Vaso di Pandora

Proposta di unificazione di tre componenti essenziali del trattamento di un paziente psichiatrico grave

Tale ipotesi di lavoro nasce dalle considerazioni, trasformate in “abstract” per la partecipazione al Congresso di Epidemiologia Psichiatrica che si terrà nel novembre prossimo a Modena.

In questo abstract, ho formulato l’ipotesi che tre persone, portatrici ognuno di una delle tre parti significative di un intervento complessivo nei confronti della malattia mentale grave, sia senza che con assunzione di sostanze, formulassero insieme un modello di intervento di riferimento: come se fosse necessario, a questo punto, uscire dall’ambiguità legata alle differenti ipotesi esplicative e di intervento in questo campo e fosse giusto, anche in relazione al difficile momento politico e alla conseguente non sufficiente attenzione posta dal mondo politico alla “manutenzione” del SSN, come propone Calenda, formulare un “modello di intervento di riferimento in psichiatria”.

Tutto ciò deriva da 45 anni di esperienza post Legge 180, condotti, come accennato in tre ambiti diversi, che oggi possono essere riunificati in un unico modello complessivo di intervento.

Mi riferisco all’intervento effettuato in Comunità Terapeutica da parte degli operatori del Gruppo Redancia, a cui afferiscono un numero elevato (trenta) di Comunità terapeutiche, alla utilizzazione sistematica dei Gruppi di Psicoanalisi Multifamiliare (GPMF) all’interno di un numero cospicuo, 23 su trenta, delle Comunità Terapeutiche del Gruppo Redancia e all’intervento di psicoterapia psicoanalitica individuale e/o di terapia amniotica proposto dagli operatori che fanno capo alla Scuola di Formazione in Psicoterapia Psicoanalitica Esistenziale Gaetano Benedetti.

La sostanza della proposta è la seguente: per risultare efficace nei confronti della malattia mentale grave, sia senza che con l’assunzione di sostanze, un intervento dovrebbe contenere tutti e tre questi livelli di intervento.

Dovrebbe quindi permettere al paziente:

  1. di entrare e soggiornare in una Comunità Terapeutica, che costituisce un “villaggio terapeutico” che, da un lato, con la proposta delle regole di funzionamento “terapeutiche” delle relazioni tra i pazienti e dei rapporti tra pazienti e operatori, da parte degli operatori e con la progressiva accettazione delle stesse, da parte dei pazienti, dall’altro, con l’utilizzazione sistematica dei vari tipi di interventi riabilitativi, vere e proprie “palestre di riorganizzazione, ricostruzione e costruzione delle proprie capacità espressive e professionali,  permette ai pazienti acquisire-riacquisire la capacità di vivere, prima in CT poi fuori, nella casa con i genitori o per conto proprio o in casa-famiglia;
  2. mentre un paziente trapianta la propria esistenza, divenuta precedentemente insostenibile, in una nuova realtà, la CT, anche i familiari si dovrebbero impegnare a riconsiderare lo stile dei rapporti che avevano “circolato”, fino a quel momento, in casa, che aveva avuto una parte importante nel venirsi a determinare della situazione di sofferenza profonda, vissuta in prima persona dal paziente ma anche da loro stessi e che aveva prodotto il blocco del  processo di sviluppo sia del paziente che del genitore più coinvolto con il paziente o di entrambi; per rimettere in moto tale processo di sviluppo interrotto da parte di ognuno, pazienti e genitori-familiari, è necessario che ognuno si renda conto della situazione in cui si trova e che si impegni a modificarla; a questo servono i GPMF, sia che il paziente non torni a casa dai suoi, dopo la CT sia che ci torni, dato che le “relazioni fondanti”, genitori-figli, seguiteranno a funzionare sia all’esterno che internamente al paziente e la loro evoluzione avrà un peso sull’evoluzione delle capacità di crescita del singolo (il paz.) e del sistema;
  3. proprio per questo, non possiamo più pensare di poterci accontentare che un paziente, rispetto al quale il nostro obiettivo iniziale sarà quello che si ingeneri in lui, ad un certo punto della sua vita, la capacità di guardare come “sono” le relazioni esterne e interne con i propri genitori, in primis e con i propri familiari e, conseguentemente, con il resto del mondo, si accontenti di un generico trattamento psicoterapeutico, “tanto agli psicotici la psicoterapia fornisce, al massimo, un sostegno”; è necessario pensare di poter offrire al paziente l’opportunità di vivere un rapporto centrato sulla psicoterapia psicoanalitica, in forma individuale o di gruppo, terapia amniotica, usufruendo di operatori formati a questo difficile compito e non soltanto genericamente psicoterapeuti;  anche essere psicoanalisti di per sé non basta se non si è formati allo scopo di trattare psicoterapeuticamente pazienti gravi, tanto meno se non se ne ha nessuna idea, come generalmente avviene, oggi, in questo paese sgangherato, ma pieno di possibilità, ad un tempo.   

Il senso di questa proposta è di aprire una discussione.

In questi anni ci siamo confrontati, Giovanni Giusto, Maurizio Peciccia ed io e abbiamo trovato molti punti in comune in quello che facevamo in campi diversi. Ritengo che questo sia stato un fatto molto importante ma, forse, a questo punto, dovremmo fare di più.

Penso che dovremmo tradurre l’impegno di tutti questi anni in una proposta, teorica ed operativa ad un tempo, in cui, da un lato, si prenda atto che quello che ognuno fa’ nel suo campo è avvincente e utile, ma potrebbe esserlo molto di più se facesse parte di un progetto di intervento complessivo in cui vengono sistematicamente ed equilibratamente sviluppate le tre parti, tutte e tre essenziali, del progetto complessivo di intervento: l’esperienza di Comunità Terapeutica, la partecipazione ai Gruppi di Psicoanalisi Multifamiliare e la Psicoterapia Psicoanalitica per pazienti psichiatrici gravi.

Un’ultima considerazione: la messa in comune di queste tre aree e, se vi convince, l’eventuale sviluppo di un orientamento complessivo unico di intervento che le comprenda tutte e tre, potrebbe essere sviluppata all’interno della neonata Scuola di Formazione in Psicoterapia Istituzionale.

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Commenti su "Proposta di unificazione di tre componenti essenziali del trattamento di un paziente psichiatrico grave"

  1. Estremamente interessante!
    Mi domando come si dovranno ripensare anche gli interventi psicofarmacologici, rimodellarne gli scopi e la modulazione.

    Rispondi
  2. Trovo importante il confronto in un contesto di respiro nazionale con il convegno di Epidemiologia Psichiatrica, di temi non solo fortemente innovativi per il trattamento dei gravi disturbi psichiatrici, ma presentati in maniera sinergica.
    Con prospettive nuove ….

    Rispondi
  3. Al di là della grande considerazione dovuta ai sinergismi proposti ( e in parte, a quanto ne so, già attuati) personalmente colgo con piacere il rinnovato riferimento alla scuola di Gaetano Benedetti, aperta sia alla lezione freudiana che a quella junghiana, e critica nei confronti di certe posizioni burocratico – formali assunte dalla SPI soprattutto quanto alla formazione. Avendo a suo tempo ben conosciuto il genovese Enzo Codignola, uno degli esponenti di quella scuola, ho rintracciato una sua nota di diversi decenni fa, su “relazione d’oggetto e costituzione dell’Io”. Probabilmente è azzardato proporre un legame diretto fra un costrutto teorico e esperienza operativa: ma vien da chiedersi quanto un contesto relazionale adeguato possa favorire una “ri-costituzione” dell’Io

    Rispondi

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