Qualche settimana fa ho ricevuto una chiamata dalla coordinatrice della nostra fattoria terapeutica “Villa Danilo”. Mi ha detto: “Alcune pecore sono state sbranate dai lupi. Guarda, uno spettacolo terribile. I ragazzi ci erano molto affezionati.” Era ovviamente scossa e dispiaciuta per l’accaduto.
Un episodio, purtroppo, ormai sempre più frequente dalle nostre parti: i lupi scendono a valle, spinti dalla fame e dalla ricerca di prede facili. Nulla di eccezionale, quindi, almeno all’apparenza. Ma quando una cosa ti tocca da vicino – o quasi – la riflessione sulla relazione millenaria tra l’uomo e il lupo nasce spontanea. Così ho pensato di scrivere due righe a riguardo.
La figura simbolica del lupo
Fin dall’antichità, il lupo ha rappresentato per l’uomo un simbolo duplice: da una parte il pericolo, la notte, l’ignoto che minaccia la sicurezza delle comunità agricole e pastorali; dall’altra, un archetipo di forza, libertà e intelligenza. Nelle favole era il cattivo, nella mitologia l’animale totemico, nei boschi il predatore temuto.
Per secoli il lupo è stato oggetto di una vera e propria caccia alle streghe, accusato di ogni sparizione, di ogni agnello svanito, di ogni grido nella notte. L’Europa ha conosciuto una lunga campagna di sterminio, culminata nel Novecento, quando in molti Paesi il lupo fu completamente estinto. Si volle cancellare dalla natura un simbolo di paura, forse proprio perché rifletteva un lato oscuro dell’animo umano: quello selvaggio, istintivo, che l’uomo moderno voleva dimenticare.
La sua reintroduzione
Eppure, proprio quando il lupo sembrava un ricordo, è rinata la volontà di reintrodurlo. In nome della biodiversità, dell’equilibrio ecologico, ma anche per una forma di nostalgia romantica verso una natura “perduta” e incontaminata. Così sono iniziate le reintroduzioni controllate, i progetti scientifici, la protezione legale. L’uomo ha smesso di sterminare il lupo… ma ha iniziato a volerlo “gestire”, incasellare, tracciare con radiocollari, monitorare i suoi spostamenti, decidere dove può vivere e dove no.
È una dinamica paradossale: prima il desiderio di eliminare il pericolo, poi quello di riportarlo indietro, ma sempre a condizione di poterlo dominare. Come se, in fondo, non accettassimo che qualcosa possa davvero sfuggire al nostro controllo.
La tragedia che abbiamo vissuto a Villa Danilo ci ricorda che il lupo non è solo un simbolo poetico o un personaggio delle fiabe: è un animale reale, con istinti reali, che può ferire il fragile equilibrio tra natura e attività umane. Ma ci invita anche a riflettere su come vogliamo convivere con il selvatico. Possiamo proteggerlo senza idealizzarlo, difenderci senza demonizzarlo?
La capacità di accettare l’imprevisto
Forse il vero punto non è decidere se il lupo debba vivere o morire, ma chiederci se siamo pronti ad accettare un mondo in cui non tutto può essere previsto, addomesticato o contenuto. Un mondo dove, ogni tanto, un ululato nella notte ci ricorda che la natura è viva — e non ci appartiene del tutto.
Questa tensione al controllo, però, non si limita alla natura. Spesso si riversa anche sugli esseri umani. Lì dove non possiamo dominare il selvatico, cerchiamo di imporci sull’altro. Lo vediamo in politica, nell’economia, nelle guerre. Lo vediamo quando un leader come Trump, in nome della “forza dell’impresa”, gioca con i destini di milioni di lavoratori, cercando consenso a colpi di semplificazioni e divisioni. E lo vediamo con ancora più brutalità nei territori martoriati da conflitti, come la Palestina o l’Ucraina, dove l’idea di confine, potere e supremazia si traduce in occupazione, distruzione e morte.
Come se l’uomo, pur di non accettare limiti, avesse bisogno di controllare tutto: la natura, gli animali, le persone, le nazioni. Ma forse è proprio da questa pretesa che nasce la nostra fragilità più grande. Perché non c’è forza vera nel dominio, ma solo nella capacità di coesistere — con ciò che è diverso, imprevedibile, selvatico. Che si tratti di un lupo nei boschi, o di un essere umano dall’altra parte del confine.




“…cercavo sempre la stessa cosa: è il lupo a rassicurarmi dove c’è l’uomo” (C. Bobin – Folli i miei passi)
Quando nelle lunghe notti gelate levava il muso alle stelle gettando lunghi ululati nello stile dei lupi, erano i suoi antenati morti e ridotti in polvere, che levavano il muso alle stelle e ululavano nei secoli attraverso di lui.
(Jack London)