Massimo Ammaniti nel suo articolo “Breve guida contro l’ansia del mondo digitale per genitori e adolescenti” ci parla delle complesse e discordanti risposte cognitive ed emotive sollecitate dal progressivo affermarsi del digitale nelle sue varie forme. C’è chi ritiene che esso riduca fino ad annullarle le distanze fra persone, democratizzando la comunicazione e favorendo un futuro di pace; e chi al contrario pensa che impoverisca la comunicazione, appesantendola con fake news e strumentalizzazioni e addirittura rendendola in qualche modo falsa e-o pericolosa. Quello specifico strumento che è lo smartphone – oggetto specifico dell’intervento di Ammaniti – sollecita particolari e attuali problemi nel delicato campo dei rapporti educativi: permetterlo o no ai minori, ed entro quali limiti? E comunque come intervenire?
Le rivoluzioni della comunicazione
Questa risposta conflittuale mi sollecita a riprendere un discorso che mi ha sempre motivato: la stretta analogia fra quanto accade oggi e le due precedenti grandi rivoluzioni nella comunicazione. Sul tema si è espresso ampiamente, fra gli altri, Mirko Tavosanis, Docente nell’Università di Pisa ed esperto di comunicazione digitale e no; con temi ripresi da Caterina Calabrese.
Come ricorda Calabrese, nel Fedro di Platone il Dio Theuth enuncia al re Thamus i vantaggi della nuova invenzione, la scrittura: “Questa conoscenza, o re, renderà gli egiziani più abili e rinsalderà la facoltà mnemonica: è stata inventata per la memoria e per la sapienza”. Risposta: “No, questo insegnamento è destinato a ingenerare la dimenticanza nell’animo dei discenti, per il mancato esercizio della memoria… non nell’intimo, spontaneamente, evocheranno i ricordi… “
Sembra scritto oggi; anche perché addita il rischio che il mezzo tecnico di fatto limiti mortifichi la comunicazione mentre sembra ampliarla, in realtà deprivandola della dimensione affettiva e personale, riducendola a mera informazione.
Platone e la nascita scrittura
Ovviamente, sappiamo che queste considerazioni non hanno impedito a Platone di impiegare molto ampiamente il nuovo mezzo tecnico che ai suoi tempi si andava diffondendo: ma c’è da dire che adottando la forma di dialogo Egli ha lasciato spazio a una dimensione di scambio orale, sia pur riprodotto nello scritto. Da tempo, anche se non da molto, la scrittura andava soppiantando la modalità omerica col suo recupero del passato che lasciava ampio spazio alla creatività, alla pregnanza emotiva, all’immedesimazione con l’oratore.
Il prevalere della scrittura non ha cancellato questo spazio, ma lo ha circoscritto nell’ambito della comunicazione quotidiana fra persone, nonché in quello della poesia e di certa prosa. C’è stato comunque un prezzo da pagare; ma senza questa rinuncia sarebbe stato inconcepibile lo sviluppo scientifico e tecnologico che ha fatto di noi quel che siamo. Un vantaggio non secondario dello scritto è stato ed è la possibilità di riesaminare lo scritto che rimane disponibile, consentendo una attività critica nonché la codificazione delle leggi fondamento di una civile convivenza; beninteso, col limite costituito dalla possibilità di manipolazioni. Viene in mente 1984 di Orwell: “noi controlliamo i documenti, quindi riscriviamo il passato”.
Non sappiamo se la scrittura sia nata in un solo luogo diffondendosi poi in tutto il mondo, e anzi è probabile il contrario. Lo fa pensare con quasi certezza la radicale differenza fra la nostra scrittura e quella sviluppatasi nell’impero cinese, che non ha nostri caratteri – circa venti, fra l’altro ordinati in un alfabeto – ognuno dei quali rappresenta un suono: dalle loro varie combinazioni emergono significati e concetti. Nel cinese mandarino, al contrario, gli innumerevoli caratteri rappresentano direttamente ciascuno un concetto o un concreto oggetto.
L’importanza dell’accessibilità
Ambivalente dunque la risposta alla nascita della scrittura; altrettanto ambivalente quella sollecitata dall’invenzione della stampa, che è stata a un tempo molla e conseguenza del diffondersi dell’informazione e degli interessi culturali in popolazioni gradualmente più ampie. L’importanza di tale mezzo nella evoluzione scientifica e tecnologica che ha dato forma all’Occidente è stata variamente valutata; ma certo non può essere negata. Ha sollecitato forti risposte anche emotive, poiché interessava da vicino il modo di pensare, capire, registrare le informazioni e soprattutto diffonderle. Risposte discordanti e ambivalenti, a volte presenti nella stessa persona, come dice l’esempio di Lutero.
Sappiamo bene che la diffusione a mezzo stampa della sua traduzione della Bibbia è stato potente strumento di ampia conoscenza di questa per tante persone, che quindi hanno fatto a meno della mediazione di un clero organizzato, rendendo possibile l’affermarsi – pur geograficamente limitato – di quel protestantesimo che alcuni considerano base ideologica del capitalismo moderno. Ma Lutero stesso si è chiesto se questa diffusione non comportava una qualche banalizzazione dei sacri testi e il rischio di una lettura superficiale. Credo che qualcuno abbia pensato che, in linea generale, la fruizione di testi manoscritti compilati con fatica nei conventi, e magari ulteriormente impreziositi da eleganti illustrazioni, fosse ben più qualificata rispetto alla lettura di volgari volumi prodotti in serie: la vasta accessibilità poteva renderla non un vantaggio ma il rischio di quelle che oggi chiamiamo fake news.
Forti dunque le analogie delle contrastanti – ambivalenti risposte ideologiche a quei lontani sviluppi e l’accadere attuale; il considerarle potrebbe in qualche modo tranquillizzarci con la speranza – previsione che anche questa volta la “novità” incarnata dal digitale mantenga la sua presa favorendo un utile cambiamento ma senza cancellare o snaturare le preesistenti modalità comunicative con i loro pregi. Staremo a vedere.



