Vaso di Pandora

A “Trauma Code” Reference: storie di vita e vite di scelte

La notte è scesa da un po’, senza clamori, come sa fare solo lei. Dal mio terrazzo posso sentire il rumore ritmico della risacca – un suono costante, a tratti ipnotico. La luna si riflette in un bicchiere che tengo vicino, appoggiato con cura al tavolo di legno accanto a me. È un Benedictine, profumato e antico, un liquore francese che sa di spezie e monasteri.

Lo bevo lentamente, cercando il gusto e non l’impazienza.

Sopra di me, un vecchio lampioncino in ferro battuto diffonde una luce calda, quasi fiabesca. Qui, seduto sulla mia sedia di legno, le gambe distese e lo sguardo perso tra le onde, i pensieri si fanno strada senza che io li chiami.

Mi domando: in cosa consiste davvero il mio lavoro? Psicologo. Da anni impiegnato nella riabilitazione psichiatrica. Facilitatore del miglioramento, del possibile cambiamento.
Ma è più complesso di così. Non è solo un mestiere: è una ricerca continua di umanità, dove si lotta per il benessere dell’altro anche quando l’altro sembra averlo dimenticato o non ci crede più.

Ed è proprio qui, davanti al mare e con questo bicchiere in mano, che tutto inizia a prendere forma. Come in un racconto che ha bisogno di essere scritto. Come un codice.
Un codice del trauma.

The Trauma Code

La mia mente torna a “The Trauma Code”: serie tv koreana che mi è capitato di vedere recentemente. Il protagonista è un traumatologo – uno di quelli veri, che conosce la carne e il dolore – chiamato a dare risposte a una società sempre più bisognosa di medici capaci, empatici e presenti. Ma si scontra con un sistema logoro, dove l’abitudine ha sepolto l’urgenza e l’empatia, dove i corridoi ospedalieri odorano più di rassegnazione che di cura.

I colleghi, immersi nella routine, sembrano aver perso qualcosa: la spinta, la domanda, il senso.

E allora mi chiedo: non succede anche a noi?
Non rischia di succedere anche a me?

Nel mio campo, la riabilitazione psichiatrica si basa sulla possibilità che ogni persona – anche quella più sofferente, più disgregata – possa trovare una nuova forma, un nuovo equilibrio, o semplicemente un po’ di sollievo.
Ma quanto siamo davvero presenti in questo compito? E io? Quante volte rischio di ripetere gesti, formule, approcci… quasi per inerzia?
La riabilitazione psichiatrica, oltreché scientifico, è un atto che richiede creatività e intuito, oltre a passione e una formazione continua. E come ogni atto creativo, rischia di diventare mestiere.

Ma il rischio più grande è che diventi abitudine.

Le vittorie

Assaporo il liquore. Si apre dolce, poi si scalda con sentori amari e speziati.
E con lui, si aprono anche i ricordi. Quelli belli, quelli che ti fanno dire: “Qualcosa lo abbiamo fatto. Qualcosa è rimasto”.

Max, ad esempio.
Era un ex alcolista, deciso a non essere etichettato come “matto”. Diffidente, duro, spigoloso e soprattutto ritirato in se stesso. Lo agganciai con un caffè, offerto fuori dalla struttura. Una volta io, una volta lui. Un piccolo rituale, come quelli che facevo con mio padre. Quel gesto semplice ha aperto un canale. Max ha iniziato a partecipare, ad affidarsi e, via via, a migliorare. Oggi è a casa, con sua moglie e i figli. Si gode la pensione. La vita.

Roby invece è uno di quei pazienti che era già presente da tempo quando ho iniziato. Trasandato, svuotato, incapace di sperare. Un giorno entra in palestra. La cyclette gli ricorda la bici che usava da bambino, durante l’infanzia. Si aggancia lì, su quei pedali. Inizia a lavarsi, a vestirsi meglio, a chiedere.
Oggi vive in una struttura più leggera, vicino alle sue montagne, con i versanti verdi che d’estate profumano di erba tagliata e in inverno si coprono di un silenzio ovattato. Là, tra i boschi e i torrenti, dove il tempo sembra più lento, e ogni cosa – anche il dolore – trova un suo spazio.
È lì che Roby ha ritrovato pezzi di sé, tra un sentiero conosciuto e il calore discreto del fratello.
Si è riavvicinato a se stesso, un giro di pedale alla volta.

Le vittorie in sordina

Oscillo leggermente il bicchiere. Le ombre si allungano, la luna si è fatta alta, , custode silenziosa di ciò che non si dice. È in questo chiaroscuro che riemergono le vittorie meno visibili, quelle che non fanno notizia, che non hanno numeri da mostrare o titoli da esibire. Sono gesti sommessi, parole appena sussurrate, occhi che per un istante smettono di sfuggire.
Sono storie che camminano a testa bassa, ma che, secondo me, valgono quanto e forse più di ogni successo apparente. Perché lì, nel silenzio, accade qualcosa di prezioso: una piccola fessura si apre nel buio, e da lì, può infiltrarsi un po’ di luce.

Il Romano, arrivato in salute, simpatico e sorridente, a tratti brillante. Scopre di avere un tumore. Partecipa al gruppo mindfulness che conduco, seguito da una breve discussione in cui ognuno può dare un suo parere davanti a un bicchiere di tisana. Nella sessione finale, la voce è flebile, disorientato, e la mente un po’ confusa, riesce a dire: “Mi rilassa, aiuta a scacciare i pensieri”. In quella frase c’è tutta la dignità della fragilità. Non credo dimenticherò questo episodio tanto presto.

Francy e Andrew: il primo praticamente paralizzato, il secondo con gravi problemi motori. Partecipano
al gruppo Tai-Chi.
Francy riesce a eseguire alcuni movimenti, riuscendo finalmente a formare una sfera con le mani.
Andrew si impegna come un dannato, con una costanza degna di nota, dice che si sente più centrato, più calmo. Con un maggiore “equilibrio interiore”.
Due corpi che non si arrendono. Due volontà che cercano ancora il respiro.

La Strega: così a volte si fa chiamare, e csì a volte la chiamiamo, non per scherzo, ma con rispetto. Una paziente complessa, compromessa e pericolosa, apparentemente irrecuperabile. Grazie a un lungo e complicato lavoro di squadra e al supporto di ogni membro dell’équipe, qualcosa
cambia. Anche lei, appassionata di arti orientali da tutta una vita, segue il gruppo mindfulness, poi un giorno interrompe la partecipazione preferendo continuare in solitaria.
Chiede di poter aiutare altri pazienti. Inizia a proporre attività di rilassamento basate sulla colorazione dei mandala, una volta a settimana.
Dove sembrava esserci solo vuoto, forse, è cresciuto un seme.

Le sconfitte

Il vento si è alzato. Fa più fresco ora.
Le onde si fanno più forti, come se volessero dare sfogo a certi pensieri – quelli che tornano sempre, puntuali, quando cala il silenzio.
E io non posso evitarli.

In psichiatria, le vittorie sono spesso silenziose, ma i fallimenti fanno più rumore.
Ogni piccolo passo avanti rischia di venire oscurato da dieci passi indietro, da percorsi che si interrompono, da ricadute che arrivano quando meno te lo aspetti.
Si dà tanto, e non sempre si riceve un esito visibile.
Eppure è tutto lì, in quel continuo tentare: anche quando le storie sembrano finire male, anche quando il dubbio su cosa si sarebbe potuto fare di più inizia a farsi pesante, come il vento che ora agita il mare.

Il Marinaio ha fatto due percorsi da noi. Il primo: un disastro. Fughe continue, nessun dialogo, nessuna fiducia..
Il secondo: migliore. Più comunicazione, più collaborazione, seppure parziale, e tentativi di fuga inesistenti se non nel primissimo periodo. Forse la gemma florifera di un rapporto di fiducia?
O almeno di quello che poteva esserlo.
Proprio quando sembrava intravedersi una luce, per pregressi motivi giudiziari viene trasferito in REMS. Lì peggiora. E io resto con la sensazione che stavolta, forse, avremmo potuto fare qualcosa, avremmo potuto aiutarlo.

Axel: giovane ragazzo deteriorato, impulsivo, con un passato che sembrava già scritto e addosso una rabbia che non sapeva dove mettere.
Eppure non immutabile. Aveva iniziato – timidamente, goffamente – a riconoscere alcune figure di riferimento, a cercare un contatto nei momenti in cui sentiva che la rabbia stava per travolgerlo. A volte chiedeva aiuto, altre semplicemente si fermava un attimo prima.
Poi è arrivata l’ennesima fuga. E subito dopo, il trasferimento in carcere. Una situazione semplicemente troppo grande per essere gestita. Fine della possibilità. Inizio del dubbio. Perché qualcosa si è rotto, ma quando sembrava aprirsi uno spiraglio, probabilmente non avremmo potuto fare nulla di più per lui, ma a me non può che rimanere un po’ di amaro in bocca.

Lollo, giovane, con disabilità e disturbo psichiatrico.
Presto inizia il manifestarsi di alcuni interessi come ad esempio il modellismo, in cui veniva aiutato da un altro paziente, ma anche le aggressioni. Improvvise, apparentemente immotivate, senza senso. Troppo grave. Troppo pericoloso.
Così com’era stato accolto viene dimesso, in quanto potenziale pericoloso per sé e per gli altri.
Ero uno dei suoi suo referenti. Ma ancora oggi sento di non averlo mai capito davvero.
E ancora me lo chiedo: avrei potuto fare di più?

La quotidianità che nessuno vede

Il bicchiere è ormai quasi finito.
A farmi compagnia rimangono ormai i grilli, qualche gufo in lontananza e il mare con il perpetuo rumore delle proprie onde.
È in questo silenzio che penso alla quotidianità invisibile, fatta di piccoli gesti, di micro-miglioramenti che non finiscono nei grafici.

Genni: sente di non appartenere al suo corpo. È un uomo, ma vive anche una parte femminile. Nel gruppo mindfulness trova un contatto nuovo, inizia a pensare a sé con una maggiore consapevolezza, e spesso nelle discussioni comunica agli altri l’importanza della propria parte femminile.
Importanza che non tarda a farsi notare, in palestra, per esempio, passa da pesi e potenziamento muscolare a cardio e stretching.
Un movimento leggero, ma denso di significato.

Giordy e Claire: due persone diverse, per età, storia e fragilità, ma accomunate da una fame profonda di stima, quella che non hanno mai ricevuto , o che forse avevano ma hanno perso.
Nel gruppo Tai-Chi trovano un piccolo spazio dove sentirsi visti, accolti, “di valore”.
Un equilibrio precario ma reale, fatto di respiri lenti, movimenti misurati e sguardi che, per una volta, non giudicano.
Forse è poco, forse non farà notizia. Ma forse è abbastanza.

Pappy P.: una donna devastata da un crollo improvviso, arrivato dopo una vita intera passata a lavorare, reggere carichi più grandi di lei, stringere i denti. Ora completamente deteriorata e preoccupata sui bisogni primari ai limiti del panico – mangiare, dormire, avere un posto dove andare.
Soddisfarli sempre in modo concreto non ha dato grandi risultati, scegliamo una strada diversa: una strategia basata sulla rassicurazione, sulla presenza, sul dire “ti vediamo, ci siamo e siamo qui per te” anche quando non c’è nulla da fare.
Fuori forse nessuno noterà il cambiamento.
Ma dentro di lei, qualcosa potrebbe calmarsi, come una corda che smette di tendersi.
E magari, per lei, è già un sollievo. Magari, può sembrare poco, ma per lei potrebbe essere tutto.

Detto questo, il bicchiere è ormai vuoto. Faccio per alzarmi, sentendo addosso l’umidità della notte e il sale del mare.
Rientro in casa pensando al futuro. A tutto ciò che non potremo ottenere.
Ma anche a tutto ciò che, con pazienza, dedizione e umanità, potremmo provare a fare.
Perché lavorare con le persone è un atto fragile e potentissimo.
E anche se non possiamo vincere sempre, non possiamo permetterci di smettere di provarci.
Buonanotte.

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