Vaso di Pandora

Poesia, senso e limiti dell’intelligenza artificiale

L’articolo “Basta una poesia per aggirare i controlli sull’AI” di Antonio Spadaro pubblicato da la Repubblica il 27 gennaio 2026, ci racconta che il tradurre in termini poetici un quesito rivolto alla IA la induce a frequenti errori, e trova ciò sorprendente.

Poesia, ambiguità e limiti dell’intelligenza artificiale

A me pare cosa che non sorprende, poiché le portentose capacità dell’intelligenza artificiale si basano sulla disponibilità di un numero pressoché illimitato di dati che potenziano all’estremo la sua capacità “ragionieristica”: ma ha bisogno di dati non equivoci, che portino al culmine la storica esigenza cartesiana di chiarezza e distinzione. Non può che spiazzarla l’espressione poetica, e sia pure in quella imitazione verosimilmente maldestra che è oggetto di questa ricerca.

La poesia per sua natura ci introduce in un campo “altro”: quello della metafora, del non detto, della allusione, della ricerca di senso. “Senso” è altra cosa rispetto al  significato letterale: vi è implicito il concetto, di direzione, di “andare verso” qualcosa. Ne fanno parte  dunque la volizione, la ricerca, al di là di una mera e neutrale elaborazione di dati obbiettivi.

La creazione poetica fa largo uso della metafora: artificio verbale volto a dire e non dire, a suggerire, a lasciar capire, a mostrare corrispondenze. Essa è presente anche nel linguaggio quotidiano dove veicola un messaggio emotivamente più carico di quanto farebbe il messaggio letterale: “Mi sento giù”, “mi si spezza il cuore”, o invece “sono al settimo cielo”… È infatti essenziale nel trasmettere messaggi emotivamente carichi, invitanti alla partecipazione e condivisione. Ci trasmette ciò molto bene quel bel film di anni fa che era “il postino”: i genitori di una ragazza lamentano che il protagonista l’abbia sedotta, riempendole la testa di metafore”.

Linguaggio poetico, verità e ricerca di senso

Come insegna Franco Borgogno, il linguaggio poetico può divenire strumento della comunicazione psicanalitica. Infatti la vera poesia nasce dal preconscio che è la via maestra per la comprensione: può essere la prima tappa per giungere alla “prosa”, che è il pensiero formulato ed elaborato consapevolmente. Il valore comunicativo della poesia nasce dal suo essere un ponte tra il personale-singolare e il collettivo – condiviso. Può essere il ponte di un rapporto autentico Ciò si evidenzia particolarmente nella teoria e prassi psicanalitica, che ricerca la verità; qualunque cosa ciò significhi.

È di questa dimensione di ricerca interminabile che parlava già Eraclito: “La natura ama nascondersi, allude più che dire.… L’apprendere molte cose non insegna l’intelligenza”.

Con un salto di parecchi secoli, possiamo dire che ciò si applica al funzionamento dell’elaboratore, che “apprende molte cose”, ma non per questo è propriamente intelligente.

Desiderio, corpo e coscienza: il confine umano

Ritroviamo questi temi come  oggetto della riflessione fenomenologico-esistenziale: a partire da Heidegger che invitava giustamente a “vedere come sta la cosa con la motivazione”. Discorso ripreso, fra tanti, da Victor Frankl che a sua volta propugna la ricerca di significato e di senso in ogni incontro che voglia essere terapeutico.

Concetti strettamente legati a quello di verità, che qui e non solo qui si rivela infinitamente problematico, pieno di recessi. Lo ha preso in esame anni fa Enzo Codignola nel suo “Il vero e il falso”. 

Allargando il discorso: quando si parla di motivazione si parla di desiderio in senso lacaniano. Desiderio e bisogno ci invitano  necessariamente a cercare un collegamento con la fisicità: anche in ciò rifacendoci a Heidegger che invitava a non trascurare il corpo, che non è un oggetto come tanti altri ma è parte integrante del Sè.

Non negandoci un riferimento biologico-fisiologico, potremmo asserire che il desiderio è strettamente legato al metabolismo, attività incessante di rinnovamento delle sostanze che ci costituiscono, portandoci a sostituirle continuamente, a mezzo di quel prototipo del desiderio che è la fame.

La macchina non ha metabolismo né desiderio: ciò ci invita a rispondere negativamente al quesito, posto da qualcuno, se essa possa avere una coscienza.

La sua difficoltà di trattare con la poesia sembra confermare questa risposta negativa, sempre che consideriamo la coscienza come qualcosa di più complesso e articolato rispetto alla mera autoconsapevolezza di quanto accade nel mondo interno: quest’ultima più ristretta capacità potrebbe essere alla portata della macchina, sicuramente in grado di cogliere e registrare le proprie operazioni. 

La poesia come prova critica dell’AI

Infine, annotazione doverosa: è possibile che il linguaggio “poetico” adottato nella ricerca di cui stiamo parlando abbia poco a che fare con la vera poesia, anche se non ne sappiamo abbastanza per valutare ciò. Ma comunque, probabilmente l’adottare un linguaggio simil-poetico è sufficiente a disorientare la macchina cui viene sottoposta una comunicazione priva di quella implacabile coerenza inequivoca  che è propria del digitale e che pertanto le risulta  inutilizzabile o quasi. Se è così, l’esperimento citato va al di là di un semplice innocuo giochino: ci aiuta a sapere con chi abbiamo a che fare quando impieghiamo la A.I.

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