Una donna, per quanto ne sappiamo mentalmente molto disturbata, uccide il figlio preadolescente con modalità particolarmente efferata: lo sgozzamento. Questo doloroso fatto ci confronta ancora una volta con la grande problematicità del necessario prendersi cura del disturbo mentale grave, e la necessità di farlo in un’ottica più ampia di quella del classico atto medico.
Anche la medicina somatica non è, ovviamente, onnipotente, e la sua evoluzione è soggetta a prendere false vie; atti escogitati come terapeutici possono rivelarsi inutili, ma raramente molto nocivi.
Ma ciò è molto più verosimile quando ci si occupa della sofferenza mentale grave: gli atti introdotti come provvidi e a lungo ripetuti possono rivelarsi flagelli. Basti pensare alla storia dei manicomi – nati come particolarissimo presidio sociosanitario, a lungo difesi anche da psichiatri scrittori come Tobino – o a quella dell’elettrochoc: c’era chi riteneva il suo inventore, Cerletti, meritevole del Nobel! È molto probabile che false vie come queste abbiano a che fare con dinamiche ambivalenti e con lo stigma che ne deriva.
La tragedia di Trieste
I ripetuti e radicali cambi di prospettive confermano che occuparsi adeguatamente di questa tragedia, a un tempo interiore e sociale–collettiva, è compito imprescindibile, doveroso, ma “impossibile”.
Vi è connessa una difficoltà importante: la necessità di confrontarsi continuamente con l’alternativa fra il “prendersi cura di”… e il “difendersi da…”: difendersi emotivamente ma anche fattualmente, concretamente.
I due aspetti possono in parte combaciare, ma non sempre: accade che si contrappongano, con prevalenze alterne dell’uno e dell’altro. Esemplare questo doloroso avvenimento. Psichiatri e magistrati hanno dovuto scegliere: privilegiare la necessità di garantire la sicurezza del bambino o il diritto affettivo materno di frequentarlo. Affettivo, certo: anche se si è rivelato carico di nefaste ambivalenze.
Il ruolo fondamentale della cura
Sappiamo anche bene come possa rivelarsi impervia la strada della cura. Ciò anche perché il suo strumento fondamentale, l’empatia, non sempre ha spazio. È difficile nel terapeuta un movimento identificatorio. Infatti nell’approccio abbiamo a che fare con il nucleo centrale del Sé, che fa di noi quel che siamo al di là di qualunque organo: ben difficile fare i conti, in impegno emotivo personale, con ciò che lo turba in modo diretto e profondo, incidendo fortemente sulla immagine di sé e sulla relazionalità in cui essa si forma e si dispiega.
È una espressione praticabile il dire che può venirmi un infarto o una emorragia cerebrale o un cancro: malattie terribili, ma che non intaccano il nucleo centrale del Sé: è anche possibile temerle realisticamente, se non proprio serenamente, come eventi possibili. Ma dire che può venirmi una schizofrenia è espressione impropria: più appropriato semmai dire – se ne ho il coraggio – che potrei diventare schizofrenico. Di conseguenza, facile e immediato sentirsi solidali e soccorrevoli col portatore di malattia somatica: ben più complicato quando si ha che fare col malessere psichico grave. Necessario ma difficile il capire e sentire che potrei condividere il modo di essere dello psicotico (fra tanti, ricordo l’ammonimento di Sullivan, “siamo tutti più che altri umani”). Ciò condiziona le possibilità di cura.
Aspetto collaterale ma non minore, del rapporto fra la prioritaria esigenza della cura e la sicurezza è il grave problema della posizione di garanzia, anch’essa non eludibile ma “impossibile”, e senza fine. In questa orribile circostanza c’è già chi si chiede se e come “qualcuno ha sbagliato”, per qualcuno giustificatamente, per altri strumentalmente. E in qualche proposta di legge si profila già l’aspirazione a svolte securitarie.



