Raccolgo qui alcune riflessioni intorno ai destini diversi in ognuno di noi di uno stato mentale buono e costruttivo. Mi si perdonerà lo stile puramente narrativo o esperienziale e meno collocato all’interno di corpi teorici. Inizierei col dire che c’è in molti di noi un cuore segreto che fa paura non tanto per la sua rabbia quanto per i suoi sentimenti vitali, un cuore segreto che viene tenuto a freno fino a che non viene riconosciuto come parte integrante e integrata di sé nella sua forza d’amore e bellezza. Pur battendo “da qualche parte”, è stato occultato e mimetizzato.
Uno dei compiti delle cure sta nel ritrovarlo.
Contrariamente a ciò che spesso si pensa, non esiste solo la rimozione di sentimenti difficili o legati al male, bensì l’occultamento di parti buone e valide che non si sono mai potute esprimere, in quanto non gradite, nei legami di base con i genitori o i compagni. Chi viene a curarsi si presenta inizialmente con un’armatura difensiva che nasconde gli affetti, spesso perché essi sono antitetici al sistema di sopravvivenza familiare o alle proprie relazioni. Cuore segreto vuole dire che vi sono parti di sé che hanno sofferto ma che vengono celate per l’eccessivo dolore, perché non comprese, e lasciano il posto a emozioni difensive spesso violente o difficili.
Cuore segreto vuole dire emozioni di paura o di amore che hanno dovuto essere abbandonate. In molte famiglie ha prevalso una logica del legame fisso che ha preferito la sopravvivenza e la sicurezza, spesso senza incoraggiare cambiamenti o autonomie, rispetto all’espressione delle parti più vere e affettivamente più mature, legate all’affettività e favorenti indipendenza. Non si rimuovono solo le nostre parti difficili, dunque, bensì si allontanano anche le emozioni amorose che hanno attraversato un dolore, che siano amori traditi (non solo verso partner ma anche verso i genitori o i familiari), amori colpiti perché hanno subito traumi o si sono dovuti difendere, rinunciando in blocco a tutti quegli affetti che erano in gioco nella relazione traumatica.
Queste emozioni amorose, trasformate da spavento o dolore, possono essere temute per la loro protesta o per il loro potenziale di crescita e di relazione più paritaria e meno dipendente di chi la vive. Il cuore di questo scritto sta nel comprendere le nostre malattie psichiche come potenti difese da traumi emotivi che bloccano gli affetti, congelandoli e rendendoli non sostenibili, lasciando al soggetto una ipersensibilità emotiva. In questi casi gli affetti non sono ancora tali e rimangono emozioni primarie, al pari di “bombe” che non permettono di viverle e conoscerle. È
per ciò che la gente ha paura dell’amore che scongela aree troppo difficili da sostenere. Il blocco degli affetti può favorire quindi una scissione fra essi – che rimangono primari e resi ineducati dalle relazioni – e le funzioni più adulte e differenziate della mente, inibendola nel suo sviluppo e crescita. Oggi moriamo di dipendenza, in tutti i sensi. Molti sentimenti rimasti all’ombra del proprio “io-statua familiare” non sono più stati usati, come l’amore e le sue competenze, e siamo stati abituati a non credere di avere un proprio cuore, vissuto come pericoloso rispetto ai modi in cui la famiglia ha insegnato ad affrontare i traumi o ad adattarsi a pensieri “integralisti” e pensati come salvavita.
Niente di tutto questo sappiamo alla nascita poiché siamo inseriti in un modo di essere all’interno di una famiglia, e uno dei nostri compiti sta nel trovare la posizione in cui siamo stati inconsapevolmente messi rispetto al modo che il gruppo familiare ha trovato nel tempo per sopravvivere. In sostanza, in che punto della storia e del palcoscenico siamo collocati nel romanzo familiare?
I. fece proprio questa esperienza, arrivando nel tempo a esperire meno paura negli affetti. La strada non fu facile, lui stesso faceva sì che non si vedesse e non si credesse nel suo cuore segreto, anche per paura che potesse non esistere. Nel gruppo scoprì che le proprie parti affettive erano staccate dalla sua vita, ma che erano necessarie e in più molto valide (es. l’accorgersi delle necessità di un figlio più fragile), cui prima non dava valore. Questo ha corrisposto a un vistoso miglioramento.
Con stupore, I. realizzava il suo diritto a ricevere affetto, che diventava un nuovo “centro di gravità” consentito, scoprendo le sue parti emotivamente intelligenti che induceva attivamente gli altri a non vedere. Egli poté ricevere queste attenzioni da noi e si abituò a ricevere: spesso è difficile anche ricevere, come atto di riconoscimento verso noi stessi, spesso siamo abituati a dare, ma anche spaventati dal reggere qualcosa che ci riguarda e che ci obbliga a prendere sul serio il nostro desiderio di esistere, sostenendo il peso delle emozioni della vita, in uno scambio con l’altro dove si è “nudi”. Spesso è più facile dare: mette meno in gioco cosa siamo noi, molto bravi nell’automatismo del dare, escludendo tutto ciò che può portare a ricevere messaggi per il nostro cuore segreto.
Il cuore segreto di I. batteva da qualche parte ma era stato ferito in battaglia, una battaglia fra il suo cuore emotivo e il compito generazionale che affondava nella filosofia familiare e che grosso modo affermava la rinuncia a ricevere. Questa era la fede e la fobia del suo gruppo familiare, il mito cui la famiglia aveva aderito per sopravvivere essa stessa, ma che aveva trasmesso al figlio assieme al “kit” per sopravvivere: non ricevere, non poter ricevere e allearsi con chi ti comanda.
Nessuno è cattivo, probabilmente, almeno nella maggioranza dei casi: un genitore che forse ha troppo amore per un figlio dà tutto, ma proprio questo spesso rovina e perturba la relazione, invadendola con una struttura di regole non scritte, dando ai figli il “kit per sopravvivere” e che magari in parte è giustificato, ma che spesso diventa una risposta che arriva prima della domanda o che non tiene conto di come è quel figlio, diversamente dal genitore. Si colma di amore, di beni o di risposte già preconfezionate un soggetto che magari non ha ancora fatto domande. Spesso avviene che i genitori che si muovono in questo modo hanno sofferto di traumi e hanno organizzato, magari senza dirlo, la loro vita per ripararsi dal trauma e credendo di riparare i figli da esso.
In certi casi, invece, è proprio il dolore e la sofferenza frutto di traumi che colpiscono il cuore sano e amorevole, che lo costringe a diventare segreto. Le paure e il dolore per un trauma ricevuto fanno sì che una parte di noi “migri”, si nasconda e viva nascosta perché potenzialmente pericolosa per far nuovamente capitare i traumi. Se sono me stesso, se dico cosa sento, l’altro mi lascia, mi abbandona, mi aggredisce, mi fa del male e mi colpevolizza per ciò che sono, per il mio cuore segreto.
Sembra più difficile vedere le competenze emotive, il cuore e gli affetti di cui il soggetto non può nutrirsi, rispetto alla copertura emotiva aggressiva difensiva.
Sentimenti di paura o di dolore o amore vengono cosi negati, abituandoci a non vederli più e a reagire a essi automaticamente senza passare per il cuore segreto, che ha le sue ragioni di esistere. Esso si forma a seguito del trauma affettivo che subisce, a seguito dell’amore mortificato, colpito, tradito o ferito in qualche modo. L’affetto di base e il dolore per la sua ferita si nascondono nella nostra mente e nel nostro corpo. Spesso si rinuncia al proprio cuore segreto per non ferire l’altro o per impossibilità di esistere.
Mancanza di accesso al cuore segreto e dolore: spazi di cura
L’amore ferito e il dolore a esso associato generano una sofferenza spesso non ben visibile, a volte proprio non capibile, ed è per questo che il cuore è segreto o parzialmente segreto, ma in tutti i casi il dolore può accumularsi e trasformarsi in distruttività (cattiveria) e odio sia verso di sé, svilendosi, oppure verso l’altro, per la necessità di liberarsi di questo carico di male eccessivo, fino a pensare che sia proprio l’altro il cattivo: in questi casi distruggere o colpire l’altro diventa una certezza, una sicurezza, ma che, non dimentichiamolo, parte dalla propria eccessiva sofferenza segreta, spesso non visibile o non gestibile. Diventiamo cattivi senza esserlo o soffrendo. Nel caso di I. tutto ciò fu visibile e il dolore divenne gestibile, ma è proprio il dolore non tollerabile a causare odio verso di sé e poi verso gli altri: accade spesso così che c’è chi deve annegare nell’alcool o nelle sostanze tutto ciò che è sofferenza, e chi invece deve vivere rinforzando la distruttività come “medicina” per scaricare il dolore.
Rabbia, distruttività e cattiveria sono i risultati ultimi del senso di colpa per una sofferenza che ti colpisce, ma che si tramuta in colpa e in dolore che poi si scarica con distruttività.
Sono pericolosi i modi in cui la società favorisce l’odio collettivo in quanto ciò genera una giustificazione per lo scarico del dolore non capito, che andrebbe invece messo più in relazione alle proprie ferite. È per questo che vanno studiati i traumi infantili. Ognuno di noi ha un confine di tollerabilità del dolore, che necessita però di qualcuno che ci aiuti a farlo diventare più visibile e più gestibile per integrarlo e magari apprendere da esso. Non piace a nessuno soffrire e ciò implica sempre una depressione: si dice che è meglio un depresso che una persona cattiva in guerra col mondo, ma bisogna dire che tutti noi ci difendiamo a spada tratta dalla depressione e dalla tristezza o dal capire che soffriamo o che abbiamo sbagliato o che qualcosa di noi non va. La speranza è avere qualcuno, che siano dottori, amici, persone varie che si accorgano di ciò e che possano nel tempo aiutarci a trovare una dolcezza in molte nostre ferite e rigidità per arrivare al nocciolo emotivo del problema.
In molte famiglie il dolore o le sue ferite non sono visibili fino a che una persona, di solito i figli, presentano un problema che non si riesce a risolvere con gli strumenti che la famiglia ha, sempre che famiglia ci sia. Sappiamo però che, anche se separati, i genitori possono essere simbolicamente sempre famiglia e che, o per il bene o per il male, essi ci accompagnano dentro e fuori nello sviluppo di tante vicende. Quello che allarma i genitori è l’incapacità di immaginare cosa stia succedendo al figlio o il non riconoscerlo più.
Come aiutare il cuore segreto a esprimersi
In questi casi credo sia importante capire come e in che modo trasformare il dolore di un familiare o di un intero gruppo familiare. Ciò può avvenire individualmente o in gruppo, o in relazioni di cura condivise, uscendo da questa vita di superficie e di “bei sorrisi” che ci difendono dal mostrare ciò che siamo veramente o che ci fa soffrire, o ancora da ciò che riteniamo negativo della nostra esistenza. Mascherare l’umano con indifferenza o impersonalità rallenta e allontana il passionale che ci abita, in modo che tutti noi fatichiamo spesso a goderne o a viverlo più naturalmente.
Spesso è più semplice interagire con chi è apparentemente cattivo, anche se fa paura o fa male, offende, colpisce, rispetto agli indifferenti dell’anima.
Per questo dobbiamo occuparci di distruttività, per rendere questo meccanismo più comprensibile soprattutto alla persona che è affetta da questi automatismi dell’odio. In parole più semplici a volte riusciamo a capire di una persona tanti affetti o comportamenti sani che gradualmente diventano più forti delle ferite o che sono proprio la guarigione delle ferite stesse.
A. era aggressivo con me, ma in un modo strano: più veniva avvicinato e confortato, più diventava teso e rabbioso, arrivando a momenti molto difficili. Non lo seguivo io perché era contrario alle terapie e la nostra relazione diventava facilmente conflittuale, soprattutto quando non si riusciva a tollerare la sua rabbia fortissima. Con il tempo sono emersi sia elementi di trauma infantile di carattere seduttivo, sia un recupero di parti sane: l’affetto per i bambini, l’affetto per figure paterne e fraterne. L’ipotesi è che, nel momento in cui A. riesce a provare affetti consentiti, smarcandoli da abusi o da violenze varie, si rende conto di essere molto capace di amore e di manifestare affetto vero, migliorando molto sul piano caratteriale. Sono venuto a sapere successivamente che è ed era stato un cosiddetto paziente pericoloso e grave. Ciò suggerisce che attività e momenti di vita, sia spontanei che organizzati, possono produrre un aiuto e una comprensione emotiva del significato della cattiveria, a patto che ciò avvenga in gruppi continuativi collegati e in un ambiente terapeutico, il che non vuole dire clinica o luogo di cura manifesto, ma che può corrispondere a un ambiente con gruppi sani e pensati. È più facile che il soggetto beva e diventi distruttivo invece di trasformare il dolore per un trauma in una maggiore consapevolezza o in una vita meno malata.
Per esempio, T. è un giovane noto per una grave rabbia che esita in esplosioni che gli valgono il titolo di violento e che lo inibiscono nella carriera, che potrebbe essere prestigiosa. Rimane sempre in una posizione di bambino non realizzato e passa il tempo a inveire contro chiunque. Dopo anni riesce a capire che vi sono suoi sentimenti di grave angoscia che questa caccia al colpevole non permetteva di sentire, cioè prima di passare alla caccia di chi gli dà fastidio vi è un sentimento disfunzionale che si coglie e che ha a che fare con l’umiliazione. Lui, così assertivo e forte, trasmette in alcuni momenti l’umiliazione scaturita dal fatto che il pensiero di abbandonare la madre faceva di lui un figlio cattivo, poi colpevolizzato e di seguito umiliato, ma solo alla fine arrabbiato e rabbioso e “pericoloso”. Molte sofferenze erano legate al clima emotivo di abbandono che la famiglia aveva verso di lui come bambino piccolo, in quanto la famiglia viveva in una comune molto lontana dall’ascolto dei bambini.
Sembra domandarsi se ci si può separare senza essere cattivi.
Al di là del fatto che io sia riuscito a pormi in maniera più paritaria e meno direttiva, cosa che lo ha aiutato, T. automaticamente vive come colpa portare qualcosa di suo, col terrore di far male alla mamma, molto direttiva nei suoi confronti. Il suo sentirsi umiliato e mortificato non viene visto, né soccorso, in una lontananza da sentimenti come l’umiliazione che richiedono assistenza, aiuto e vicinanza per essere trasformati.
Solo dopo aver visto assieme questi aspetti del suo dolore, e scorgendo la possibilità di soccorrere il suo cuore ferito, ha potuto rinunciare a medicarsi con la rabbia e la sua evacuazione fuori da sé.
Il senso e il bisogno della verità e il suo metodo per raggiungerla è un’esigenza inconscia di ognuno e il risultato è un proprio metodo inconsapevole di applicarlo (Sandler, 2006), ma diventa difficile fare tutto questo da soli. Un “altro” può accompagnarci a provare sentimenti molto feriti che tengono in ostaggio parti sane, come nel caso di T., che in realtà aveva molto affetto per la madre, cui temeva di far male o di danneggiare. Trasformare queste emozioni profonde sviluppa parti “filosofiche” inconsapevoli della persona, che parlano di parti bambine, antiche, nate con noi. Dunque, queste emozioni difficili, ma che nascondono molti aspetti sani, sono influenzate da numerosi ostacoli che possono impedire di conoscere la realtà nei casi in cui questa si presenti come oscura, violenta o traumatica. Le nostre capacità di comprensione vengono meno, spesso la realtà viene odiata, e con essa il dolore.
I metodi filosofici personali, le capacità di comprendere gli affetti sani profondi e il lavoro sui traumi sono legati fra di loro, ma la capacità di leggere questi affetti primari o di farsi aiutare in questo percorso è soggettiva.
L’ altro, che sia un dottore o una persona vicina, è importante nel permettere questo tipo di processo.
Occorre però stare attenti nel considerare valido per tutti un metodo in questo campo, dove in realtà ognuno ha cercato la miglior soluzione possibile per capire cosa gli accadeva: aiutiamo pertanto la singola persona a trovare la sua strada per come essa può percorrerla, rispettando i suoi tempi e non invadendolo di nostre aspettative o di richieste che valorizzino noi stessi come supereroi della psiche.
È anche per questo che il lavoro su diversi stimoli culturali o familiari aiuta molti a esprimere ciò che da soli è difficile fare e ciò vale soprattutto quando le psicoterapie non sono sufficienti: se è vero che la psicoterapia può portare il paziente proprio lì dove egli odia la sua realtà o non è in grado di coglierla, allora si può immaginare la necessità di dispositivi di un diverso livello terapeutico per aiutare con altre strade. Occorrono, in altre parole, spazi che diano senso e condivisibilità a un sentimento.
Contenitori familiari e sentimenti non differenziati
Vediamo come esempio quante emozioni potenti (la vergogna in questo caso) siano poco capite dai protagonisti della stessa famiglia, in questo caso madre e figlio.
F. è un uomo di 40 anni con un grande consumo di alcool, cocaina e altre sostanze, è componente di una famiglia molto abbiente. Apparentemente è difficile capire qualcosa, tutto è cancellato dalle sostanze e da anomalie comportamentali, con lotte, risse etc.
In che modo il suo contenitore e gruppo familiare può non essersi accorto delle reali difficoltà del figlio, al di là di quelle comportamentali visibili a occhio nudo? Alcune emozioni del contenitore familiare non sono visibili dai suoi membri, come nel caso dell’emozione della vergogna, che è diffusa nella struttura familiare materna e originaria della terza generazione rispetto a F., come a dire che le emozioni non erano capite e trasformate dal paziente, ma anche allo stesso modo dalla mamma e dal padre della mamma. Non ci stupiremo se tutto ciò poi dà luogo a comportamenti poco armonici o sani, rigidi e non modificabili.
F. beve e consuma sostanze per vincere una propria inibizione che da adolescente aveva nei confronti di molte figure, soprattutto le donne. Ha molte avventure, ma si è sempre posto la questione del come approcciarsi e se piacesse o meno alle ragazze. Alla madre viene comunicata la sensazione di vergogna che troviamo nel figlio, ma la madre afferma che questa è anche la sua vergogna, il sentimento che ha sempre provato: ciò soprattutto durante un lungo contenzioso col proprio padre in merito alla riuscita, al poter studiare e ad avere una vita sessuale o sentimentale libera. In sostanza lo stesso sentimento alberga in maniera non disgiunta, non separata, sia nel figlio che nella madre (da notare che entrambi sono reduci da anni di terapie), ma anche nel padre della madre, che si vergognava della figlia ribelle e che voleva studiare.
Questo dato presuppone una possibilità per la madre di essere aiutata a trasformare questo sentimento che presumibilmente si è radicato anche nel figlio: visti gli anni di terapie varie e di tentativi per aiutare questo ragazzo, penso sia importante fare un lavoro radicale, importante sui genitori per capire quali elementi siano ancora in gioco come loro elementi non ancora separati nel figlio. Anche il padre ha un riserbo e un pudore per le proprie sofferenze e per il proprio dolore, schiacciato da un successo strepitoso nella vita, e dunque da una vita che “va al massimo”. In questo modo anche il padre è impegnato a tenere a bada sentimenti di dolore con una vita piena di “benefit” che può permettersi e di cui può godere.
Il curare, come dottore, uno stato mentale a due o a tre persone può richiedere diversi spazi e momenti: alcuni tradizionali e tecnici, come la psicoterapia dei singoli, la madre e il figlio in spazi staccati per esempio, ma almeno uno spazio terzo che, come una circolazione extracorporea, possa ospitare i pensieri e i sentimenti inespressi di questa famiglia. Questo spazio terzo può essere o la mente del terapeuta, o la mente comune dell’équipe che spesso è il vero luogo di cambiamento sia perché più menti possono dare visioni utili della questione, sia per il suo sostegno al terapeuta.
Troppe terapie solo su un individuo rimangono senza miglioramenti, e ciò ci spinge a pensare di avere necessità di nuovi modi per curare chi soffre.
La vergogna è un sentimento di grande potenza: può essere molto trattenuto o non espresso, anche perché vergogna significa proprio questo, il nascondere ciò che è nascosto e difficile da rintracciare.
Come curanti staremo attenti non solo alle persone che dichiarano apertamente “ho vergogna”, comunicazione peraltro importante, ma anche a ciò che non viene detto da chi ci sta di fronte che, pur presentando molti aspetti di riuscita sociale e di affermazione, ha invece una vergogna non detta, non comunicata. Il poter avere attenzione a ciò che non viene detto è uno dei punti forti per ognuno di noi, come quando la vergogna non fa capire all’altro il proprio dolore, mentre noi sappiamo bene quanto il dolore da amore negato o da trauma affettivo vada capito, anche se dobbiamo ricordare che esso produce dolore: tollerare il dolore è una buona vaccinazione ma solo se esso apre all’amore e se è gestito coi tempi di chi lo porta dentro. Il dolore troppo spesso è idealizzato e può portare paziente e dottore o a condividerlo o a distanziarsi perché, ammesso che se ne trovi la causa, non è detto che poi chi se lo trova addosso riesca bene a gestirlo. Sarà compito del curante valutare quanto un dolore è tollerabile, anche facendo un passo indietro dall’accanimento terapeutico, o dalla fede nella propria disciplina. Per un paziente uscire dalla seduta con una ferita troppo sanguinante equivale al lasciarlo con ferite troppo aperte e senza progetti per la loro gestione, senza un gruppo, senza contenitori sufficientemente sani.
Espressione chiara dei sentimenti e loro comunicazione
È il compito più complesso per tutti noi, curanti o curati, come nel caso di G., venuta per la figlia anoressica da anni: voleva che trovassi il modo di darle dei farmaci, ma una volta invitata a parlare, raccontò di sua mamma, che era molto debole e che temeva gli uomini. G. era cresciuta quindi con l’idea di una femmina sempre debole e spaventata di fronte al maschile e in un certo modo aveva trasmesso questa immagine alla figlia I., che si era distanziata dalla madre e da questo tipo di visione del femminile, ma solo tramite il cibo, smettendo di nutrirsi e trovando un modo per entrare in conflitto con la madre e per negare la sua femminilità e il suo corpo. Da figlia modello, perfetta a scuola ma fredda e dipendente, I. diventò una figlia che contestava tutto ciò che riguardava l’alimentazione, ed era guerra dura tutti i giorni. Parallelamente si distanziava dall’essere una donna.
Dopo un po’ di colloqui con G. si arrivò alla conclusione che era importante spiegare alla figlia ciò che lei provava e che aveva capito di sua madre: fu così che la donna imparò gradualmente a raccontare ciò che sentiva, a parlarne, a dire a I. le sue verità, diventando quindi implicitamente più attiva, viva, cosa che piacque molto alla ragazza, che intanto migliorava. Frasi del tipo: “guarda, figlia mia, che io ho avuto una mamma che temeva i maschi, che era a loro sottomessa e io ne sono venuta fuori spaventata”, oppure “non sono mai stata capace di essere forte” aiutarono la figlia a non vedere la madre solo come nemica o solo passiva (ciò spesso diventava motivo di conflitto), in quanto se si fosse troppo dispiaciuta per la madre sarebbe stata una debole.
Dal momento che la madre è riuscita a dire alla figlia quanto la ama e quanto ha capito che fa male a entrambe l’essere sottomessa, la figlia le chiede regolarmente di uscire a mangiare assieme e a fare la spesa. Il fatto di vedere una madre più forte e capace di vivere una sua vita fece migliorare molto I. che ora, arrivata a un rapporto meno conflittuale e più affettivo, riesce a dire a G. quanto uno dei problemi sia il rapporto col padre, spesso rigido e “non vedente” le esigenze delle persone vicine a lui. La storia va avanti nel senso di un sempre maggiore lavoro sulla possibilità di vedere le aree di piacere e dolore della famiglia, ma senza identificare la figlia come unico problema e invitare lei a fare tutto il lavoro del guarire (da anni la paziente era seguita, ma senza esiti).
Dunque, troviamo caso per caso le strategie più giuste per capire il dolore e farci meglio i conti, sia come genitori che come figli, facendo graduali passaggi dai dolori più comuni oppure facendo da tramite con chi invece il dolore non lo può vivere o neanche intuire. Ma è di grande importanza il modo in cui si riesce a capire i sentimenti in ballo e il loro nascondimento: in questo caso il cuore segreto di I. era legato alla sofferenza per un grande amore verso la madre e un dispiacere per la sofferenza materna che non erano esprimibili. Tutto ciò diventava una serie di movimenti di distacco e di odio verso una sofferenza non compresa.
Spesso in molte sofferenze hanno giocato tanto i nostri traumi affettivi, come esperienze che trasformano il rapporto con un narcisismo sano, che possa dare vita anche a una sana aggressività: le parti naturali e sane vengono frustrate da traumi affettivi o familiari o da appartenenza a gruppalità familiari malate, nascondendosi e scomparendo.
Nascono così le difese dagli affetti e lo sviluppo di aree patologiche aggressive come frutto di un non credere nell’affettività o in proprie parti traumatizzate.
Capire questo può permetterci di trasformare le paure in risorse, superando le lotte fratricide fra madre e padre che in realtà rappresentano lotte fra modi di vivere fra i diversi gruppi familiari consci o inconsci di origine di entrambi i genitori.



