Il caso Faqir, il marocchino di 42 anni, residente in Italia da tempo e seguito da un Centro di Salute mentale a Bologna, ripropone alla nostra attenzione una questione fondamentale a proposito di che cosa riteniamo che sia la malattia mentale e di chi se ne debba occupare nelle situazioni di emergenza.
Prima della Legge Basaglia, maggio 1978, la malattia mentale, nel momento in cui si verificava, senza preavviso, attraverso la manifestazione di una crisi acuta, generalmente su base “delirante”, cioè di un’interpretazione di quello che accadeva da parte del paziente dissonante rispetto a quella di tutti gli altri, veniva considerata un problema di “ordine pubblico”.
Il paziente veniva preso in considerazione esclusivamente in relazione all’aver dato segni di squilibrio nel proprio comportamento rispetto a quello degli altri.
Prima della Legge Basaglia: quando la malattia mentale era considerata un problema di ordine pubblico
Non era necessario un medico che facesse una diagnosi e decidesse se il paziente poteva essere seguito a domicilio o in ambulatorio oppure ricoverato.
Veniva chiamata la Polizia o i Carabinieri, in genere su iniziativa dei familiari, ma anche dei vicini o dei passanti, l’uomo o la donna identificato/a come paziente veniva portato in Commissariato e, successivamente, veniva chiamata l’Ambulanza per il trasferimento del/della paziente nel Reparto di Accettazione di un Ospedale Psichiatrico dove, finalmente, avrebbe trovato un medico che valutasse le sue condizioni psichiche.
Con la “Legge 180”, più nota come Legge Basaglia, veniva istituito il principio che chi si trovasse in una situazione di sofferenza psichica, andasse preso in considerazione in primo luogo in relazione alla sua sofferenza psichica.
La Legge Basaglia e il nuovo approccio alla gestione delle crisi psichiatriche
In relazione all’acquisizione di questo principio, venne stabilito, per legge, che, in caso di bisogno, i pazienti dovessero essere visitati da un medico di una struttura pubblica, che avrebbe dovuto valutare lo stato psichico del paziente e decidere se potesse essere curato in ambulatorio e/o a domicilio o se andasse ricoverato. Se si fosse propeso verso questa seconda decisione, il ricovero sarebbe potuto avvenire in accordo con la volontà del paziente oppure il medico avrebbe dovuto chiedere che il paziente fosse ricoverato contro la sua volontà.
Nel primo caso il medico avrebbe potuto chiamare l’ambulanza e far ricoverare il paziente in un Servizio Diagnosi e Cura Psichiatrica.
Nel secondo, avrebbe potuto chiedere l’effettuazione di un Trattamento Sanitario Obbligatorio, da attuarsi mediante l’intervento dei Vigli Urbani e, se ritenuto necessario, della Forza Pubblica, Polizia o Carabinieri, a salvaguardia dell’incolumità in primo luogo del paziente e, in seguito, di tutti i presenti.
La presenza dei Vigili Urbani era legata al principio che tutti i cittadini dovevano essere trattati alla pari, anche quelli in quel momento sofferenti. Tanto è che, il paziente, una volta giunto in Ospedale, avrebbe dovuto essere visitato da un altro medico della struttura pubblica che avrebbe dovuto valutare se era opportuno che il paziente fosse ricoverato contro la sua volontà e comunicare al Sindaco tutto il lavoro che era stato effettuato.
Il Sindaco avrebbe dovuto svolgere un’attività di tutela dell’appropriatezza delle misure intraprese fino a quel momento, nonché ad essere disponibile a controfirmare l’eventuale prolungamento del TSO, dopo una settimana, che era il tempo previsto inizialmente per l’attuazione del TSO.
Il caso Faqir e il ritorno a una logica di ordine pubblico
Ad un certo punto, tutti questi passaggi si sono rivelati difficili da far eseguire, in particolare nelle grandi città. Con la motivazione di semplificare l’attuazione di questi passaggi è stato introdotto lo “stato di necessità” che permette di far intervenire in via prioritaria la Forza Pubblica, come è accaduto nel caso Faqir.
Cioè, senza dire con chiarezza quello che stava accadendo, è stato spazzato via il principio secondo cui una persona che sta male vada presa in considerazione prima di tutto per questo motivo, da personale sanitario che sia in grado di occuparsene in forma appropriata e non da personale della Forza Pubblica che non è abituato e abilitato ad occuparsi di chi sta male, ma di chi delinque in primo luogo.
Il problema non è se chi è intervenuto è stato o non è stato maldestro: questo lo accerterà l’Autorità Giudiziaria.
Il problema è che il fatto che una persona stesse male è stato ignorato, tanto è che il personale sanitario si è limitato a guardare invece di intervenire ed è stata delegata ad intervenire esclusivamente la Forza Pubblica, come se il problema fosse di “ordine pubblico” e non, prioritariamente, di ordine sanitario.



