Vaso di Pandora

Caso Fakir: l’emergenza psichiatrica non può essere gestita come un problema di ordine pubblico

Il caso Fakir rimette al centro delle polemiche la gestione della crisi, gli interventi che appaiono brutali e inadeguati degli agenti di polizia. Tutti si scagliano contro tutti, tutti giudicano, alcuni sentono voglia di menare le mani e finiscono in piazza ad aggiungere odio all’odio, violenza alla violenza.

Lo stato di agitazione psicomotoria è una condizione psicologica e comportamentale che può avere molte cause. Come tutte le situazioni mediche che comportano emergenza richiede una sensibilità diagnostica molto complessa. Tanti che hanno ricevuto cure tempestive in Pronto Soccorso raccontano di essere stati salvati per l’intervento di operatori sanitari capaci, veloci, coraggiosi. Un infarto. Un ictus. Una crisi emolitica. Ne conosco molta di gente che ringrazia il nostro sistema sanitario nazionale e continua felicemente la propria vita.

Per capire cosa accade quando si rompe improvvisamente un equilibrio serve molta esperienza. Forse sapremo qualcosa di più su cosa stava accadendo a Fakir prima dell’incidente, si potrà fare una catamnesi, un’autopsia psichiatrica e ricostruire il significato della sua crisi. Forse non si riuscirà ad arrivare ad un senso e ci si limiterà alle ipotesi, derivate dalle perizie sul telefono della vittima, sulle testimonianze.

Quando una crisi psichiatrica diventa un’emergenza sanitaria

Veniamo ai fatti. I poliziotti accorsi comprendono immediatamente di cosa si tratti e chiamano l’emergenza medica. In Italia questa ha un numero ubiquitario: 118. Invece di operatori sensibili trovano un algoritmo che attribuisce un codice verde ad una emergenza che, la mia esperienza mi dice, è sempre rosso.

Per questo il ritardo, per questo devono intervenire, per questo l’immobilizzazione forzata. Immagino la tensione di quei momenti, il cuore a mille di Fakir e quello dei poliziotti, immagino il sudore, le grida, la paura. E vedo con molta commozione quelle solitudini, oggi dolore e sensi di colpa, oppure rabbia e lutto.

L’esperienza sul campo negli interventi del 118

Parlavo della mia esperienza. Tra il 2005 e il 2015 ho regolarmente fatto i miei turni di guardia per gli interventi 118. Una bella rogna, si diceva. Tanta responsabilità, e tanta solitudine. Ho in mente centinaia di casi. 

Andavo in bicicletta talvolta, lavorando in un CSM nel centro di Roma era il modo più comodo. Le nostre macchine di servizio non potevano entrare nella ztl. Sembra incredibile ma era così. Con la bici arrivavo sempre troppo presto. Molte volte per primo. Magari c’erano i vicini, o i familiari, o i passanti. Spesso arrivavano a seguire le volanti e per ultima la autoambulanza. Ma non era la regola. La regola era che mentre aspettavo i rinforzi rischiavo moltissimo. A livello legale, medico e personale.

Il campo in cui si svolgeva l’intervento era eterogeneo. Una volta un tunnel pieno di accampati, sotto la stazione, un odore nauseante. Si passava uno per volta. E mi davano spesso l’onore della precedenza.

Una volta una casa in un grande palazzo a Montesacro. L’appartamento era completamente senza tramezzi, mobili a pezzi, tutto abbattuto con una mazzetta. Lui era seduto in un angolo e piangeva. Sembrava il finale de La Conversazione Di Coppola.

Uno aveva una bambina di pochi mesi in braccio e camminava avanti e indietro su un balcone al 15 piano di un palazzo popolare di Roma Est. 

Ne ricordo troppi per selezionarli. E ricordo le mie emozioni. Spesso pensavo ai miei figli piccoli, e cercavo di agire con prudenza, saggezza. Sentivo che dovevo tornare a casa sano e salvo. In quei tempi mio figlio faceva un bel casino a casa, un vulcano di giochi. Luca, basta! gli dicevo spesso. 

Uno dei miei interventi più difficili avvenne proprio con un ragazzo straniero. Il nome ricordava proprio quel suono: luca basta! I poliziotti gridavano. E lo chiamavano per nome, con un suo documento in mano. Io pensavo al mio Luca. Il ragazzo era spaventato, i piedi nudi e feriti da chissà quanti chilometri, torso nudo, scolpito, un dio greco. Zitto, torvo, teso come una molla. In posizione facile dello yoga. 

Ci avviciniamo e quello fa un gesto velocissimo con le braccia. Si capisce subito che sta male, forse è pieno dì psicostimolanti, e soprattutto si capisce che sa combattere.

Ricordo che ad un certo punto eravamo in dieci. Intorno a lui. Poi io inizio a parlare con un poliziotto più anziano e l’infermiere. Dico: facciamo una strategia. Non ci buttiamo addosso. Rischiamo di farci male. 

E intanto penso a Luca e a Lavinia a casa.

Prepariamo un paio di siringhe, propongo braccio e coscia. Dico che mi avvicino per parlarci e dietro di me infermiere e due poliziotti. Gli altri si appostano dietro ad un cartello pubblicitario a cui il paziente è poggiato e gli bloccano mani e piedi. Agiamo tutti insieme a seguito di un gesto del poliziotto anziano.

Un commando, una farsa, un gioco? Io gli dico due parole, poi le punture, lui scatta in piedi, noi tutti indietro, lui barcolla, lo teniamo e in pochi secondi si lascia andare e dorme. Ci siamo dati la mano. L’infermiere mi ha persino abbracciato: grazie doc. Ci hai dato tranquillità, mi fece. E io continuavo a pensare: Luca, basta!

Cosa significa intervenire durante un’emergenza psichiatrica

Sto cercando di proporre un concetto: intervenire durante un’emergenza psichiatrica attiva un setting molto specifico. Dentro ci passano transfert, controtransfert, e basta un attimo e finisci in una violazione del setting. Dentro questo contenitore di chiara derivazione psicoanalitica, i contenuti sono la medicina, la psicologia, le culture, l’umanità, la sicurezza, i limiti.

L’espressione “tanta roba” che ora va di moda e non mi piace affatto ci cade a perfezione.

Dal TSO allo stato di necessità: cosa è cambiato

Nel 2018 una nuova determinazione regionale ha regolato il trasporto dei pazienti psichiatrici nel Lazio. Di fatto sostituirà gran parte dei TSO, di cui a suo tempo facevamo solo la proposta; la convalida seguiva eventualmente in pronto soccorso. Ora gran parte degli interventi in emergenza passano con lo stato di necessità . 

Molti la hanno accolta con favore perché ha liberato psichiatri e infermieri del territorio dal gravoso compito dei turni di guardia al 118. Ora se la vedono gli operatori del 118 da soli, spesso con poliziotti, carabinieri, municipale.

Non so come vadano le cose nelle altre regioni italiane. Non conosco nei dettagli tutti gli ordinamenti. 

Certo ricordo il capitolo su un intervento in piena emergenza a Termoli, nel Molise. Angelo Malinconico alle prese con un’aspirante suicida sulla spiaggia. Le strategie per salvarla buttandosi in acqua. O quell’altro che aveva fermato nel suo studio per fargli un TSO. L’ambulanza ritardava. Angelo doveva fare pipì. Il paziente non collaborava. Alla fine Angelo prende un guanto di lattice e ci fa la pipì dentro, altrimenti se la faceva sotto oppure il paziente scappava. Il libro si chiama Compagni di Viaggio, Astrolabio, e questo anno ha vinto un prestigioso premio letterario della Società Psicoanalitica Italiana.

Il caso Fakir riapre il dibattito sulla gestione delle crisi psichiatriche

L’emergenza psichiatrica è una cosa molto seria. Lasciare che la facciano i poliziotti è un peccato. Come chiedere all’idraulico di mettere uno stent, in fondo sono tubi, no?

Con il massimo rispetto per l’idraulico, che ieri ha riparato il mio bagno, per i poliziotti, con cui ho condiviso centinaia di interventi, e per i pazienti psichiatrici, anche quando ci mettono duramente alla prova.

Un po’ come i figli. 

Ieri mi hanno svegliato alle sei. Stavano ancora chiacchierando e bevendo con gli amici. Lavinia fuori in giardino parlava ad alta voce. Intanto Luca spazzava in cucina con una sigaretta in bocca. Ha quasi 26 anni. Non ho detto niente, ma ho pensato: Luca, basta!

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Commenti su "Caso Fakir: l’emergenza psichiatrica non può essere gestita come un problema di ordine pubblico"

  1. Federico mi è sempre piaciuto e condivido. Si sente la sua esperienza e capacità di analisi. Ma anche il suo essere umano, profondamente vicino appunto come persona agli umani nei sentimenti e col cuore.

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  2. Sono già intervenuto durante la conferenza sulla salute mentale per sollecitare attenzione su questo problema,ponendo anche una domanda: come mai quando nel 1978 mi trovai ad operare nel primo SPDC aperto a Genova e negli anni successivi,quando passai a lavorare sul territorio,tutti questi morti in emergenza psichiatrica non si vedevano? Eppure era una rivoluzione,non c’erano esperienze,se non quelle del vecchio ricovero manicomiale e i anche per i vigili del comune ,che allora intervenivano al posto della polizia,era una novità. Cosa c’era di diverso che evitava certe tragedie? Devo anche aggiungere che apposta era lo psichiatra che riusciva ad intervenire prima,anche in situazioni che forse oggi potrebbero apparire temerarie o non conformi con certi protocolli attuali. Ricordo un mio intervento a casa di una povera vecchia circondata dai suoi cani che di fronte allo sfratto minacciava di farsi saltare con le bombole del gas. Fui io ad entrare parlando con lei,la polizia aspettava fuori,senza teste di cuoio. O un operaio dell’ansaldo ,grande come un armadio,che si era braccato nell’ufficio del direttore generale,,durante una crisi psicotica ,minacciando di distruggere tutto se non gli davano una casa e non lo rimandavano in trasferta,da cui era stato sospeso. Anche in quell’occasione,fui io ,di turno pomeridiano al servizio di salute mentale,ad essere chiamato e ad entrare da solo a parlamentare con l’operaio, e nessuno trovò da obiettare. Le due gazzelle di poliziotti armati di mitra che erano arrivate aspettarono nel cortile che scendessimo ,dopo lunghi colloqui. Altro che lo spray al peperoncino che spesso oggi utilizzano incongruamente. Sono cambiati gli psichiatri?Sono cambiati i poliziotti? Sono cambiati i tempi e le sensibilità forse.

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