“La matematica non è solo una scienza, ma il linguaggio con cui l’universo è scritto.”
Richard Feynman
A fine giornata o alle prime ore dell’alba, potremmo ritrovarci a riflettere su una delle domande più complesse dell’esistenza: perché alcune persone ci attraggono in modo così irrefrenabile?
La matematica, la disciplina della logica, ci offre un linguaggio sorprendente per descrivere concetti immateriali come l’attrazione e l’amore, trasformando le nostre dinamiche emotive in variabili interconnesse. Questa metafora non intende sostituire i modelli clinici, ma agire come uno schema universale per riflettere sulla stabilità e la vulnerabilità dei legami.
Nel nostro esercizio di pensiero, la forza dell’attrazione (F) si basa su due fattori chiave che definiscono l’intensità di un legame:
- Le qualità (Q): L’affinità, la stima, l’amore, ovvero il valore intrinseco percepito nello scambio emotivo.
- La distanza (D): La separazione fisica o emotiva tra i soggetti della relazione.
La relazione segue il principio matematico dell’inverso del quadrato (lo stesso che governa la gravità): l’attrazione è direttamente proporzionale alle qualità, ma diminuisce rapidamente al crescere della distanza:
F∝D2/Q2
L’amore a distanza
L’amore a distanza è l’applicazione più comune di questa formula. In questo scenario, la variabile D è alta per definizione. Se la D non è bilanciata, la F dell’attrazione è destinata a ridursi, manifestandosi clinicamente in insicurezza, gelosia o nella percezione di un raffreddamento emotivo.
Perché alcune relazioni a distanza funzionano e persino si rafforzano? La risposta è nell’impegno a potenziare la variabile Q. Le coppie che prosperano a distanza non si limitano a sopportare la separazione, ma investono attivamente in strategie per elevare le loro qualità:
- Comunicazione costante: Sviluppano un dialogo profondo e sincero, trasformando la necessità di comunicare in un’opportunità per aumentare l’intimità e l’intesa intellettuale.
- Fiducia e prospettiva comune: Stabiliscono obiettivi e piani di ricongiungimento sulla base di progetti e prospettive condivise, aumentando il valore percepito della relazione.
In termini matematici, queste coppie riescono a mantenere il numeratore (Q2) così alto attraverso l’impegno e la fiducia da neutralizzare l’effetto del denominatore (D2). L’amore a distanza ci dimostra che l’impegno costante, una qualità in crescita, è la forza che sconfigge la geometria della separazione.
Questo meccanismo di bilanciamento trova la sua espressione più pura nel nostro cane (o gatto). La sua fedeltà, il suo amore incondizionato sono percepiti come una qualità invariabile e assoluta. Questa Q quasi perfetta è l’unica variabile in grado di neutralizzare il D più grande, confermando che l’intensità di una qualità può sempre superare la mera distanza fisica.
L’amore attraverso il lutto
Il lutto rappresenta l’estremo della distanza, la D massima e definitiva. Il terrore del lutto è che questa distanza assoluta possa annullare la forza del legame.
Tuttavia, il vero ostacolo clinico nel lutto non risolto risiede nella variabile qualità (Q) della memoria. Quando il dolore si trasforma in rimpianto, senso di colpa o idealizzazione tossica, la Q percepita del rapporto si abbassa o si blocca, impedendo il processo di integrazione emotiva e lasciando la persona in uno stato di dolore cronico.
La matematica (ma non solo) ci offre una chiave di lettura per risolvere il lutto: la forza di attrazione (F) non si annullerà mai completamente se le qualità (Q) rimangono positive.
Per la risoluzione del lutto, la chiave è riprogrammare attivamente la Q interiore: trasformare il dolore in gratitudine per l’eredità emotiva e umana trasmessa, e il senso di colpa in progetti in onore della persona amata che incarnino i principi ed i valori testimoniati dalla persona. Mantenendo la Q attiva, l’amore non scompare, ma si evolve in una “costante emotiva” che, pur in presenza della distanza finale, modella e dà scopo alla vita che continua.
L’universalità dei modelli teorici
Questa riflessione tocca un concetto fondamentale nelle scienze umane: l’universalità dei modelli teorici. La somiglianza tra la formula dell’amore e quella della gravità suggerisce che la matematica, spesso definita un linguaggio divino, è capace di cogliere le strutture fondamentali che regolano l’universo, siano esse stelle che si attraggono o dinamiche relazionali.
Il linguaggio matematico non intende sostituirsi alla psichiatria o alla psicologia, ma agisce come una grammatica invisibile, offrendo un’ulteriore lente per l’analisi: rassicura il professionista e il paziente che, per quanto la vita possa essere caotica e i sentimenti intangibili, essi poggiano su un ordine logico. E se l’amore segue le stesse leggi che muovono i pianeti, sappiamo che, finché coltiveremo le nostre Qualità interiori, il legame non scompare, ma si evolve in una forza inossidabile che dà forma al nostro Sé e al nostro futuro.
“Se aiuti gli altri, verrai aiutato. Forse domani, forse tra un centinaio d’anni, ma verrai aiutato. La natura deve pagare il debito. È una legge matematica e tutta la vita è matematica.”
George Ivanovitch Gurdjieff




Discorso molto sorprendente e affascinante. A prima vista, nulla di nuovo: che la matematica sia il linguaggio in cui l’universo è scritto lo aveva detto Galileo secoli fa. Ma in realtà la novità è grossa. Galileo si occupava di astri, di entità fisiche dai movimenti regolari, prevedibili, quantificabili. Ben diversa l’ambizione di applicare un linguaggio matematico a quello che siamo abituati a chiamare mondo interno, oggetto di una conoscenza diversamente strutturata rispetto a quella che si occupa della realtà esteriore. L’applicare ai fenomeni mentali le metodologie quantificanti rivelatesi decisive nelle scienze naturali è stato tentato con il positivismo, dando forma alla psichiatria classica, da Kraepelin al DSM 5: tentativo rivelatosi piuttosto ingenuo e di corto respiro teorico e applicativo. Oggi ci si riprova, con strumenti ben più raffinati: ovviamente non mi sento affatto in grado di valutare la portata ed efficacia di questo tentativo. Definitivamente superata la distinzione fra scienze naturali e scienze umane? Chissà, staremo a vedere…
Grazie Luca! mi associo con piacere ai sentimenti di fascinazione segnalati da Pisseri in questo articolo lucidamente inquadrando il discorso. Mi viene da aggiungere un’associazione che ha accompagnato la mia lettura: il senso del sublime che a volte la matematica infonde, forse in modo simile alla musica e la possibilità che mi pare di percepire riguardo alla cornice cioè la forma in cui tutto l’umano si struttura ,un equilibrio delicato anche perchè implicitamente complesso … certo la tensione riguarda il superamento della distinzione tra scienze naturali e umane, ma credo anche il sentimento della bellezza.
Vi ringrazio profondamente per aver colto l’essenza di questa riflessione.
Pasquale, hai centrato il punto: il superamento della psichiatria catalogante, passa proprio attraverso l’analisi della dinamica del legame. La matematica qui non serve a rinchiudere il soggetto in una diagnosi, ma a offrire una grammatica per descrivere la forza invisibile che ci connette. È una (parzialmente provocatoria) sfida epistemologica: non più l’uomo come oggetto, ma la relazione come fenomeno energetico e logico al tempo stesso (ovviamente in una visione parziale).
Caterina, la tua associazione con la musica risuona perfettamente con il mio sentire. Per me, la passione per la musica, la matematica e le scienze non rappresenta un insieme di interessi separati, ma linguaggi complementari. Sono “scalpelli” diversi e, a mio avviso necessari per rendere visibile e comprensibile ciò che spesso resta nell’ombra.
La rivista il Vaso di Pandora come l’isola di Horta rappresentano quell’area di confine: uno spazio multidisciplinare dove lo sguardo deve necessariamente farsi ampio per abbracciare l’interazione umana in tutte le sue sfumature.
Sia nella gioia dell’arte che nel buio della sofferenza o della malattia, questi linguaggi ci aiutano a scolpire l’esperienza, rendendola percepibile e, quindi, elaborabile. Se l’amore e il dolore seguono strutture universali, allora la bellezza di una formula o di una sinfonia può davvero aiutarci a ricomporre il caos del mondo interno, offrendo al clinico e al paziente una bussola comune.
Un caro saluto, Luca
Ma c’è davvero bisogno di ridurre l’amore a equazioni, formule, algoritmi? Il confine tra il riduzionismo numerico e l’ esoterismo olistico (non è un caso forse che l’autore citi George Ivanovitch Gurdjieff) è davvero sottilissimo. Ma tralasciando tutte ‘ste ossessioni matematiche che celano forse la pretesa vagamente narcisistica di voler controllare tutto pure l’ imponderabile tante volte, citerei l’ ideale agostiniano sempre buono di questi tempi: bisogna sempre – distinguere ciò che si conosce da ciò che si crede -. L’ amore come la vita, come il futuro sono incerti. Ed è meglio che lo rimangano. IA permettendo….
È singolare l’idea che l’amore o la vita perdano di valore se ne indaghiamo i meccanismi (anche solo come esercizio di pensiero): la gravità non ha smesso di essere poetica quando ne abbiamo scoperto l’equazione. Citare Sant’Agostino per difendere l’incertezza è suggestivo, ma il vero narcisismo sta forse nel pretendere che il mondo resti un mistero nebbioso solo per poter chiamare romanticismo ciò che (eventualmente) è semplice timore del nuovo.
Più che temere gli algoritmi, dovremmo forse auspicare che l’IA porti un po’ di Comprensione Artificiale a chi fatica ad aprirsi al dialogo, o una Sensibilità Artificiale’a chi è troppo concentrato sul proprio eco per ascoltare il pensiero altrui. In fondo, distinguere tra ciò che si conosce e ciò che si crede serve proprio a questo: a evitare che il pregiudizio diventi l’unica bussola per orientarsi nel futuro.