Recentemente una collega mi ha consigliato una lettura “Considera gli animali” di Simone Pollo, Professore di Filosofia morale presso La Sapienza di Roma. Nel libro si parla del fatto che noi esseri umani, pur sentendoci unici e speciali, condividiamo molto con gli animali, discendendo tutti da un antenato comune. Molti animali, infatti, hanno capacità emotive, cognitive e affettive, simili a noi. Eppure spesso tendiamo a fare distinzioni nette, scegliendo alcuni animali come compagni di vita, adorandoli e trattandoli come membri della famiglia, mentre con altri ci arroghiamo il diritto di maltrattarli, pensiamo agli allevamenti intensivi, dai quali provengono la maggior parte delle carni che mangiamo, o ad alcune usanze come bollire le aragoste ancora vive, o ancora al trattamento che riserviamo alle meduse che hanno la sfortuna di incontrarci vicino alla riva del mare. Questo ha un nome: lo specismo.
La tradizione dell’agnello pasquale
Ci stiamo avvicinando alla Pasqua e riflettendo su questa lettura, mi è venuto in mente la tradizione dell’agnello pasquale. L’agnello pasquale è una tradizione che affonda le radici nella cultura cristiana e nelle celebrazioni legate alla Pasqua, simbolo di rinascita e sacrificio. In molte famiglie italiane, così come in altre culture, il consumo di carne d’agnello durante le festività pasquali è un’usanza consolidata, che evoca sia un forte legame con la tradizione religiosa che con le tradizioni culinarie regionali. Tuttavia, per chi segue una dieta vegetariana o vegana, questa pratica rappresenta un dilemma etico, soprattutto considerando le problematiche legate al trattamento degli animali.
L’agnello pasquale è, in molte tradizioni, un simbolo di purezza e sacrificio. Nel contesto cristiano, l’agnello è associato a Gesù Cristo, “l’Agnello di Dio” che si sacrifica per la salvezza dell’umanità. La sua carne diventa quindi non solo un cibo rituale, ma anche un atto simbolico di ricordo e spiritualità. Da un punto di vista culturale, l’agnello è considerato un alimento prelibato, un simbolo di abbondanza e di celebrazione. Ma per chi non mangia carne, che si tratti di motivi religiosi, etici o di salute, questo piatto rappresenta una sfida, un invito a riflettere sulla propria dieta e sul rapporto con gli animali. La dieta vegetariana e vegana è scelta da molte persone come risposta alle preoccupazioni etiche relative allo sfruttamento degli animali, ma anche per i suoi benefici sulla salute e sull’ambiente.
Specismo e rapporto con gli animali
L’agnello pasquale rappresenta, da un lato, una tradizione culturale e religiosa, ma dall’altro è anche un simbolo che può spingere alla riflessione sul nostro rapporto con gli animali. La crescente diffusione delle diete vegetariane e vegane testimonia il cambiamento di mentalità in corso, dove l’etica della compassione e del rispetto per tutti gli esseri viventi si fa strada.
La differenza tra animali da compagnia, da consumo e da gestione non dovrebbe mai giustificare disparità nel trattamento. Ogni essere vivente merita rispetto, indipendentemente dal ruolo che ricopre nella nostra vita. È necessario un dibattito continuo sul tema della gestione degli animali e sul nostro ruolo di consumatori consapevoli, per costruire un futuro in cui il benessere animale sia davvero una priorità.
In questo contesto, l’opzione di non mangiare carne diventa un atto di coerenza con i propri valori, una scelta che si fonde con una visione più ampia e rispettosa del mondo in cui viviamo.




Sì, l’etica ha una sua storicità. Oggi anche chi non è vegetariano di solito non ucciderebbe personalmente un animale per cibarsene: delega questo atto violento allo specialista, il macellaio. E l’attività di caccia ha progressivamente perso il passato prestigio.
Diverso il comportamento in altre culture: ho assistito anni fa in Nepal a una cerimonia induista: ognuno dei devoti portava un agnello, o un pollo, o un coniglio o altro e lo sgozzava. L’animale veniva offerto alla divinità, in atmosfera per noi perturbante per l’intreccio di musiche sacre con il penetrante diffuso odore di sangue. Tuttavia, l’offerta al Dio era più che altro formale: dopo il dovuto omaggio, veniva riportata a casa a tranquillamente cucinata.
L’arcaico rapporto fra violenza e sacro è materia di un fondamentale testo di Renè Girard; nonchè della “Sacre du Printemps” di Stravinskij. E nella parola di uso comune: sacrificio.
Tornando all’agnello pasquale: l’Esodo racconta che, quando Geova ha sterminato i primogeniti degli Egizi, gli Ebrei hanno salvato i propri segnando il proprio uscio con sangue di agnello: ciò fermava l’angelo sterminatore. Ci sarebbe un precedente ancor più remoto: i pastori israeliti segnavano con quel sangue i recinti che proteggevano i greggi, per allontanare il lupo. Possiamo lecitamente dubitare dell’efficacia di questo espediente, che ci appare controproducente: ma è chiaro il suoi senso magico apotropaico.
Oggi uccidiamo ancora animali e, ogni tanto, anche esseri umani: ma di solito senza sporcarci materialmente le mani