Qualche mese fa, in un articolo pubblicato nella versione online di questa rivista, Grazia Zuffa, ponendo alcuni interrogativi a proposito di una certa rappresentazione televisiva dei femminicidi, affermava che “la differenza di genere introduce contraddizioni nel tradizionale modo di discutere sulla “giustizia giusta” che andrebbero meglio esplicitate”.
In questo breve scritto, vorrei provare ad addentrarmi in alcune di queste contraddizioni, prendendo in prestito uno slogan che chiunque abbia attraversato le piazze del movimento transfemminista Non Una Di Meno ha sentito risuonare “Il femminicida non è malato, è figlio sano del patriarcato”.
Questo slogan rappresenta un posizionamento interessante perché capace di tenere insieme la necessità di conservare un’attenzione critica alle argomentazioni utilizzate nelle aule di giustizia, con la volontà di non scivolare nella richiesta di punizioni esemplari e con la riaffermazione di un aspetto fondamentale che proprio nel campo penale rischia di essere oscurato: la violenza di genere è strutturale e sistemica.
Femminismi e processi nell’era del populismo penale
Negli ultimi trent’anni – come emerge con chiarezza dalle lucide analisi di Tamar Pitch – la giustizia penale ha assunto una nuova centralità ed è stata presentata come soluzione per qualsiasi questione sociale, di volta in volta individuata come emergenza.
Così, “succede che anche movimenti collettivi nati per ampliare la dotazione di diritti di ciascuna e ciascuno, per combattere discriminazioni e disuguaglianze, assumano lo statuto di “vittime” e finiscano per condividere la retorica punitivista dominante”.
Accade, ad esempio, che una parte del femminismo, definito “femminismo punitivo” si atteggi da “imprenditore morale” battendosi per l’introduzione di nuovi reati o per l’inasprimento delle pene, come strumenti a difesa delle donne. Oggi, in uno stato che si è dotato di leggi che puniscono severamente la violenza maschile contro le donne, in questo contesto di crescente populismo penale – e anche in ragione di quella “centralità trasversale ai dibattiti femministi” acquisita dal tema della violenza di genere, di cui hanno parlato Lucia Re, Enrica Rigo e Maria (Milli) Virgilio – le sentenze che riguardano i casi di femminicidio divengono spesso oggetto di attenzione in un dibattito pubblico non sempre dominato da posizioni attente ed informate.
Uno sguardo critico sulle sentenze in materia di femminicidi e violenza sulle donne è ancora oggi importante, in quanto permette di mettere in luce le difficoltà del percorso che le donne devono spesso affrontare per vedere riconosciute nelle aule di giustizia le offese subite, in ragione della pervasività di pregiudizi sessisti, da cui neanche magistrate e magistrati sono scevri, e di numerosi meccanismi di vittimizzazione secondaria.
D’altro canto, esiste il rischio, evidenziato da Susanna Ronconi in un intervento nel dibattito su femminicidio e imputabilità organizzato da La Società della Ragione sul proprio sito, di diffusione di un populismo penale femminile e femminista.
Uno slittamento delle battaglie femministe sul terreno penale come terreno privilegiato di lotta può produrre varie conseguenze negative: contribuire alla depoliticizzazione e individualizzazione della questione della violenza di genere e alla diffusione di una sua qualificazione come evento eccezionale che dunque “non riguarda né interroga la normalità e il modo in cui essa è strutturata, né i rapporti sociali, di potere e di genere che l’attraversano”, come afferma Caterina Peroni.
Per continuare a leggere questo articolo, scarica l’ultimo numero del Vaso di Pandora dal titolo “Femminicidio, storie e riflessioni“



