C’è un filo invisibile che unisce le onde selvagge di Fuerteventura ai corridoi silenziosi dei reparti di pediatria. Quel filo si chiama Matteo Iachino. A luglio 2026, lo skipper ligure ha scritto un’altra pagina indelebile della storia del windsurf conquistando il suo quinto titolo mondiale PWA, questa volta nell’inedita e spettacolare disciplina dello Slalom X. Ma ridurre questa ennesima impresa a un mero dato statistico significherebbe perdersi la parte più autentica della storia. Perché dietro la bacheca di un campione leggendario – l’unico italiano ad aver mai scalato la vetta del windsurf professionistico – batte il cuore di un grande uomo che ha deciso di mettere le sue ali di foil al servizio degli altri, senza mai dimenticare le proprie radici.
Matteo Iachino e il quinto titolo mondiale nel windsurf
Il percorso sportivo di Iachino è un crescendo di record: dal primo storico trionfo nel 2016 nello Slalom classico, passando per il secondo sigillo nel 2023, Campione del Mondo Speed Foil ISWC nel 2024, all’oro nel Foil Slalom del 2025 e, infine, al capolavoro di quest’anno a Sotavento. Nello Slalom X, una specialità durissima che unisce la velocità pura a ostacoli tecnici in mezzo al mare, Matteo ha dominato la scena piegando la resistenza del rivale storico Pierre Mortefon e laureandosi campione con tappe d’anticipo. Eppure, la risonanza di questo meritato quinto titolo mondiale è pari solo alla sua profonda modestia. Da sempre disponibile, equilibrato e gentile con tutti, Iachino rivela proprio attraverso queste qualità umane la vera statura del campione, quella che non si misura in medaglie ma nel rispetto e nell’affetto di chi lo circonda.
Matteo Iachino e il legame con la Lega Navale Italiana
Questo legame viscerale con il territorio e con i valori più sani dello sport affonda le radici nella sezione Albisolese della Lega Navale Italiana. È qui che Matteo è nato sportivamente ed è qui che è germogliato il suo amore totalizzante per il mare. Oggi, da socio “speciale” pluridecorato di quella stessa sezione, Iachino non dimentica il punto di partenza: è costantemente in prima linea nell’ambito della promozione e dell’avviamento allo sport, ispirando le nuove generazioni di atleti a solcare le onde con la sua stessa passione.
“Un solo mare per tutti”: Matteo Iachino tra sport, ambiente e solidarietà
È da questa visione che è nato anche il progetto “Un solo mare per tutti”, un’iniziativa ecologica e sociale sostenuta dallo Yacht Club Italiano e, soprattutto, dall’associazione Il Porto dei piccoli. Con loro, Iachino ha trasformato lo sport estremo in un messaggio di speranza attraverso traversate in solitaria che hanno dell’incredibile. Nel 2022 ha unito Imperia alla Corsica in poco più di sei ore; nel 2023 si è superato compiendo una maratona di 370 chilometri da Golfo Aranci a Livorno. Volando sul foil per quasi dieci ore consecutive, affrontando onde di due metri e bonacce improvvise, Matteo ha dimostrato una forza d’animo che va ben oltre la preparazione atletica.
Matteo Iachino e l’impegno per Il Porto dei piccoli
Ogni goccia di sudore versata in quelle traversate aveva un obiettivo preciso: accendere i riflettori sulla tutela dei nostri mari e raccogliere fondi per i bambini che affrontano la malattia. In qualità di Ambassador del Porto dei piccoli – la fondazione no-profit che da oltre vent’anni offre supporto ludico-pedagogico ai piccoli pazienti negli ospedali (come il Gaslini di Genova) e a domicilio – Iachino porta la magia del mare dove c’è sofferenza. Grazie al suo impegno, i laboratori sul campo, le giornate in spiaggia e il programma Sport@HOME permettono a bambini con gravi fragilità fisiche e sociali di vivere momenti di gioia, sport e inclusione.
Vincere cinque titoli mondiali in quattro specialità diverse richiede un talento straordinario. Ma usare quel successo per curare le ferite dei più piccoli, per trasmettere i valori della Lega Navale ai giovani e per trasformare il mare in un luogo accessibile a tutti, richiede qualcosa di più raro. Matteo Iachino sul podio di Fuerteventura non ha solo sollevato una coppa; ha dimostrato al mondo che si può essere giganti sulla tavola rimanendo campioni di generosità, gentilezza e umiltà nella vita di tutti i giorni.
Ed è proprio dalla viva voce di Matteo che emerge tutta la complessità, l’autenticità e la profondità di questo percorso: un viaggio fatto di battaglie interiori, sogni coltivati fin da ragazzino, cadute brucianti e una passione viscerale per il mare.
L’intervista a Matteo Iachino
Matteo, cosa si prova nell’istante esatto in cui realizzi di aver vinto un titolo mondiale?
«La sensazione più nitida è quella di togliersi un macigno dalla schiena. Quando insegui un sogno per così tanto tempo e ci lavori ogni singolo giorno, finisci per attribuirgli un peso enorme, a volte persino eccessivo. È qualcosa che vale nello sport come nello studio, nell’arte o in qualunque passione totalizzante: dedicarsi a un obiettivo 24 ore su 24, per anni, carica sulle tue spalle la responsabilità di dimostrare a te stesso che puoi farcela. Quando tagli il traguardo e capisci che è fatta, quel peso crolla all’improvviso. Più che un’esplosione di euforia immediata, subentra un senso profondo di quiete e serenità. Ti serve del tempo per metabolizzarlo, per capire davvero che quel masso non c’è più. Il valore di quel momento non sta tanto nel trofeo o nella statistica in sé, ma nella consapevolezza di aver concretizzato l’impegno di una vita intera».
Sembra quasi una sfida intima, un confronto continuo prima di tutto con te stesso.
«È esattamente così. Nello sport la vera battaglia non è contro gli avversari, ma contro le proprie insicurezze, le paure e i limiti quotidiani. È un confronto che, se affrontato nel modo giusto, ti spinge a evolvere. La parte atletica è quasi meccanica: hai un programma, alleni il corpo come un motore ben oliato, curi i carichi di lavoro e la respirazione. La mente, invece, non ragiona in bianco e nero: è un territorio pieno di sfumature grigie e imprevisti. Prima di vincere, temevo persino il vuoto del “dopo”: mi chiedevo cosa sarebbe rimasto una volta raggiunto l’obiettivo per cui avevo sempre vissuto.
Poi, però, quel dubbio si è trasformato in una spinta ancora più feroce. Vincere una volta può farti pensare al caso o alla fortuna; confermarsi, invece, significa dimostrare a te stesso che quel posto nell’élite mondiale ti appartiene davvero. C’è sempre una voce interiore che prova a insinuare il dubbio, ma il modo migliore per metterla a tacere è tornare in acqua e vincere di nuovo, anche contro le nuove generazioni di talenti che arrivano con la giusta fame per scalzarti».
Se guardi indietro, qual è stata la prova più dura che hai dovuto superare in carriera?
«Ho perso molte più gare di quante ne abbia vinte: all’inizio faticavo persino a superare le batterie di qualificazione. Ma la prova più logorante in assoluto è stata l’ultima tappa del 2015 in Nuova Caledonia, l’anno prima del mio primo titolo mondiale. Ero in testa al circuito, ma arrivavo da mesi emotivamente devastanti: avevamo da poco perso Alberto Menegatti, un compagno di squadra, un amico e il punto di riferimento a cui mi ispiravo, scomparso all’improvviso nel sonno. Quel dolore mi aveva spinto a isolarmi da tutto e da tutti. Per due mesi avevo pensato solo ad allenarmi in modo ossessivo, convinto che il rigore assoluto fosse l’unica strada, ma avevo finito per soffocare me stesso.
Arrivai a quella gara svuotato, teso come una corda. Alla prima prova, mentre ero saldamente in testa, l’ansia mi fece perdere completamente la lucidità: invece di tagliare il traguardo corretto, sfilai tra una barca e una boa arancione promozionale che non c’entrava nulla con il percorso. Da lì fu un crollo: partenze anticipate, squalifiche, un decimo posto di tappa e il terzo posto finale nel Mondiale. Nei mesi successivi ne pagai il conto a livello fisico e psicologico, tra insonnia e veri e propri attacchi di panico durante i test invernali. È stato un passaggio doloroso, ma è stata anche la lezione più preziosa della mia vita: ho imparato a non alienarmi, ad accettare la sconfitta e a capire che il windsurf è una parte fondamentale di me, ma non l’unica cosa per cui valga la pena respirare.»
E il momento che invece custodisci come il più emozionante in assoluto?
«La vittoria nella tappa di Coppa del Mondo in Costa Brava, sempre nel 2015. Più ancora del Mondiale vinto l’anno successivo, quel successo singolo fu un fulmine a ciel sereno. Passare dai primi venti ai primi dieci richiede un salto notevole; salire sul podio è un’ulteriore barriera; ma vincere una tappa contro i mostri sacri sembrava un traguardo irraggiungibile. Quando ci sono riuscito, l’emozione è stata travolgente: ricordo ancora le ore passate da solo sulla spiaggia, a fissare il mare in silenzio, piangendo di gioia. In quel momento ho capito per la prima volta che quel sogno non era un’utopia, ma un cammino realmente percorribile.»
Nel costruire questo percorso, quali figure hanno lasciato un’impronta decisiva?
«Mio padre è stato il primo tassello: mi ha messo sulla tavola da bambino e mi ha trasmesso l’amore incondizionato per il mare. Senza di lui non avrei mai iniziato. Il windsurf è la mia specialità, ma la mia vera casa è l’acqua: surf, pesca, apnea, canoa… toglietemi il mare e non so fare nient’altro. Poi, a livello sportivo, c’è stato Alberto Menegatti. Alberto è stato il pioniere: il primo italiano a sfondare un muro storico, a salire sui podi di Coppa del Mondo e a diventare vice campione del mondo nel 2013. Vederlo da vicino, condividere le trasferte, la palestra e la quotidianità ha ridimensionato il mito.
Ho capito che i grandi campioni non sono divinità irraggiungibili, ma persone normali che lavorano con dedizione straordinaria. Umanizzare l’idolo mi ha fatto capire che potevo farcela anch’io. Alberto mi ha insegnato i dettagli della vita da professionista, dalla gestione degli sponsor alla logistica dei viaggi. È stato un faro e un ponte verso il professionismo per me e per tanti altri ragazzi.»
Oltre le coppe e i record mondiali, qual è il più grande insegnamento che ti ha regalato il mare?
«Al windsurf devo praticamente tutto ciò che ho: la mia maturità personale, i viaggi, la comprensione del mondo e persino l’incontro con la mia compagna. Mi ha insegnato a guardare le cose con una prospettiva più aperta. La competizione e i titoli mondiali sono solo la punta dell’iceberg, una piccola frazione di una realtà molto più ampia. Il dono più grande è il privilegio di svegliarsi la mattina e andare a letto la sera senza aver mai sentito il peso del dovere come un lavoro: quando la tua professione coincide con la tua passione più pura, ogni fatica diventa naturale. Devo ringraziare il mare e questo sport per avermi permesso di vivere così.»
Guardando avanti, quali sono i tuoi prossimi orizzonti?
«Se potessi scegliere, non cambierei una sola virgola della mia vita: firmerei per continuare a vivere esattamente così, con questa intensità e questa felicità. Dal punto di vista agonistico, la fame non si spegne. Vincere è quasi un istinto predatorio: più assapori il gradino più alto del podio, più senti il bisogno di tornarci. Non per vanità, ma per rinnovare quella promessa fatta a me stesso: dimostrare, onda dopo onda, che sono ancora lì, pronto a dare il massimo.»
Un ringraziamento sincero a Matteo Iachino per la generosa disponibilità, per il tempo che ci ha dedicato e per aver condiviso senza filtri sentimenti intimi, fragilità e memorie personali. Con la sua consueta umiltà e autenticità, Matteo non si è limitato a raccontare le sue imprese, ma ci ha permesso di scorgere i segreti più profondi e la reale statura di un campione vero: quella che non si esaurisce sul gradino più alto del podio, ma si riflette con la stessa forza e dignità in ogni gesto della vita quotidiana.



