAP), la famiglia è centrata sull’immagine di perfezione e anticipa i bisogni dei figli, impedendo loro di costruire criteri interni e processi autonomi di significazione. Il figlio cresce apparendo “giusto”, “maturo”, “perfetto”, ma dentro resta vuoto.
La famiglia di Lia rispecchia queste dinamiche: una facciata impeccabile e rituali collettivi che mascherano distanze emotive e ruoli congelati. La ragazza è stata la figlia perfetta fino a quando la verità delle dinamiche familiari ha smascherato la frattura sottostante. Anche la sorella Nora, che nasconde difficoltà personali e sociali, diventa oggetto di interventi esterni senza che la famiglia interroghi le proprie responsabilità.
Il vuoto come spazio trasformativo
Toccare il vuoto può essere spaventoso ma anche fondamentale: significa affacciarsi su parti di sé rimosse, sul perturbante che ritorna. In terapia, il vuoto diventa uno spazio dove co-costruire nuovi significati e dove Lia può iniziare a separarsi dall’immagine perfetta costruita dalla famiglia per scoprire desideri autentici e un senso di sé più stabile.



