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Teologia e Psicoanalisi

Luca Modolo
13 Giugno 2017
2 commenti
Teologia e Psicoanalisi

Commento all’articolo di M. Garzonio del 6 giugno 2017
L’articolo di Garzonio ti fa desiderare di salpare l’ancora della barca che solca il mare dell’indagine del rapporto tra il Soggetto e il suo Altro, tra l’Uomo e il suo Dio.

Ci sono tantissimi spunti d’interesse straordinario con riferimenti a nomi di grande autorevolezza nel campo delle scienze filosofiche e psicoanalitiche. La sua lettura non è immediata e spontanea perché i contenuti cui si riferisce sono di loro assai vertiginosi.
Il punto saliente riguarda l’incontro tra la teologia e la psicoanalisi, con particolare riferimento a quella lacaniana. La matrice illuministica della psicoanalisi freudiana ha inserito la religione nel proprio corpus dottrinale relegandola a una funzione illusoria che l’ha estromessa di fatto dal proprio campo d’interesse e pertinenza. I post freudiani hanno seguito la traccia di questa solcatura fino a Lacan, psichiatra che fa dialogare la filosofia e la psicoanalisi. Più precisamente interpreta e fa dialogare alcuni autori esistenzialisti quali Sartre, Kojéve e Heidegger con altri dello strutturalismo linguistico quale De Saurrure.
Una delle maggiori difficoltà di trattare il tema psichico e spirituale, la cui indagine rimanda all’essere, è il confronto di ciascuno con la propria soggettività (e di conseguenza la sua alterità), le cui tracce si ritrovano come un Pollicino che dalle proprie tasche lascia cadere il suo filo di Arianna per non perdersi nel labirinto del discorso che lo impegna intorno all’uomo. Queste tracce di soggettività non sono macchie che sporcano un oggetto cui sbarazzarcene, ma i punti su cui espandere il discorso che lo riguarda.
In L’avvenire di un illusione (1927), uno dei pochi testi freudiani, insieme a Azioni ossessive e pratiche religiose (1907) e Totem e tabù (1912-13), in cui si parla di religione, c’è un riferimento a un processo di individuazione psichica individuale e collettiva che una volta stabilito per mantenersi usa un meccanismo narcisistico riscontrabile ad esempio nelle rivalità tra le nazioni. La demarcazione delle aree di studio della filosofia e della psicoanalisi e dei suoi modelli teorici è progredita fino a oggi nello stesso modo, tra di loro, ma anche in loro stesse, con autori e istituzioni che si sono accresciuti fronteggiandosi tra loro.
Freud, partendo dall’orda primitiva darwiniana costituisce un sistema famigliare organizzato sul tabù dell’incesto e sul sentimento ambivalente e totemico nei confronti del capo dell’orda. Dal concetto di totem freudiano, depositario di istanze progenitrici e insieme divine da cui si svilupperebbe la concezione monoteistica, Lacan svilupperà il significante Nome-del-padre  inteso come un elemento simbolico e funzionale della strutturazione psichica.
Il Nome-del-padre oppure il lacaniano Corpo parlante (in contrapposizione al Verbo che si fa Carne delle Sacre Scritture) hanno quindi un significato religioso? L’oggetto a di Lacan, centro di gravità verso il quale fantasmaticamente tende la spinta desiderante del soggetto, buco infuocato dove punta il godimento, in che relazione sta con il grembo vuoto della fede e con il Qoelet (Ecclesiaste) della Bibbia?
Se da un lato si osserva la continuità di un discorso psicoanalitico, dall’altro si potrebbe effettivamente cogliere un ponte sulla teologia. La fascinazione di una correlazione è certa, ma la volontà di Lacan nel crearla è quanto meno dubbia. Che sia stato un intento di Lacan coniugare o distinguere la psicoanalisi e la teologia non saprei. Come non saprei se avesse avuto il proposito di creare una terminologia chiusa su stessa creando spaccature e contrasti nello stesso mondo psicoanalitico.
Credo che il riferimento religioso si possa contemplare o escludere a seconda dell’uso personale che un soggetto o un’istituzione ne fa nel suo discorso. Ciò tuttavia non dovrebbe assumere né una connotazione difensiva del proprio discorso né aggressiva riguardo il discorso altrui. Dovremmo imparare a tollerare che ciò sia naturale e funzionale per continuare a sviluppare un pensiero sull’essere e quindi sul soggetto e sulla relazione, all’insegna del rispetto di differenze unificanti.
Sembra indispensabile si vada in questa direzione perché il tempo di Freud dal saldo sistema valoriale è declinato definitivamente, il Nome-del padre è evaporato nella nuvola mediatica, i riferimenti culturali e affettivi sono messi in discussione in maniera insensata da chiunque e ogni dove.
Se l’umanesimo del Petrarca si era rivolto alla riscoperta della storicità degli autori greci e latini risollevandosi dai tempi bui del medioevo con i godimenti premoderni della mistica e dell’amor cortese, oggi il nuovo umanesimo potrebbe essere all’insegna della ricontestualizzazione storica e soggettiva delle opere di autori che di sono dedicati e si dedicano non solo alla psicoanalisi e alla teologia, ma a ogni studio della psicologia, sociologia, antropologia, filosofia e religione. Il nuovo imperativo categorico dell’epoca per mantenere insieme i contrasti dovrebbe essere: elasticità in risposta a rigidità, apertura in risposta a chiusura.
Ecco che il dolore con cui si chiude l’articolo di Garzonio e il riferimento a Giobbe assume una colorazione di senso particolare: nei tempi di facile e velocissimo godimento degli oggetti, la sofferenza e la fatica che si incorre nel cammino della conoscenza o della fede è insopportabile come lo è il confronto con la limitazione del sapere e la castrazione della psiche quando si è costretti a perlustrare presuntuosamente, come un moderno Cristoforo Colombo, il confine tra l’oggetto e il soggetto, tra l’ontico e l’ontologico.

2 risposte.

  1. Carmelo Conforto ha detto:

    Aiuta davvero a pensare lo scritto di Modolo, e colgo nel suo invito a non radicalizzare difensivamente i tentativi ermeneutici la possibilità di introdurmi nel discorso proponendo altre prospettive. Ho messo in evidenza nello scritto il passaggio in cui Modolo fa ricorso a riferimenti mitologici che utilizzano e in un certo modo il “Libro di Giobbe”, su cui ritornerò. Peraltro da sempre la psicoanalisi utilizza riferimenti mitologici nella costruzione della teoria, primo fra tutti il mito edipico, (penso non solo a Freud, ho in mente Lacan, Bion soprattutto). Connessioni mitologiche che, a mio parere, stimolano nell’analista la formazione di elementi (alfa, ritengo) che contribuiscono alla fioritura della reverie, “il sogno della veglia”. Questa premessa mi consente di ritornare sullo scritto di Modolo, soffermandomi sulla lettura che viene proposta del percorso (mentale) attribuito a Giobbe,
    qui indicato come emblematico testimone della tolleranza alla sofferenza nel cammino verso fede e conoscenza. E’ a questo proposito che ho preso in considerazione un capitolo di Roland Britton, analista inglese, “L’emancipazione dal Super-Io” (2003) (vedi nota 1) a cui ho associato mie considerazioni (che, curiosamente, sto portando avanti da un pò di tempo) sulla significatività dei contenuti presenti nel “Libro di Giobbe”, una versione che si discosta da quella che Modolo consegna. Il discorso di Britton si propone di cogliere la definizione emotiva del Super-io, la sottolineatura della “natura punitiva” che dagli anni ’20 ne informa la presenza e il progetto. Poi la Klein ne ha ripreso la storia, chiarendo le evoluzioni della posizione depressiva e “il dolore del senso di colpa e il rimorso per aver commesso un danno”(ibidem), condizioni che si organizzano intorno ai percorsi riparativi propri dell’Io e allo sviluppo (con Winnicott) della capacità di preoccuparsi. Non sempre i soggetti in analisi raggiungono (mantengo il linguaggio metapsicologico della seconda topica freudiana) questa sorta di accordo dell’ Io con il Super-io, di cui riconosce il valore capace di equilibrare, controllare, espiare, le spinte aggressive depositate nell’Io.
    Penso ai pazienti con patologia narcisistica: in particolare ho in mente Betty Joseph e il suo capitolo “Assuefazione alla quasi-morte” (1982) in cui l’obbedienza (la dipendenza) inconscia a una struttura interna sadica costringe il paziente all’accettazione di un percorso di vita (e di difesa dalle trasformazioni che il lavoro analitico tende a proporre) in cui vi è confusione tra sofferenza e (occultato) godimento masochista. Penso al dramma anoressico, allo spoilt children della Heimann, 1978 , Borgogno, 1994) , anche al Processo di Kafka…Britton si interroga sulle dimensioni del rapporto Io / Super-Io, proponendo, nel capitolo, il sofferto percorso analitico in cui l’Io “ si assume la propria responsabilità diminuendo cosi il potere del Super-io” (idem).
    Ora, il Libro di Giobbe, nella lettura che Britton propone (ed io con lui), cerca di evidenziare questo modello evolutivo della struttura egoica che, nel lavoro analitico, prende posizione (consapevolezza) nei confronti dell’arbitrarietà di un feroce Super-io, ostinato a non permettere all’Io di far suo il diritto di esprimere giudizi (etici) intorno a se stesso, costringendolo ad una feroce dipendenza di cui è oscuro il significato.
    Britton premette che traduce Giobbe nell’istanza dell’Io e il Dio del “Libro” come espressione di un particolare Super-io con cui Giobbe entra in contatto accusandolo della sua immeritata disperazione. Leggo nel capitolo di
    Britton:
    “Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra. Giobbe,I” dice Dio a Satana. (vedi nota 2) Satana risponde “..Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia! Giobbe,I ”. Ecco la sfida, che Dio accetta: Giobbe non abdicherà alla sua dipendenza. Allora, in una sorta di crescendo, Giobbe subisce danni fino alla morte dei figli, e ancora accetta la dominazione del Signore che ha dato e ora toglie e sia comunque benedetto. Satana non rinuncia alla sfida e il Signore consente lo strazio del corpo di Giobbe, coperto da ulcere. Giobbe ora incomincia a lamentarsi, a non comprendere l’immotivata ostinazione del male. “Perché fuor mi traesti dal seno materno? Giobbe, III”. “Perisca il giorno in cui io nacqui e la notte in qui si disse : è stato concepito un uomo. Giobbe III”.
    Gli amici sollecitano Giobbe a coglier al suo interno il male commesso, da cui deve liberarsi.
    Giobbe inizia un suo modo di valutare le richieste dell’accanimento superegoico. “Volesse Dio che si pesassero i peccati, per aver meritato l’ira e la miseria ch’io sopporto. Giobbe, VI”. E ancora, in un crescendo di consapevolezza “ Se io vorrò giustificarmi mi condannerà, se io mi dimostrerò innocente , egli mi convincerà di reato. Giobbe, XVI”.
    “Io non peccai, e gli occhi nuotano nelle amarezze. Giobbe, XIX”. Poi, come Britton commenta, “Giobbe
    comincia a esprimere l’idea che Dio… sia privo di compassione.
    “Se Egli sceglie , chi lo farà cambiare? Ciò che egli vuole lo fa, Giobbe, XXIII”.
    Riprendo il discorso di Britton: “ Penso che questo sia un momento cruciale anche in alcune analisi, quando l’individuo riesce a mettere in discussione l’autenticità della voce che esprime un giudizio avverso” (ibidem).
    In senso più universale: la spinta dell’uomo a liberarsi dalle imposizioni che assumono identità narcisistico-dittatoriali.

    NOTE:
    1- R. Britton, (2003), “SESSO MORTE e SUPER-IO”, Astrolabio, Roma, 2004.

    2- Britton e io stesso utilizziamo quanto scritto nel Libro di Giobbe. In particolare mi sono servito della SACRA BIBBIA, traduzione di Antonio Martini, Milano, fratelli Treves editori,
    MDCCCLXXX, messa gentilmente a mia disposizione dal dr. Paolo Bascheri.

  2. Galimberti Simone ha detto:

    In questo commento il dott. Modolo tutta la sua conoscenza e cultura per il quale è rinomato nel mondo della psicanalisi,in quanto conversare e riflettere con lui è motivi di grande orgoglio e diventa un bagaglio culturale inestimabile.
    Grazie a lui Lacan,Winnicot e Freud sono accessibili e comprensibili a tutti.
    A proprio tutti anche chi è parte di altre formazioni psicanaliste

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