In arabo, la parola “Sumud” (صمود ) significa resistenza, fermezza, resilienza paziente. È una parola semplice, ma densa di significati, che nel contesto palestinese assume una profondità che nessuna traduzione può davvero spiegare. É la scelta esistenziale di continuare a vivere nonostante tutto e farlo con dignità.
La Nakba, l’occupazione e la nascita del Sumud
Sumud nasce con la Nakba del 1948, l’esodo forzato di oltre 700.000 palestinesi in seguito alla creazione dello Stato di Israele. Da allora, la Palestina è diventata il simbolo di un popolo che vive sotto assedio, esilio o occupazione. In questo contesto, Sumud è una pratica quotidiana di sopravvivenza e resistenza nonviolenta, impegnarsi a ricostruire, educare, denunciare, scrivere, creare contro ogni forma di cancellazione culturale, sociale e storica.
Quando il Sumud ha un volto: le vite raccontate da Francesca Albanese nel suo libro “Quando il mondo dorme”
Francesca Albanese — Relatrice Speciale dell’ONU per i diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati — raccoglie dieci storie di uomini, donne e bambini. Sono storie reali, concrete, che restituiscono una voce alla Palestina. Tra queste: Hind Rajab, bambina di sei anni, uccisa durante i bombardamenti su Gaza. La sua morte è diventata simbolo dell’infanzia rubata, ma anche della memoria che resiste. Ricordarla rientra nel concetto di Sumud.
Abu Hassan, guida turistica a Gerusalemme Est, conduce tour alternativi per svelare la propaganda e raccontare la vera storia della città. Sumud è anche contrastare la cancellazione della memoria collettiva.
George, ingegnere tornato dagli Stati Uniti, trova la sua Gerusalemme cambiata, privatizzata, snaturata. Ma sceglie di restare, di ricostruire un legame con la città.
Ghassan Abu‐Sittah, chirurgo, cura feriti negli ospedali di Gaza sotto assedio, operando in condizioni estreme. La sua dedizione alla vita è una resistenza umanitaria.
Malak Mattar, giovane artista costretta a lasciare Gaza, continua a dipingere il proprio trauma e la propria terra. L’arte così diventa arma di memoria e resistenza identitaria.
In tutte queste vite il concetto di Sumud non è astratto: è praticato, vissuto, scelto ogni giorno. È la risposta a una realtà che spinge all’abbandono. La speranza non come sentimento, ma come scelta, ovvero non legata all’idea che le cose andranno meglio, ma alla decisione di non disintegrarsi. È un orientamento interno. In terapia la chiamiamo “funzione vitale”: quella spinta che porta una persona, anche nelle condizioni più gravi, a non
spegnersi completamente.
La passività e il silenzio delle istituzioni
Il contrario del Sumud è la passività e il silenzio delle istituzioni. Dal punto di vista psicologico, essere ignorati nel proprio dolore produce un effetto profondo: mina la fiducia di base nell’altro. In terapia, una delle funzioni fondamentali è quella dell’ascolto che dà realtà all’esperienza.
Il libro di Francesca Albanese tenta di fare lo stesso: offrire uno spazio dove queste vite possano esistere. Spazi di esistenza e resistenza diventano anche i porti di Genova e Livorno, con i portuali che scelgono di non restare in silenzio, le piazze piene di gente che urlano “non in nostro nome” scegliendo di restare umani ad ogni costo, le barche della Sumud Flotilla, una flottiglia che rappresenta un Sumud in movimento, una resistenza che
naviga rompendo il silenzio del mondo dormiente. Senza armi, ma con coraggio, portano tutti un messaggio: “Gaza non è sola”. Esiste.
Sebbene nato in Palestina, Sumud ha un valore che va oltre i confini geografici. Parla a tutti i popoli oppressi, a chi subisce l’esilio, la marginalizzazione, l’occupazione o l’apartheid. È presente nella lotta dei migranti che non rinunciano alla propria identità, nei popoli indigeni che difendono la propria terra. Parla anche alle nostre parti interne in conflitto.
Una forma radicale di umanità
Sumud è, in definitiva, una forma radicale di umanità: scegliere di vivere con dignità, anche quando tutto attorno crolla.
Sumud nello studio di psicoterapia diventa una postura esistenziale: la capacità di non cedere alla disgregazione, anche quando l’identità è minacciata da esperienze estreme. In terapia, il Sumud si manifesta in forme spesso silenziose: il paziente che continua a venire, nonostante il dolore; chi porta dentro ferite profonde ma cerca parole per raccontarle; chi ha imparato a vivere “con” il trauma, nonostante l’ambiente lo spinga a rimuovere o negare. Lo spazio di psicoterapia diventa il luogo in cui questa tenuta psichica può essere riconosciuta, validata e umanizzata.
Il terapeuta, in questo contesto, diventa un testimone della dignità: accoglie non solo il dolore, ma anche la forza che lo attraversa. Il terapeuta si impegna a restare presente, a non fuggire davanti al dolore, a credere nella possibilità di trasformazione anche quando tutto sembra perduto.
Sumud è l’opposto del sonno dell’indifferenza. È memoria attiva. È presenza ostinata. È un movimento verso la vita, la giustizia, l’umanità.



