In data 11 aprile, si è tenuto presso il Maxxi-Museo d’Arte Moderna in Roma, il grande gruppo di Psicoanalisi Multifamiliare, in una pausa del susseguirsi di proiezioni di corto e lungo metraggi che fanno parte del Film-festival della Salute Mentale, “Lo Spiraglio”, giunto alla sua 15° edizione, cioè, un grande gruppo a cui sono intervenuti pazienti, familiari e operatori provenienti dalle strutture facenti capo alle Asl romane o a strutture convenzionate con le Asl romane.
In totale erano presenti intorno alle duecentotrenta persone, ma ciò non ha impedito che si svolgesse regolarmente un gruppo di psicoanalisi multifamiliare.
Gli interventi si sono susseguiti serrati e intensi, a partire dai primi due.
Il primo intervento
Il primo intervento è partito da una domanda e, in particolare, da una risposta emersa nella sessione della mattina del Filmfestival che aveva avuto per argomento: “Chi cura chi cura?”; la domanda era stata: “che cosa ti hanno insegnato i tuoi genitori?” E la risposta: “a pensare con la mia testa”.
Questa risposta aveva emozionato l’interlocutore, uno dei conduttori anziani del gruppo che aveva replicato: “Complimenti! Ho passato la mia vita a cercare di costruire situazioni che permettessero a ragazzi, che avevano mostrato difficoltà a raggiungere la facoltà di utilizzare la propria testa, di riuscire a farlo. E ora mi trovo davanti a questa splendida dichiarazione”.
Il conduttore anziano racconta, nel gruppo, di come questo evento lo abbia aiutato a sentirsi meno ripiegato sul suo dispiacere, dovuto al fatto che si era improvvisamente reso conto che, per molto tempo, era andato alla ricerca del modo in cui aiutare ragazzi che provenivano da situazioni in cui, fino a quel momento, non era stato con la loro testa che avevano potuto decidere della loro vita, affinché potessero modificare questa condizione, ma che, in verità, era alla ricerca di qualcosa di proprio, fino ad allora a lui sconosciuto e di cui, poco tempo prima, aveva avuto inaspettatamente contezza.
Il secondo intervento
Il secondo intervento viene effettuato da un paziente e rinforzato da quello di un altro, a proposito del problema costituito dal fatto che, spesso, il cosiddetto “Amministratore di sostegno”, come nei loro casi, finisce per tendere a rinviare, sine die, il momento in cui farsi da parte e restituire ai pazienti la facoltà di riappropriarsi della capacità di amministrare la propria vita economica e non solo.
Entrambi gli interventi, seppure con sfumature diverse, accennavano all’idea che forse ci vorrebbe, più che un generico amministratore di sostegno, la figura di un avvocato esperto in questioni amministrative e civili: ciò li aiuterebbe a sentirsi più tutelati.
La riconquista dell’autonomia
Comunque propongono il tema della difficoltà della riconquista dell’autonomia e della necessità di rifletterci approfonditamente insieme.
A queto punto il gruppo parte: gli interventi iniziano a susseguirsi prendendo spunto dai due temi che, ben presto, si propongono come due sfaccettature del medesimo problema: come riconquistare l’autonomia fino in fondo sia dal punto di vista psicologico-sociale che da quello amministrativo-economico.
Si susseguono interventi da parte di esponenti di tutte e tre le categorie: pazienti, familiari e operatori che raccontano ognuno il proprio squarcio di storia a proposito di come hanno tentato e raggiunto, in modo più o meno soddisfacente, la propria autonomia.
Per la grande partecipazione e per la voglia di intervenire manifestata da molti, il gruppo alla fine dura quasi due ore, lasciando nei presenti la sensazione di essere riusciti a scambiare vicendevolmente emozioni piene, in primo luogo, di sofferenza che, però, per il solo fatto di essere state espresse e condivise, si è avuta la sensazione che avessero iniziato a “pesare di meno” a tutti quelli che le avevano proferite e a tutti gli altri che le avevano ascoltate e fatte proprie.
I due interventi finali
Due interventi finali meritano di essere ricordati: una figlia ha parlato del fatto che, frequentando regolarmente il gruppo, presente nella struttura pubblica della sua zona, era riuscita pian piano a modificare sostanzialmente l’idea che aveva di suo padre, che prima le appariva incostante e lontano e che ora sente di avere completamente riconquistato al suo affetto; una madre che frequenta da molti anni un gruppo e da sempre il gruppo cittadino in questione, ha raccontato quanto emerso recentemente, dialogando con i suoi due figli problematici, che non sono mai venuti ai gruppi ma che le hanno detto che lei, da quando andava a i gruppi, era cambiata: aveva imparato ad ascoltare. Al che lei si era sentita particolarmente rasserenata per tutto il lavoro fatto.
Questi gruppi sono occasioni uniche in cui possono tornare a confrontarsi persone che avevano smesso di farlo, magari proprio perché non si ascoltavano più o, addirittura, per non essere mai riuscite a sperimentarlo. In questo modo, ascoltando gli interventi delle persone appartenenti ad altri nuclei familiari, possono riuscire a ripensare alla propria situazione di difficoltà, quanto meno per non seguitare ad accettarla come se non ci fosse nulla da fare e che tutti fossero, ormai, rassegnati solo alla sofferenza.
L’importanza del confronto con gli altri
In fin dei conti questi gruppi sono un’occasione di sperimentare il confronto con gli altri, proprio come avviene nella società per ciascuno di noi: l’incontro-scontro con i prepotenti, da un lato e le persone gentili, dall’altro, come capita a chiunque tutti i giorni.
Dunque è possibile che sussista un gruppo di psicoanalisi multifamiliare cittadino, che permette ai componenti di tanti gruppi in corso e che, quindi, non si conoscono, di incontrarsi, ascoltarsi, condividere e solidarizzare, proprio come fanno abitualmente nel proprio gruppo.
E che tutto ciò avvenga anche se il numero molto alto dei presenti non farebbe pensare che possa risultare possibile.
In realtà, io penso che in un gruppo di queste dimensioni non sia tanto importante parlare: penso che la cosa più importante sia condividere e ascoltare: accorgersi che gli altri soffrono per motivi non così diversi dai propri. E che, forse, la cosa più importante è star lì e sentire la vicinanza e la solidarietà degli altri.
A me sembra che questo modo di stare insieme, di mettere a confronto idee anche molto diverse, con la convinzione, da parte di ognuno, di potere ascoltare qualcosa di utile, che li aiuti a ripensare e, magari, a cambiare la situazione nella quale si trovano, può costituire un grande aiuto per la rete dei Servizi Pubblici e Privati Convenzionati che si occupano dei casi psichiatrici gravi, che oggi attraversano un momento di grandissima sofferenza per la riduzione insensata dei finanziamenti di cui, viceversa, sarebbe assolutamente auspicabile che disponessero in misura adeguata.




Grazie ad Andrea per la sintesi del gruppo de Lo Spiraglio 2025. 230 persone ad ascoltarsi, a pensare insieme, fa venire i brividi. 230 persone senza un film, un comico, un pallone, in questa società bruciata dal virtuale. A pensarci bene e a ripensarci mi commuove.