L’8 febbraio scorso, ho condotto, insieme a tre colleghi psicoterapeuti della CT Reverie, esperti di PM, di cui uno ha portato a termine il Master del Lipsim, un’altra lo ha interrotto ma lo vuole riprendere e il terzo è il direttore della CT e ad altri sei operatori della CT, il primo gruppo di psicoanalisi multifamiliare che si è tenuto presso quella CT. Erano presenti, nel complesso, tra pazienti, genitori e operatori, circa trentacinque persone.
La CT Reverie si trova a Capena, un paese che sta in campagna, a circa trenta chilometri da Roma.
La storia della CT Reverie
Questa CT ha una storia molto lunga, iniziata intorno al 1980 ed ha avuto un influsso molto importante su di me e sul modo di pensare alla malattia mentale grave da parte mia.
Quarantacinque anni orsono, per dieci anni, dopo essermi entusiasmato per le imprese di Franco Basaglia ed aver avuto la fortuna di partecipare al Progetto Finalizzato: Medicina Preventiva del CNR, sub-progetto Prevenzione Malattie Mentali, che mi ha consentito di conoscere da vicino le realtà e le innovazioni introdotte a Trieste, Perugia Arezzo e Roma, mi sono riproposto, nel mio piccolo, di collaborare alla nascita e allo sviluppo di una Nuova Psichiatria, visto che a quel punto, con la promulgazione della Legge 180 e, conseguentemente, con l’apertura dei Servizi Psichiatrici Territoriali, tutto avrebbe potuto essere differente in Psichiatria.
Dal 1974 al 1980, mentre frequentavo i Corsi della Scuola di Specializzazione in Psichiatria a Roma, svolsi il mio internato sotto la guida del prof. Giuseppe Donini, che mi insegnò a conoscere e riconoscere i pazienti nel gruppo di discussione a cui tutto il reparto donne era invitato a partecipare ogni mattina, ebbi l’opportunità di formarmi in Terapia della Famiglia con Luigi Cancrini e di vivere un a prima esperienza psicoanalitica, nelle vesti di paziente, con Michele Risso, un analista amico di Franco Basaglia e che faceva parte di Psichiatria Democratica.
Dopo aver lavorato a Terni e a Orvieto, dal 1978 al 1980, nel 1981, ho iniziato a lavorare stabilmente a Roma, in un CSM e in una struttura, un ex-albergo trasformato in Comunità-Alloggio, che si occupava di 12 ex-pazienti che erano statio ricoverati al Santa Maria della Pietà, l’OP della Provincia di Roma e che, successivamente alla chiusura dell’accesso ai Manicomi, stabilito dalla Legge di Riforma, erano stati dimessi e lì inseriti.
La mia esperienza negli anni ’80
In quei dieci anni, tra il 1981 e il 1990, mi sono occupato di molti pazienti e delle loro famiglie, giacché ero già didatta di Terapia familiare, cercando di seguirli sia in ambulatorio e a domicilio, sia durante i ricoveri presso uno dei tre SPDC della Provincia di Roma, aperti in quel periodo.
Nello stesso periodo, ho insegnato la Terapia Familiare a Genova e ho portato a termine la mia analisi personale, prima, didattica, poi, che mi ha reso psicoanalista.
Insomma, fin dall’inizio, a me sembrava che la Psichiatria tradizionale dovesse tener conto delle innovazioni sostanziali proposte dalla lezione anti-istituzionale basagliana e che la Psichiatria potesse/dovesse confrontarsi con il mondo della psicoterapia, sia di matrice psicoanalitica che sistemico relazionale, per riuscire a dare più senso a quello che faceva… Fin d’allora mi sentivo un meticcio e, in questo senso, ho seguitato a muovermi.
Visti i miei interessi, Michele Risso, mi prestò il libro, in inglese, di Harold Searles “Scritti sulla schizofrenia”.
L’insegnamento di Adriano Giannotti
Adriano Giannotti, il mio analista, che mi introdusse al pensiero di Donald Winnicott, mi insegnò che era possibile introdurre un atteggiamento psicoterapeutico in un’Istituzione, come lui aveva fatto presso la Cattedra di Neuro-Psichiatria Infantile, di cui era direttore, fino ad influenzare profondamento l’orientamento della cultura dell’intervento che la contraddistingueva.
Negli stessi anni, molti psicoanalisti, non solo a Roma, svolgevano sistematicamente supervisioni di grande qualità sulle attività degli operatori dei Servizi Psichiatrici Pubblici.
Però la sensazione che seguitavo a portarmi addosso mi faceva dire che la maggior parte di quello che veniva fatto nei Servizi Pubblici non fosse cura, ma assistenza e che gli unici pazienti che venivano curati fossero quelli che riuscivano, pur tra mille difficoltà, ad entrare nella Comunità Terapeutiche Maieusis, che poi si divise in CT Maieusis e CT Reverie.
Questo gruppo di operatori iniziò la sua esperienza con l’aiuto di Massimo Marà.
Massimo Marà era stato il Responsabile di un padiglione del Santa Maria della Pietà che, un bel giorno, aveva deciso di occupare due Case Popolari vuote, non lontane dall’OP e di trasferirsi lì con gli utenti e il personale del suo padiglione. Dando così luogo ad una CT pubblica per pazienti fino a poco prima residenti in OP. Massimo fu uno dei primi a cercare di coniugare la convinzione basagliana che fosse necessario fare a meno del Manicomio e di tornare nella Società, insieme ai suoi pazienti e, contemporaneamente, di coniugare la prassi anti-istituzionale e la psicoterapia psicoanalitica.
Come accennato, i colleghi della Maieusis-Reverie lo seguirono e andarono ad aprire una CT privata convenzionata a trenta chilometri da Roma.
La mia collaborazione con la CT Reveire
Da alcuni anni, collaboro con la Comunità Reverie attraverso la supervisione psicoanalitica dei casi clinici. Nell’ultimo anno, si è aggiunto a questo impegno, su richiesta degli operatori della CT Reverie, un breve corso di formazione teorico sulla Psicoanalisi Multifamiliare insieme a Fiorella Ceppi, che ha condotto, infine, all’apertura del Gruppo in questione.
Nel corso del GPMF, ho avuto la sensazione di restituire ai colleghi quanto da me ricevuto tra il 1980 e il 1990 e, cioè, che anche i pazienti psicotici potessero essere curati.
Aggiungendo l’idea che, per quanto riguarda la patologia mentale grave, è necessario che a curarsi siano anche i genitori, oltre che i figli, come avviene nei GPMF.
Sulla base di questa ipotesi, mutuata dall’osservazione delle realtà terapeutiche della Maieusis e della Reverie, aprimmo, in seguito, una CT in ambito pubblico, la CT di via Piatti, Asl Roma 1.
Poco prima dell’apertura, nel 1997, conoscemmo Jorge Garcia Badaracco ed ebbe inizio l’avvicinamento alle sue teorie e prassi psicoterapeutiche, utilizzabili all’interno delle varie strutture afferenti al Dipartimento di Salute Mentale.
L’approccio di Jorge Garcia Badaracco
Io penso che, nel Gruppo di Psicoanalisi Multifamiliare, Jorge Garcia Badaracco abbia sintetizzato un insieme di conoscenze provenienti dalla Psichiatria, dalla Psicoanalisi e dalla Psicoterapia Sistemica e che le abbia trasformate in uno “stile di lavoro”, come lo ha definito successivamente Gianni Giusto, che fa sentire la sua presenza indipendentemente dal lugo in cui il GPMF viene portato avanti, sia che si tratti della CT, del CSM o, addirittura, del SPDC ospedalieri.
In ognuna di queste situazioni di lavoro, l’utilizzazione del GPMF permette di costruire una situazione in cui il paziente, per un verso e i familiari, per l’altro, possono acquisire la capacità di mettersi alla ricerca di sé stessi, vero motore della cura, se effettuato da parte di entrambi.
Se il gruppo di PM (GPMF) viene inserito in ognuno dei Servizi di cui si compone un Dipartimento di Salute Mentale, il clima di azione complessivo del Dipartimento stesso ne risente positivamente. Si instaura una cultura condivisa dell’intervento che da modo agli operatori di costruire un intervento dipartimentale, in cui ogni Servizio, in relazione ai compiti specifici che gli competono, può fornire il suo apporto specifico alla messa in moto di un’azione complessiva e coerente che comprenda tutte le parti di cui è composto quel dipartimento.
L’introduzione del GPMF all’interno delle CT Redancia
All’incirca dieci anni orsono, ho incontrato di nuovo Gianni Giusto e, per merito del suo entusiasmo e della sua spregiudicatezza, ho introdotto il GPMF all’interno delle CT Redancia.
Lo avevo conosciuto poco dopo il 1980, nel CSM dove lavorava, a Genova e che, in seguito, abbandonò perché non svolgeva il compito di “Servizio Pubblico”, che avrebbe dovuto svolgere.
Lo sono venuto a trovare prima di aprire la CT in ambito pubblico a Roma, nel 1997, per cercare di carpire i segreti della straordinaria esperienza che stava compiendo insieme ai suoi colleghi.
Ma tutto, per me, iniziò mettendo a confronto quello che facevamo lavorando in un CSM, con la collaborazione del SPDC e delle Case-famiglia, prima e dei Centri Diurni, dopo, con quello che veniva fatto in una Comunità Terapeutica, nel mio caso la CT Reverie. Per questo motivo, essere riuscito ad aprire un GPMF presso di essa è per me un grande motivo di orgoglio.



