Mi interrogo spesso su cosa stia accadendo ai legami, alle emozioni, alle forme del vivere insieme. Il libro di Francesco Comelli non dà risposte semplici, ma scava con precisione in questo terreno di domande, in cui molti di noi, dentro e fuori la clinica, si cimentano ogni giorno, nella pratica e nella teoria.
In questo momento storico, con lucidità e profondità, Comelli mette a fuoco le dinamiche distruttive che attraversano le relazioni e la società di oggi, e lo fa senza scorciatoie, con uno sguardo complesso e integrato che tiene insieme psiche, cultura, politica e spazi sociali, e ci permette di cogliere gli effetti nei legami, nei simboli, nei modi di stare al mondo.
Lo ringrazio per avermi inviato una copia del suo libro: mi ha offerto l’occasione di mettere in parole pensieri e domande che da tempo mi accompagnano e a cui desideravo dare forma.
Leggere queste pagine è stato come riconoscere qualcosa che intuivo già, ma che ora trova una cornice più chiara. Un invito a pensare e a prendersi cura in modo più profondo, collettivo, umano.
La crisi dei contenitori nel libro di Francesco Comelli
La considerazione da cui parte Comelli è fondamentale: nell’epoca in cui viviamo stiamo assistendo a una vera e propria crisi dei contenitori simbolici e relazionali.
La famiglia, la scuola, la religione, la politica, le comunità sociali, le Istituzioni in quanto tali, un tempo luoghi e spazi in cui emozioni, tensioni, fragilità individuali trovavano ascolto e trasformazione, sembrano oggi completamente svuotati dalla loro funzione mediatrice. Questo processo, in atto già da alcuni decenni, porta con sé delle conseguenze che l’autore tenta di comprendere e analizzare con grande competenza aprendo a delle riflessioni ad ampio spettro.
La disgregazione sociale produce dei soggetti sempre più esposti, privi di ancoraggi simbolici, stabili e incapaci di dare forma e significato alla sofferenza.
Prendendo in prestito un concetto di Ernesto De Martino, questa situazione a livello sociale e umano determina la “crisi della presenza”.
Questa “de-storicizzazione,” come la definisce l’autore si riflette anche sul piano psichico individuale. Il soggetto contemporaneo si muove in uno scenario liquido, frammentato, dove il passato perde di senso e il futuro è vissuto con ansia o indifferenza, quella da molti definita come la “crisi dei giovani d’oggi”.
In tale contesto, si moltiplicano le manifestazioni di distruttività, agite attraverso forme di violenza, di autosabotaggio, di isolamento relazionale (ritiri sociali – hikikomori) e parallelamente si esasperano quei tratti narcisistici che non trovano più contenimento nè riconoscimento autentico. (l’era dei social media)
Anzi, emergono in ogni ambito della vita moderna, politica, imprenditoriale, scolastica, di cura, di relazione con il prossimo, esprimendosi in particolare attraverso i media e le nuove forme di comunicazione, che sembrano esaltare questo genere di approccio alla vita odierna.
I sintomi di un vuoto relazionale: narcisismo e distruttività
L’elaborazione teorica proposta da Francesco Comelli si innesta in una tradizione psicoanalitica profonda, ma si distingue per la capacità di leggere il narcisismo non come semplice autoesaltazione, bensì come il sintomo doloroso di una frattura del legame.
Si tratta di soggettività che si costituiscono senza la possibilità di un riconoscimento stabile, e che tentano di sopravvivere rifugiandosi in conferme esterne, spesso effimere o disfunzionali. In questa prospettiva, il narcisismo assume i contorni di una patologia relazionale, frutto di una carenza di contenimento primario e di un’identità che non ha potuto sedimentarsi nel tempo.
La distruttività, allora, non può essere ridotta a semplice aggressività innata o reattiva: è piuttosto l’effetto di un’interruzione del processo simbolico, laddove l’emozione – non riconosciuta né elaborata – non trova altra via che quella dell’agito.
In particolare, è proprio dove mancano contenitori – familiari, sociali, culturali – capaci di metabolizzare le tensioni e trasformarle in linguaggio o rappresentazione, che si innesca un corto circuito tra dolore e violenza, tra trauma e disintegrazione del legame.
Il libro di Francesco Comelli
Non posso fare a meno di rileggere queste dinamiche alla luce dell’attualità che ci ha attraversato negli ultimi anni. La pandemia da Covid-19 ha prodotto un collasso improvviso dei riferimenti temporali e affettivi; le guerre che costellano lo scenario globale hanno intensificato un clima di insicurezza diffusa; la rivoluzione digitale e mediatica ha accelerato l’esposizione a un flusso ininterrotto di stimoli, spesso non simbolizzabili.
In questo contesto, chi lavora nei servizi di salute mentale ha percepito in modo tangibile un’accelerazione della domanda di ascolto, contenimento, riconoscimento.
Questa pressione non è solo quantitativa, ma qualitativa: molte delle richieste che giungono non si articolano in una narrazione chiara, ma emergono come urgenze confusive, segnali caotici di un sé in frantumi.
Da qui l’importanza di recuperare dispositivi che possano fungere da luoghi terzi, capaci di ospitare e sostenere quella funzione simbolica che troppo spesso viene meno, restituendo parola là dove l’agito vorrebbe prendere il sopravvento.
Una proposta integrata: oltre la medicalizzazione, verso il legame
Nel suo lavoro, Francesco Comelli elabora una proposta terapeutica che rifiuta la logica riduzionista della psichiatrizzazione e reintegra la cura in una dimensione comunitaria e relazionale. Alla base vi è una metodologia integrata che affianca strumenti psicoterapici individuali a pratiche gruppali e sociali.
I Gruppi Allargati di Base (GAB), nati nell’esperienza dell’associazione milanese Basti-menti, ne sono l’espressione più concreta: spazi in cui soggetti, famiglie e operatori condividono parola, ascolto e senso, restituendo dignità a ciò che resta spesso inespresso o escluso.
L’approccio si collega, pur senza riprenderlo didascalicamente, alla tradizione della psicoanalisi multifamiliare e al pensiero gruppale che riconosce nel legame un dispositivo terapeutico in sé. Comelli lo declina in chiave contemporanea, attento ai codici culturali e comunicativi del presente.
Cultura e cura: una stessa grammatica
Elemento distintivo della proposta è l’uso di linguaggi espressivi come il teatro, la scrittura, la fotografia, l’arte e il disegno come strumenti di riattivazione soggettiva. In un contesto dove il sintomo spesso anticipa la parola, questi dispositivi offrono canali alternativi per tornare a raccontarsi, a esistere nel mondo.
Una clinica per tempi disgregati
Il testo di Comelli si rivolge a chi, dentro o fuori i servizi, avverte il bisogno di una riflessione più ampia sulla sofferenza contemporanea. La sua proposta non è solo clinica, ma culturale e politica: ci invita a riformulare la cura come gesto collettivo, come pratica di ascolto e co-costruzione del senso, contro la frammentazione dell’individuo e dei legami.
In un’epoca che tende a frammentare, esaltando i singoli fino ad elevarli a divinità per poi distruggerli senza pietà, che celebra l’io fino all’esaurimento, il libro ci ricorda che è nel “noi” che può ancora germogliare una possibilità di trasformazione, che solo il lavoro di gruppo, il progetto comune può restituirci una comunità capace di accogliere, contenere e trasformare.




In questa puntuale e ricca recensione, non mancano accenni a quelli che giustamente l’A. definisce “era dei social media” e “rivoluzione digitale e mediatica”. E’ un aspetto non indifferente della descritta crisi della comunicazione e delle interazioni fra persone; esso può essere considerato, nei diversi punti di vista, come concausa della attuale crisi o al contrario come velleitaria proposta di rimedio. Importante la lettura che ne dava, già nel 2013, Zygmunt Bauman in “Sesto potere – la sorveglianza nella modernità liquida”. Ciò che è liquido manca, per definizione, di punti di riferimento stabili e affidabili, di confronto, di dialogo.
Bauman si sofferma in più punti sul mondo (metaverso?) di quella che chiama relazionalità digitale. Essa è per natura esposta alla diffusione delle informazioni, a quella “sorveglianza” che oggi realizza, con ben altri mezzi, il sogno del panopticon di Bentham. Essa può avere valenza persecutoria ma anche, al contrario, assumere forme responsabili o addirittura “premurose”.
La nostra vita è irrimediabilmente scissa fra due universi, online e offline, strutturalmente bipolare. Quando varchiamo questo confine, subiamo un cambiamento di campo semantico, fonte di confusione.
Bauman ha chiesto a un gruppo di qualificati amici di Facebook se questo strumento ci fa sentire più vicini o più lontani. Ha ricevuto risposte tutt’altro che univoche; e forse in qualche modo sono vere entrambe le cose. Ma è certo che ciò che così si acquisisce è una rete, non una comunità.
Questa tecnologia forse è a un tempo fonte ed effetto della crisi. Sherry Turkle (citato da Bauman) scrive: “Oggi, insicuri nelle relazioni e ansiosi nei confronti dell’intimità, cerchiamo nella tecnologia dei modi per instaurare rapporti e allo stesso tempo proteggerci da essi”. La tenuità dei legami, e la facilità con cui si instaurano e si rompono, ha – prosegue Bauman – “permesso alla moderna ricerca della facilità, della comodità e dell’agio di raggiungere, conquistare e colonizzare il territorio dei legami umani, che fino allora era rimasto ostinatamente e appassionatamente indipendente”.
Tecnologia dunque concausa della crisi così lucidamente tratteggiata da Comelli e Miletto? o tentativo di ovviarvi? O entrambe le cose?