E se ad aver bisogno di essere ricaricati non fossero solo i nostri cellulari?
Quando la nostra batteria si esaurisce, cerchiamo di alimentarla con quella dei nostri cellulare, quasi come una forma compensativa. Ci preoccupiamo prima di ricaricare quella del nostro dispositivo, senza chiederci quanto spesso anche noi ci troviamo “al due percento”.
La necessità di ricaricarci per recuperare l’energia
Parlando per metafore anche noi come i nostri cellulari abbiamo una batteria interiore, e come tale, tende ad esaurirsi, e abbiamo la necessità di recuperare l’energia spesa. Oggi più di ieri tendiamo a scaricarci più facilmente, ad affaticarci maggiormente, in quanto la quantità di stimoli a cui andiamo incontro durante tutto l’arco di una sola giornata sono davvero molteplici. Non si tratta soltanto di impegni lavorativi o di richieste esterne, ma di tutto ciò che concerne le dinamiche relazionali.
Queste ultime, infatti, non sono mai neutre, in quanto implicano una componente emotiva che, a seconda della qualità del legame, può nutrirci o consumarci e questo nello sviluppo della personalità, soprattutto del giovane, fa la differenza. L’altro esercita su di noi un impatto significativo: un incontro può rafforzarci oppure sottrarci energie. Per questo motivo, anche se il contatto sociale è potenzialmente piacevole, oggi viene vissuto sempre più spesso come impegnativo.
Le relazioni tra connessione e distanza
Le dinamiche relazionali rappresentano quindi un paradosso: tra connessione e distanza, tra rapidità e impatto. Lo è ancora di più ad oggi in un contesto che ci spinge ad essere sempre reattivi, disponibili e performanti. Pertanto, i legami stessi sembrano aver assunto il ritmo delle notifiche: rapidi, frequenti, superficiali. Perdendo così spazi di autenticità, aumentano si le relazioni, ma su un piano di superficie. Nel contesto in cui viviamo potremmo rappresentarci con un’immagine: quella di una trottola.
Questa immagine racchiude un duplice significato, il primo è la sensazione di essere considerati più “oggetti” che “persone”, il secondo, e quello di, in quanto oggetto, roteare su se stesso, in modo molto veloce, con il tentativo di rimanere in equilibrio. Equilibrio che diventa sempre più labile. Lo si osserva chiaramente nei più giovani: ragazzi che, pur avendo alle spalle pochi anni di vita, portano il peso di un mondo frenetico, competitivo, affollato di stimoli e aspettative.
Mentre loro cercano aiuto, l’intera comunità è concentrata a cercare il colpevole, qualcuno a cui dare la colpa di tutta questa sofferenza. Si assiste ad un puntarsi il dito l’uno contro l’altro, senza mai fermarsi, fare un passo indietro e chiedersi “ma io cosa posso fare?”. Pertanto, succede che il giovane si ritrova disorientato, senza gli strumenti adeguati ad affrontare la frustrazione, il peso, ed alcuni ricercatori aggiungono anche il caos della sovrastimolazione. Tutto questo inevitabilmente si riversa sulla costruzione della propria personalità. Compreso questo è facile intuire che diventa ancora più complicata la costruzione di una personalità solida, non è raro infatti che molti giovani inciampano in questo percorso.
Identità e ambiente
L’identità pertanto rischia di diventare un insieme caotico di emozioni, immagini, senza una direzione chiara, di poca autenticità. L’ambiente, infatti, come evidenziano numerose ricerche, riveste un ruolo determinante nello sviluppo della personalità, non solo nel favorirne la crescita, ma anche, laddove manchino stabilità e cura, nello sviluppare ferite profonde che, se ignorate, possono evolvere in veri e propri disturbi di personalità. Fin dal periodo prenatale, il feto percepisce stimoli che influenzeranno il suo sistema nervoso.
Da lì al primo incontro con le prime figure di attaccamento, come le figure genitoriali, o qualsiasi caregiver che si prende cura del bambino dal primo istante. È un legame prezioso. Infatti, l’attaccamento come sappiamo da numerosi studi è un bisogno innato dell’uomo che lo spinge a ricercare protezione, sicurezza e cura nell’altro più vicino a lui. La domanda che potremmo porci tutti è: in una società così dinamica, che ruota velocemente (per riprendere l’immagine della trottola), che tipo di vicinanza possiamo dare? Che tipo di presenza possiamo offrire se i nostri rapporti sono rapidi, frammentati? Molti giovani, carenti di legami stabili e nutritivi, si rifugiano allora in luoghi dove hanno la percezione di essere protetti, di nascondersi, di costruire un’identità che almeno in apparenza sembra più accettabile: i social media. E allora ecco che diviene quella l’unica modalità di sopravvivenza alla quale possono appellarsi, perché fornisce loro un senso di appartenenza, di identità, di controllo. Al tempo stesso può favorire una dipendenza sottile e pervasiva. Allontanarsene diventa sempre più difficile.
In quei clic, negli scorrimenti, cerchiamo sollievo, nelle luci degli schermi una carezza invisibile, nei like una fragile conferma. I social diventano la “presa di corrente” più accessibile.




Non è mai troppo il tempo e le righe spese per parlare del caos da sovraffollamento che ci investe, distorce le nostre percezioni e confonde l’identità. Ancor più se in costruzione. Anche mentre lascio questo commento frettoloso rifletto su quanto di me sto dando in pasto e su quanto ricevo da questo scambio. Complimenti per la disamina e per il pensiero profondo..cosa comunichiamo ai nostri giovani quando ci parlano mentre noi stessi siamo rapiti dalle notifiche del nostro smartphone?
Anche la mia risposta in ritardo è frutto della molteplicità di cose che occupano la nostra vita ogni giorno e ci fanno dimenticare delle altre. La ringrazio e sono lieta di aver lasciato in chi legge delle riflessioni che ognuno di noi può portare con sé.