Vaso di Pandora

Il destino della violenza

Qualche anno fa uno straordinario libro compariva improvvisamente sulla scena. Steven Pinker nel suo “Il Declino della Violenza” racconta che quella che stiamo vivendo è probabilmente l’epoca più pacifica della storia; docente di psicologia a Harvard, ci dice che quella che stiamo vivendo è probabilmente “l’era più pacifica della storia della nostra specie”.

La rivista Time lo ha inserito tra i cento pensatori più influenti del nostro tempo. A sostenere questa tesi Steven Pinker, dimostra, statistiche alla mano, che il calo della violenza può essere addirittura quantificato. E le cifre che fornisce sono impressionanti. Ma che cosa ha determinato questo declino della violenza? Secondo Pinker, tale processo è dovuto al trionfo dei “migliori angeli” della nostra natura (empatia, autocontrollo, moralità e ragione) sui nostri “demoni interiori” (predazione, vendetta, sadismo e ideologia), un trionfo reso possibile dalle istanze civilizzatrici su cui l’Occidente ha fondato la propria identità.

Pochi anni dopo Didier Fassin, francese professore di Scienze sociali a Princeton, scrive un altro testo, altrettanto solido e credibile Punire, una passione contemporanea. Afferma in sintesi che negli ultimi decenni le nostre società sono diventate più repressive, le leggi più severe, i giudici più rigidi, e questo senza che ci sia alcun legame diretto con la criminalità. Didier Fassin si sforza di cogliere, con un’analisi genealogica ed etnografica, la posta in gioco di questo momento punitivo. 

Ma la Ragione conserva o no ancora l’aureola? O il Sacro dilaga…inteso come sintesi della Distruttività.
E poi Bad or Mad è quesito attuale.
Diminuisce la Violenza, ma aumenta il Castigo che nella professione psichiatrica significa incremento delle misure di sicurezza e delega sicuritaria alla sanità.

Prevenzione assoluta della condotta violenta, posizione di garanzia ed esaltazione della responsabiltà, non accettazione dell’imprevisto. Benvenuti nel nuovo mondo. Rems e Comunità i nuovi mondi degli Dei?


La Violenza, la sua natura, la sua contiguità o meno con le infermità psichiatriche, la sua necessità e la sua possibile (?) trattabiltà sarà oggetto di discussione in una relazione a doppia voce durante il Congresso di Alghero della Società Italiana di Psichiatria Forense.

L’eclissi della educazione emotiva e dei sentimenti nell’Età del Vuoto, ma ciò è di competenza psichiatrica? Parola o tweet, l’atto improvviso, il peccato, la naturalità della Violenza, la Banalità del Male e l’atto delinquenziale. L’altro come nemico. La responsabilità deresponsabilizzata nella attualità. La psichiatria esecutiva, efficiente e stolta.
Giustizia, Cura o Confusione?

Kakuma Nowhere…e il regno della Violenza Confusa.

Due psichiatri di formazione diversa, ma entrambi “sul campo e non in collina” si confronteranno con il Cuore di Tenebra della Violenza quando associata al disturbo psichiatrico e quando si rende visibile, ben sapendo che ciò che conta è sempre il giusto interrogativo e non la risposta.

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Commenti su "Il destino della violenza"

  1. Grazie Pietro di queste considerazioni.
    Io avevo l’impressione che la violenza, ovvero l’uso della forza, delle armi o delle provocazioni per dominare, costringere, abusare, uccidere, fosse aumentata…
    La strisciante terza guerra mondiale, la violenza sulle donne e la strage dei migranti lo farebbero supporre.
    Ho anche la percezione chiara che l’individualismo esasperato, il narcisismo incontrastato, la stupidità da cui deriva presunzione, trionfino facilmente sulla comunità che ricordo è caratterizzata da comprensione, condivisione, compassione e confidenza.
    Detto questo mi auguro che il libro che citi e che non ho letto, esprima un desiderio comune che dovrebbe indurci a trovare risposte puntuali e opportune al disagio mentale che sfocia in atti che sarebbero perseguibili penalmente.
    Ma non tutti sono imputabili: i matti non hanno questo diritto; bada bene che non sto affermando che non abbiamo il dovere di individuare nella patologia mentale il Focus del delitto, il che presupporrebbe che la cura dovrebbe prevalere sulla custodia senza trascurare il problema della sicurezza sociale.
    Il punto centrale sono le persone disperate, sole, incomprese e abbandonate ipocritamente ad una sorte ineluttabile.
    Nel libro libro: la follia raccontata ai bambini uno di loro affermava: io non so se saprei curare o guarire un matto, ma sicuramente sarei capace di stargli vicino. Siamo noi psichiatri sicuri di saper almeno far questo?
    Forse sì forse no.
    Comunque le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza esistono e con esse dobbiamo fare i conti da psichiatri consapevoli però che il nostro compito è di curare individuando le necessità e criticando le contraddizioni; una banale è che nel titolare la struttura destinata a tale compito non si citano per niente la cura e la terapia.

    SPDCC servizio psichiatrico di cura e custodia?

    Dove sono i limiti di queste due singolari necessità? Possiamo separale fittiziamente o burocraticamente come siamo capaci di fare tra minorenni e maggiorenni con le relative responsabilità, oppure forse dobbiamo condividerle dialogando con altri che parlano linguaggi diversi e che guardano il fenomeno violenza da altri vertici di osservazioni.

    Mi pare che l’esperienza della Rems si faccia strada faticosamente in tale strettoia.
    Pertanto è giusto interrogarci come fai tu sul senso, ma soprattutto sul significato dei nostri atti terapeutici non abdicando alla specificità delle nostra professione.
    Grazie!

    Rispondi
  2. Sarebbe interessante sapere se Pinker parla solo dell’Occidente o anche delle nostra specie in toto. Credo comunque che dati statisticamente affidabili provengano solo dall’ Occidente e forse da altre realtà che ad esso non appartengono, come la Cina, o vi appartengono parzialmente, come la Russia; molto meno dal resto del mondo.
    In Occidente – Europa occidentale, Nord America – la segnalata riduzione della violenza individuale, delinquenziale, potrebbe esser coerente con quella rilevabile negli Stati e fra Stati, che è divenuta quasi solo virtuale: da quasi 80 anni le guerre europee sono pressochè cessate. Diversa è la situazione su scala mondiale, come fa notare Gianni Giusto, Qui, se da un lato lo sviluppo degli armamenti rende purtroppo più facile uccidere a distanza senza dover “vedere gli occhi d’un uomo che muore” (De Andrè) dall’altro rende -speriamo – impensabile lo scontro totale finale.
    Da noi, la riduzione della violenza agita ha a che fare con l’era del vuoto, citata da Pietro Ciliberti e di cui ci ha parlato anche Lipovetsky? Forse ne fa parte la perdita di fede in quelle ideologie che troppo spesso ci hanno portato a scontrarci? Gilbert Durand ci ha parlato di un recupero dell’immaginario: ma direi che con i fantasmi dell’immaginario noi giochiamo, senza prenderli mai troppo sul serio. Questo gioco lascia spazio a quella attività seduttiva – clamorosamente presente nelle pubblicità e nella propaganda politica – che in parte ha sostituito la costrizione.
    E poi: “Sotto l’egida dell’Inconscio e della Repressione, ognuno è rinviato a sè stesso, alla ricerca della sua immagine demistificata.” Forse il confronto con i nostri fantasmi interni lascia meno spazio al confronto anche violento con l’altro. Davvero l’impatto sociale della psicanalisi è così positivo?
    Pietro Ciliberti lascia spazio anche alla risposta istituzionale alla violenza. all’aumento di quello che definisce “castigo”, riprendendo un tema proposto a suo tempo dal Foucault di “sorvegliare e punire”. Come questi faceva notare, forse più che altro il castigo ha cambiato faccia: dalla ferocia ostentata di quelli che egli definiva “lo splendore dei supplizi” si è passati a una protratta attività di contenimento e disciplina.
    In questo contesto, la psichiatria forense si trova a situarsi nell’impegnativo crocevia fra il prendersi cura e il punire, sempre se ammettiamo che, almeno in chi subisce la misura di sicurezza, sia presente un vissuto di punizione; e lasciando da parte la problematicità di quel concetto di libero arbitrio su cui posa quello di punizione.

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  3. Chi arriva con misura di sicurezza ha presente un vissuto di espiazione colpa? O piuttosto un rinforzo di una confusione su se stesso sulla sua vita sulla spezzata vicenda esistenziale tra interpretazioni diverse tanto più incomprensibili se lontane dalla propria cultura per non rinforzare un vissuto paranoico e un agito antisociale?
    La Rems mostra drammaticamente la difficoltà a reperire una biografia comprendile e condivisibile veramente empaticamente con curanti che hanno compiti di custodia e solo staccandosene (mandando in altri contesti cioè più liberi da compiti di carcere) possono aiutare ma appunto rinnovare fratture. È veramente difficile il compito Rems. Troppo ambiguo e ‘ipocrita’ . Ne soffrono tutti.

    Rispondi

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