Vaso di Pandora

Pensieri di fine Anno

Come ogni anno, la fine del mese di dicembre, per la dimensione religiosa del Natale e per quella laica della fine dell’anno vecchio con l’inizio dell’anno nuovo,  è caratterizzata dall’accavallarsi di pensieri tra loro contrastanti.

Ci sono pensieri che si riferiscono all’anno che finisce, bilanci, nostalgie, assenze, ricordi, e pensieri che accompagnano il nuovo che inizia, aspettative, desideri, progetti.

Quest’anno il vagare dei miei pensieri avviene in contemporanea alle riflessioni indotte dalla recente lettura di “La luce delle stelle morte”. Saggio su lutto e nostalgia del noto psicoanalista Massimo Recalcati.

Il libro, uscito nel novembre scorso presso Feltrinelli, aggiunge alla ricchissima bibliografia dell’autore di testi scritti su temi sollecitati dalla vita quotidiana, il tema del trauma dei lutti.

Recalcati ha già pubblicato riflessioni sui temi che accompagnano i viventi, quali le relazioni familiari, la maternità, la paternità, la sessualità. Anche il non facile volume sul dolore è di facile ed affascinante lettura: le citazioni, bibliche, cinematografiche, letterarie e, soprattutto, filosofiche, lo rendono pieno di stimoli e di inviti a coinvolgersi personalmente e a sviluppare desideri di approfondimento.

Rosella Postorino, ha arricchito la presentazione del libro (Repubblica del 15 novembre scorso),  con due primi piani del Compianto sul Cristo Morto di Nicolò dall’Arca, nella Chiesa di Santa Maria della Vita di Bologna.

In questa opera tutti i personaggi sono assorti o travolti accanto al corpo morto, ed ognuno rappresenta una modalità di fare fronte al dolore inaccettabile.

L’immagine, certamente assai poco natalizia, contiene al suo interno il tema di come si può reagire alla violenza di un dolore inaccettabile.

Mi pare utile aggiungere all’immagine, la citazione letteraria Di Gabriele D’Annunzio, indotta dalla visione di questo capolavoro: “Infuriate dal dolore, dementate dal dolore erano le Marie.


Una, presso il capezzale, tendeva la mano aperta come per non vedere il volto amato; e il grido e il singulto le contraevano la bocca, le corrugavano la fronte il mento il collo. Ascoltami. Puoi tu imaginare che cosa sia l’urlo pietrificato? Puoi tu imaginare nel mezzo della tragedia cristiana l’irruzione dell’Erinni?” (G. D’Annunzio, Le faville del maglio, 1914).

La tesi centrale del testo di Recalcati è che le separazioni, e la morte tra queste, non lasciano solo un vuoto anche incolmabile, ma restano nella memoria come tracce incancellabili, vive, luminose che accompagnano nella vita ed aiutano a sperare. Sono, appunto, la luce delle stelle morte: assenze presenti.

Recalcati porta avanti il suo discorso utilizzando sia esperienze della propria vita personale, sia il materiale raccolto durante il lavoro clinico di psicoanalista degli adulti. Riconosce due forme di nostalgia, una regressiva, paralizzante, che vincola al passato, e una colorata di gratitudine, propulsiva che aiuta ad andare avanti. Così duplice può essere l’ombra della morte: immanente, perennemente sovrastante, limitante il desiderare e l’agire, oppure collocata oltre la vita, accettabile attraverso il lavoro del lutto che quotidianamente affrontiamo per piccole e grandi perdite e separazioni.

Nella storia di ognuno ci sono la separazione dal corpo della madre, le tappe di autonomia nell’infanzia, le trasformazioni per raggiungere il vigore della giovinezza, le occasioni degli incontri, gli amori che non durano, le scelte per una vita diversa, la faticosa costruzione dei progetti, per indicare alcuni passaggi normalmente affrontati.

Recalcati fa sue anche le duplici polarità umorali che accompagnano gli adattamenti ai lutti: la tonalità depressiva e quella maniacale, ambedue presentate e approfondite nella potenzialità elaborativa della perdita e in quella, viceversa, che blocca l’accettazione dei cambiamenti e impedisce il lavoro del lutto.

Tali sono la melanconia e la negazione del dolore. Il vuoto lasciato dall’oggetto perduto può essere avvertito nel mondo esterno, irriconoscibile per l’assenza dell’oggetto d’amore perso, o nel mondo interno, una amputazione, un buco incolmabile della propria energia vitale.
Il testo mantiene nello sfondo una coloritura positiva, ottimista, pur nella consapevolezza dei fallimenti del lavoro del lutto. Recalcati offre sempre un orizzonte di futuro nonostante il dolore: si può superare il dolore e andare avanti nella vita pur con il buco lasciato dalle perdite. Il vuoto, il buco, pur pieno di assenza, contiene sempre la ricchezza di ricordi nutrienti e di affetti amorosi sperimentati.

Le riflessioni di fine anno e il timore della sottovalutazione delle conseguenze dell’inaccettabilità del dolore, spingono il pensiero sulle immagini di fallimenti della elaborazione del lutto. Penso a due diversi tipi di mancato raggiungimento dei cambiamenti resi necessari dalle perdite. Prendo anche in considerazione l’incontro con il problema della separazione, la paralisi e la regressione anticipata di fronte alla stessa prospettiva del cambiamento.

Tornano alla mente le sollecitazioni provenienti dalla cronaca, ben presenti sui giornali: i femminicidi, le stragi per vendetta. Ne sono autori personaggi di un mondo inaccettabile, pericoloso, in prima istanza approcciabili solo sul piano giudiziario. Spesso i giornali sottolineano come i rei non siano in grado di portare avanti una riflessione sulla gravità degli atti compiuti.

In tutt’altra direzione, in secondo luogo, il pensiero va ai pazienti gravi e alle loro famiglie incontrati nel lavoro clinico. Il lavoro clinico in questi casi è diverso da quello individuale con gli adulti nel setting analitico, duale o gruppale, con persone sufficientemente sane da desiderare di essere aiutate nell’affrontare il dolore da loro stessi ben identificato delle perdite anche incolmabili. Negli incontri con i pazienti gravi è possibile imbattersi in qualcosa di diverso dal normale lutto individuale: pazienti riconosciuti nel loro blocco psicopatologico, troppo vincolati in relazioni che non favoriscono lo svincolo evolutivo.

Vivono intrappolati in stati di simbiosi patologica non superabile se approcciata come un problema individuale: si tratta di separazioni impossibili con le energie del singolo paziente, perché le relazioni sono tenute vive da problematiche che travalicano la mente del singolo paziente. Apparentemente potrebbero essere riportate in linea con quanto ben illustrato da Recalcati, tra le forme regressive, paralizzanti il progredire del lavoro del lutto. Si tratta però di situazioni cliniche bipersonali: il lutto della separazione riguarda ambedue i partecipanti allo stato simbiotico.

Lo sconfinamento della vita mentale coinvolge l’altro, sano dal punto di vista sintomatologico, ma comunque incapace di affrontare i cambiamenti e il riconoscimento della natura del dolore. Una forma di dissociazione che rimanda, sul piano individuale, a quella di alcune patologie in cui il corpo parla separatamente dalla mente che pensa. O come è stato largamente descritto nella letteratura del transgenerazionale, nelle famiglie dei sopravvissuti alla Shoa: i nipoti sperimentano quel dolore che i nonni hanno dovuto rimuovere nel doloroso percorso dalla sopravvivenza alla rivitalizzazione.

Nei servizi si visita il figlio che sperimenta quel dolore che il genitore aveva misconosciuto, rimosso, e poi, per lo più inconsapevolmente, affidato al figlio-paziente impossibilitato a rimandare indietro in forme diverse dalla follia. Il figlio sa, non può tacere, il genitore non riesce a riprendere quanto gli appartiene. In questi casi il lavoro del lutto precede la separazione e può funzionare solo se accettato e condiviso da ambedue i partecipanti al travaglio del cambiamento.

Il lavoro su questo materiale psicopatologico è il lavoro dei gruppi di psicoanalisi multifamiliare, secondo il modello costruito negli anni sessanta del secolo scorso dallo psicoanalista argentino di Garcia Badaracco.

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Commenti su "Pensieri di fine Anno"

  1. Interessantissimo si evince che il cambiamento è un lutto! Il mio lutto più doloroso e mai accettato nel profondo è quello di mio figlio che a 18 anni si è ammalato! Purtroppo non ho mai potuto partecipare ad un gruppo multifamiliare con mio figlio, ma sempre sola!

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  2. Quando ho letto non avevo ancora saputo che un ragazzo, di origine libico nato nel paese dove da qualche anno abito in provincia di Viterbo e qui cresciuto, è stato trovato morto impiccato in casa. Non lo conoscevo a fondo, viveva qui ma non so cosa facesse realmente anche se lui diceva di avere impegni di studio e di lavoro e anche di politica, era sempre ben vestito, educato, gentile e sorridente quando lo incontravo! Il padre aveva abbandonato la madre, la sorella molti anni fa. Non sembrava aver problemi ma quanta sofferenza nel suo cuore e nella sua mente e quanti tanti “pensieri” si sono affollati tutti insieme per spingerlo ad impiccarsi con una cravatta nel suo bagno di casa cosi giovane e bello? E come potrà quella madre e quella sorella superare un lutto simile? E perchè nessuno si è accorto che quel giovane adulto ostentava un benessere inesistente per coprire una sofferenza talmente grande da portarlo alla morte? Il mistero della mente è invisibile agli occhi umani! Ed è spaventevole e ci rende inutili! Sarà stata la malinconia delle feste? O forse la mancanza della malinconia?

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