Vaso di Pandora

Violenza sulle donne, fino al femminicidio: fra eredità patriarcale e sofferenze  personali

La violenza sulle donne, tema trattato di recente da Pietro Pellegrini in una accurata e completa disamina di questi delitti: benché, come egli documenta, la frequenza  si mantenga stabile nel tempo, senza tendenza a crescere, rimane intollerabile. Opportunamente egli conferma l’abituale presenza di una multiproblematicità relazionale; questi fattacci costituiscono dunque una sfida per lo psichiatra e per lo psicologo, anche chiamati a dare il loro doveroso contributo. Ciò tenendo ben distinto il problema dell’imputabilità, che sul piano teorico possiamo dare per risolto: la segnalata multiproblematicità relazionale di solito non configura una condizione di infermità mentale tale da escludere o ridurre l’imputabilità.    

Dunque, al di là della doverosa, persino scontata, condanna della violenza, perfino femminicida, e del dolore per le vittime, credo possa essere produttivo un approccio che miri alla comprensione delle dinamiche che sottendono a questo delitto, anche alla ricerca di eventuali possibilità di prevenirlo ben prima che doverosamente punirlo: sarebbe importante occuparsene, più che “dopo”, piuttosto prima, in un’ottica di prevenzione. Capire non significa affatto giustificare, ma anzi  cercare un approccio in senso lato terapeutico.

Il femminicidio

Parlerò qui soprattutto della più grave manifestazione della violenza, il femminicidio che il più delle volte segue la rottura di un rapporto di coppia. Per le forme più attenuate valgono considerazioni analoghe, pur se non identiche. 

Spesso, quando questo delitto viene perpetrato, si condanna  a posteriori la mancanza di interventi in presenza di chiari segnali di allarme.  Prevenzione, certo: ma come realizzarla?

Le misure finora previste – al di là della doverosa punizione  prevista dalla legge a fatto compiuto – mi paiono poco efficaci, anche quando lo  stalker e potenziale assassino  è stato denunziato. Il divieto di avvicinamento non può spaventare chi è deciso a tutto; il braccialetto elettronico, ammesso che funzioni, scatta quando il potenziale omicida   è ormai tanto vicino alla vittima da non poter essere tempestivamente fermato; la detenzione può anche essere  protratta,  ma non a tempo indefinito, e può inasprire ulteriormente lo stalker che una volta inevitabilmente scarcerato potrà vendicarsi. Tutti atti doverosi; ma hanno mostrato ripetutamente inefficacia: tale da rendere  quasi derisorie le accuse alla donna che “non denuncia”. Probabilmente, credo, più utile  l’accoglienza in comunità femminili dedicate: ma non è neppure giusto che una donna per non essere uccisa debba modificare la propria quotidianità.   

Comprendere la violenza sulle donne

Torniamo dunque al tentativo di comprendere, che forse può offrirci qualche strumento in più. Mi pare utile partire da lontano.      

Un’antica favola africana ci parla di come sarebbe iniziato il più che millenario rapporto di soggezione della donna all’uomo. Ai tempi dei tempi, lei e lui avrebbero avuto uguale forza muscolare, e questa parità aveva conseguenze sgradevoli: le liti e le conseguenti frequenti risse non finivano mai, non si arrivava mai a una decisione, ne conseguiva un intollerabile infinito disordine. L’uomo se ne è lamentato con la Divinità, e questa ha risolto il problema dotandolo di una quota aggiuntiva di muscoli, conferendogli così indiscusso potere decisionale; in compenso, ha disposto che la donna regnasse in cucina e nel letto coniugale.

Storia interessante perché, in ottica sorprendentemente vicina alla nostra attuale, vedeva la superiorità maschile, e il confinamento della donna in ruoli servili e  di strumento di piacere, come  fatti per nulla naturali ma anzi in qualche modo costruiti e acquisiti; e così in qualche modo li storicizzava. E ci parla del rapporto fra potere e violenza, così evidente ancor oggi nelle istituzioni statali. Lo Stato è una invenzione mirante al controllo della violenza: non l’ha eliminata né lo poteva poiché tale controllo richiedeva, per essere effettivo, una costrizione, sia pure contenuta e spesso virtuale, nonché fondata su adesione e consenso collettivo.   

Il ruolo del maschio

In questo ambito, fondamentale il ruolo del maschio. Egli ha storicamente esercitato un ruolo centrale come uno dei garanti, e non il minore, di un ordine imposto con una violenza agita oppure  virtuale in quanto  minacciata. Si è ritenuto da ciò autorizzato a imporsi, se necessario  con la forza, anche nei rapporti privati  con la donna. Si proclamava una sua presunta superiorità come fatto naturale, dunque immutabile, iscritto nell’ordine delle cose, prezioso tanto da essere intoccabile.

Uno dei protagonisti dei “Malavoglia” di Verga, il capofamiglia padron ‘Ntoni, la impone come dato naturale e pertanto indiscutibile, con la metafora “Il dito grosso deve far da dito grosso, e il dito piccolo deve far da dito piccolo”. Il mignolo non può crescere e divenire un pollice. Coerentemente Padron ‘Ntoni  nell’ impegnarsi in una impresa commerciale trascura e ignora i timori della moglie che invita alla cautela: “Le donne, si sa, hanno il cuore piccino”: anche questo è ritenuto dato di realtà immutabile (fra parentesi, l’impresa finisce male: la donna aveva ragione). 

Il maschio, dunque, era portatore di un diritto – dovere: era incaricato della difesa del gruppo e garante del suo ordine interno a tutti i livelli, da quello statale in giù, a cascata. Ne abbiamo un esempio nei c.d. “alberghi” genovesi strutturatisi dal tardo Medioevo in poi: sorta di famiglie allargate  giuridicamente riconosciute e guidate da un patriarca – ovviamente maschio – cui si riconosceva un  potere anche giudiziario. Ne abbiamo traccia nell’urbanistica genovese, dove più di una  piazza porta ancora il nome della grande famiglia  che la abitava e dominava.

Violenza, dunque, delegata a cascata dall’alto in basso o al contrario, richiesta dall’individuo al gruppo, al gruppo di pressione, fino allo stato nazione: comunque, e in ogni contesto,  sempre riconosciuto diritto – dovere  dei maschi di garantire un ordine dagli stessi formulato.

La ribellione femminile

La ribellione femminile, dunque, è stata ritenuta sempre  ingiusta,  impropria, fonte di pericolo per la collettività.  Maschio detentore del potere, e a giusto titolo perché comportava  la responsabilità di tutore dell’ordine e dell’etica: se non esercitava il potere sanzionatorio a giusto titolo attribuitogli, veniva  a sua volta punito almeno col generale disprezzo. Se lo esercitava, magari con qualche eccesso, era perdonato se non addirittura approvato: vedi il “delitto d’onore” del vecchio Codice. C’è una bella novella di Pirandello: un contadino siciliano vuole ignorare la sistematica infedeltà della  moglie, ma quando essa diventa di pubblico dominio  “deve” ucciderla: deve “far l’uomo”, pena l’ostracismo della sua collettività, ben più temuto della possibile sanzione penale

E Otello uccide la moglie senza alcuno scrupolo, poichè il suo è un atto non censurabile e anzi dovuto; ma si dispera quando scopre di aver ucciso una “innocente”.  

Ma la storia va avanti: le cose cambiano.

L’autorità partriarcale

Un grosso cambiamento, dapprima ideologico e poi fattuale – tuttora incompleto e in corso – è intervenuto negli ultimi tre secoli a incrinare il generale principio di autorità costituente il background dell’autorità patriarcale, intrafamiliare ed extrafamiliare. Dapprima sul piano teorico: con l’opera degli illuministi come gli enciclopedisti francesi Diderot, D’Alembert, Rousseau, Voltaire…e in Inghilterra Locke, Stuart Mill, a suo modo perfino Hobbes … 

Poi sono venuti i fatti, rivoluzioni inglese, americana, e soprattutto francese, che tuttavia nell’attuarsi – pur mettendo in crisi il principio di autorità – non hanno inciso direttamente sullo stato di soggezione delle donne. Credo che la svolta decisiva l’abbia invece imposta, subito dopo,  la rivoluzione industriale quando la macchina ha sostituito e surclassato la forza muscolare, unica fonte di indiscutibile  e naturale superiorità maschile; da ciò a cascata erano derivate nel tempo le altre, socialmente imposte. Fra tante giuste realizzazioni , anche il dubbio privilegio del partecipare a una nefasta impresa organizzata molto spesso da maschi, la guerra: usare una pistola o una mitragliatrice richiede molto meno forza che il maneggiare uno spadone o una lancia.  

Questo cambiamento socio-politico è profondo e tuttora in corso: ben giustamente oggi le donne reclamano che la parità, proclamata in teoria, trovi riscontro in tutte le realtà fattuali. Questo movimento, con le sue progressive realizzazioni, è discretamente tollerato dalla maggioranza dei maschi: anche se non pochi cercano in vari modi di contrastarlo e sottrarvisi.

Il rifiuto dell’indipendenza e della parità

Ma per una fascia minore, ristretta ma tuttavia allarmante, il rifiuto dell’indipendenza e della vera parità  prende una piega addirittura tragica. Non ho conoscenza diretta di  qualche autore di femminicidio o di qualche  stalker candidato  a tale impresa: ma quel poco che se ne intuisce  dai loro atti, dai comportamenti anteriori o successivi all’atto delittuoso, dalle modalità d questo, dalle loro parole, mi  fa ritenere verosimile la presenza di una psicopatologia narcisistica, almeno in molti casi: ripeto, abitualmente non psicotica e quindi tale da  non incidere sulla capacità di intendere e volere.

Mi pare quindi utile, a conferma di ciò,  qualche citazione letterale da Narcisismo e analisi del sé, di Heinz Kohut          

… rapido iperinvestimento di una immagine di sé arcaica, rigidamente difesa da ostilità, freddezza, arroganza, sarcasmo… attacchi di collera incontrollata… rabbia narcisistica…    onnipotenza arcaica dell’oggetto-sé….  Nei disturbi narcisistici di personalità la perdita dell’oggetto è al primo posto per frequenza e importanza

Persistono nel paziente narcisista notevoli tratti di tipo infantile, che sollecitano ulteriore citazione:  Il controllo che il bambino si aspetta di esercitare sugli altri è più vicino al concetto di controllo che un adulto si aspetta di esercitare sul proprio corpo e sulla propria mente, che quello che si aspetta di avere sugli altri…

La violenza sulle donne

Credo si possano ritenere analoghe le dinamiche in gioco in certe violenze “minori”: dallo stupro fino alla sottomissione di una compagna, casalinga e convivente o meno ma comunque soggetta a un qualche grado di dominio: esso può bastare al maschio, che provvede a reprimere i tentativi di ribellione. Ho conosciuto una realtà certo relativamente benigna ma significativa: un uomo molto legato alla figlia, che privilegiava anche rispetto alla moglie, non è mai giunto alla violenza fisica, ma ha ostacolato una carriera indipendente di lei. Le ha detto: perdere te è come perdere una gamba. 

Il più delle volte il maschio femminicida giunge al delitto quando la donna si sottrae a questo dominio. Egli è, tecnicamente, un delinquente, che può trovare nell’atto una totale rivalsa a soddisfazione di  bisogni profondi:  di fatto, uccidere è recupero di onnipotenza: e l’ultimo controllo residuo, l’unico efficacemente esercitabile su un partner che se ne va, è l’uccisione.  Ancora da Kohut: L’ostentazione di attività onnipotente e senza limiti e l’orgoglio del delinquente per la sua capacità di manipolare spietatamente il proprio ambiente servono a sostenere le sue difese contro la presa di coscienza del suo desiderio di un oggetto-sé idealizzato e perduto…. 

Non necessariamente quest’ottica è quella giusta, ma credo indubbio che il femminicidio spesso si accompagna a un notevole stato di sofferenza: basterebbe a dimostrarlo il suicidio che non raramente lo segue. Nessun pietismo: ma c’è da chiedersi se un qualche intervento terapeutico rivolto allo stalker candidato al delitto non potrebbe contribuire a scongiurare qualche tragedia. Un’offerta di terapia di gruppo rivolta, almeno prevalentemente, agli stalker? Chissà…  

Nel 2025, Il vaso di Pandora ha creato un volume che approfondisce il tema dei femminicidi dal titolo “Femminicidio, storie e riflessioni”, scaricabile cliccando qui.

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