Io credo che le parole vengono usate per descrivere la realtà e credo che questo sia giusto.
Però, se poi quello che accade non è più quello che era sembrato che fosse in una fase precedente, è giusto seguitare a descrivere quello che accade utilizzando le stesse parole? Oppure sarebbe più sensato cominciare ad utilizzare termini che assomiglino di più alle azioni a cui si riferiscono?
Io credo che all’inizio il modo in cui veniva descritta la reazione dello Stato di Israele a quanto accaduto il 7 ottobre 2023 corrispondesse a quello che stava accadendo: parlare di morti tra i civili come effetti collaterali delle iniziative portate avanti dall’Esercito e dall’Aviazione di Israele.
Con il passare del tempo e, soprattutto, con l’aumento vertiginoso del numero dei morti e dei feriti tra i civili, compresi i bambini, ci si è iniziato a chiedere se non si trattasse di un “genocidio”.
Alcuni mesi orsono, fu Papa Francesco a chiedersi, tra i primi, quasi timidamente, per non suscitare le ire dello Stato di Israele in primo luogo, ma anche di tutti quelli che per troppo tempo hanno seguitato a fare finta di non capire quello che stava succedendo a Gaza.
Contemporaneamente esponenti delle Nazioni Unite hanno iniziato a farlo.
Le similitudini con l’apartheid
Ancor più recentemente un esponente delle Nazioni Unite, di nazionalità italiana, che da anni si occupa del modo in cui viene tenuto in considerazione il Diritto Internazionale nella difficile situazione in cui sono stati chiamati a convivere palestinesi e israeliani, ha parlato per la prima volta di una situazione che rimandava a quanto accaduto per molti anni in Sudafrica e, cioè, che ci trovassimo di fronte ad un regime di apartheid.
In quel caso il potere dominante era stato per molto tempo nelle mani dei bianchi di origine europea, mentre la popolazione nera, al massimo, poteva aspirare a essere utilizzata come manodopera. Nel caso in questione, sarebbero stati gli israeliani ad esercitare un regime di apartheid nei confronti dei palestinesi.
Come tutti sanno, la questione è complessa, però il messaggio della studiosa italiana a proposito di quelli che sono i rapporti di forza tra i due popoli, israeliano e palestinese, è molto chiaro: gli israeliani esercitano un regime di apartheid nei confronti del popolo palestinese sia a Gaza, sia in Cisgiordania.
I dati della ricerca del Guardian
Di recente, il “Guardian”, autorevole quotidiano britannico, ha riferito che uno studio effettuato dall’Esercito israeliano a proposito della composizione, tra militari e civili, dei morti, a tutt’oggi, nel corso della guerra, a partire dal 7 ottobre del 2023, ha parlato delle seguenti percentuali: tra il 17 e il 18% i morti sono stati costituiti da militari israeliani, tra l’82 e l’83% da civili, il 70% di questi da donne e bambini.
Le Nazioni Unite hanno sancito che tra la popolazione araba di Gaza è in corso una “carestia”, che 132.000 bambini rischiano di morire di fame, che l’induzione di questa carestia non è legata a cause atmosferiche o di povertà, ma alla volontà politica dello Stato di Israele.
Tanto per dare un piccolo contributo dall’Italia, recentemente si sono svolti a Pisa i funerali di una cittadina araba di venti anni a cui i medici dell’Ospedale dove era stata ricoverata avevano fatto diagnosi di malnutrizione e che lo stato di Israele aveva cercato di smentire dicendo che era morta per leucemia. Oggi i medici hanno ribadito che non aveva nessuna leucemia e che è morta di fame.
Un ultimo dato per capire la situazione: sono state uccise 1800 persone negli ultimi due mesi, mentre aspettavano che fossero distribuiti gli aiuti alimentari, da quando della distribuzione degli aiuti sono state estromesse le Nazioni Unite.
Le persone uccise a Gaza
Ora, in una situazione di questo tipo, com’è giusto definire che le persone muoiono tra i palestinesi, se su sei che ne muoiono, cinque sono civili che non hanno modo di difendersi, né di rifugiarsi in luoghi in cui non possono essere colpiti?
Io penso che il modo per descrivere la morte di queste persone sia che sono oggetto di omicidio da parte di esponenti dell’esercito israeliano e che questi ultimi siano da considerare omicidi.



