I femminicidi, in particolare quello dello scorso anno di Giulia Cecchettin, hanno suscitato l’attenzione dell’opinione pubblica e numerosi interventi hanno analizzato diversi aspetti del fenomeno. In particolare, si sono evidenziate le questioni culturali (in primis quella patriarcale), i bisogni educativi nell’ambito dell’affettività e sessualità, la strutturazione personologica di tipo narcisistico incapace di autocontrollo e di accettare la frustrazione della separazione dei perpetratori. Per vedere l’andamento è utile un’analisi dei dati nazionali.
In Italia, come riporta Merzagora (2023)19, in valori assoluti i femminicidi sono passati da 199 nel 2000 a 118 nel 2021 e tuttavia nello stesso periodo la percentuale dei femminicidi sul totale degli omicidi è aumentata dal 26,4% al 40%. Va detto che gli omicidi sono passati, con un trend di costante riduzione, da 753 del 2000 a 295 del 2021. Mentre si è registrata una ripresa nel 2022 (322) e 2023 (334).
I femminicidi non hanno avuto lo stesso andamento: hanno mantenuto una relativa stabilità (2000-2009 media/anno 173; 2010-19 media/anno 151) segnando un decremento significativo solo nel periodo 2019-23 (media/anno 118). Occorrerà vedere se si tratta di una coincidenza con la pandemia o se invece un primo esito dell’approvazione della Legge 69/2019 (c.d. Codice Rosso).
Un’altra interessante ricerca “La realtà psicosociale del femminicidio in Italia. Uno studio esplorativo” è stata effettuata dal Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Torino (prof.ssa Georgia Zara) pubblicato nel 202220. Lo studio analizza i casi di femminicidio avvenuti in Italia tra il 2016 e il primo trimestre del 2021 in totale 409. Interessanti i dati sui perpetratori del femminicidio: su un totale di 409 perpetratori, 327 (79.9%) erano uomini italiani e 79 (19.3%) non italiani. In 349 (84.5%) femminicidi, la tipologia di relazione tra persona offesa e perpetratore era intima e intensa; in 44 casi (10.65%) si trattava di una relazione superficiale, mentre in un numero esiguo di casi (n. = 18; 4.36%) la persona offesa non conosceva il perpetratore. Per due casi non è stato possibile identificare la tipologia di relazione.
Il movente più frequente, su un totale di 406 esaminati, era legato alla «multiproblematicità relazionale», evidenziata in 291 casi (71,7%), a cui seguono i femminicidi causati da comportamenti antisociali e impulsivi (n. = 33; 8,13%). I femminicidi legati a questioni economiche (n. = 24; 5,9%) oppure legati a disturbi mentali del perpetratore (n. = 24; 5,9%) sono risultati poco frequenti. Per 34 femminicidi (8,37%) non è stato possibile raccogliere informazioni specifiche sul movente.
L’età più coinvolta è quella dai 36 ai 55 anni individuata come la “fase della crisi coniugale e relazionale”. Quindi l’orientamento alla prevenzione e all’educazione relazionale, affettiva e sessuale, nonché all’autocontrollo rivolta ai giovani può essere utile nel lungo termine mentre negli adulti in primo piano dovrebbero essere gli strumenti per affrontare la multiproblematicità relazionale, le relazioni “tossiche”, le separazioni conflittuali e i comportamenti antisociali/impulsivi.
I femminicidi legati a questioni economiche sembrano limitati, lo stesso per quanto attiene le persone con disturbi mentali (che agiscono all’interno della famiglia e per lo più ai danni della madre). Altre ricerche indicano la rilevanza dei problemi assistenziali in particolare di anziani (coppie sole), nel determinarsi del femminicidio/suicidio del perpetratore.
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