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Il tempo in Comunità Terapeutica

22 Dicembre 2020
2 commenti
Il tempo in Comunità Terapeutica

Il tempo in comunità viene brevemente affrontato secondo un modello organizzativo che tenga conto dello scopo del nostro lavoro: far soffrire meno i nostri pazienti.
La sofferenza mentale è tremenda; richiede un’attenzione ed una dedizione generosa nei confronti di coloro che la incontrano per un tempo tanto lungo da rendere necessario il ricovero.
Al di là delle ipotesi e delle teorie che sottendono gli interventi terapeutici, noi, trattando casi a volte disperati, dobbiamo affinare la nostra capacità di comprensione (prendere insieme) e quella disintossicante (riconoscere le emozioni, tollerarle immettendo sostanza positiva secondo l’idea della “trasfusione di umanità” cfr.).
Per farlo utilizziamo il tempo che non è in genere separato dallo spazio (“l’ambiente curato cura”).
Gli schemi che seguono intendono darvi l’idea di come impiegarlo utilmente o meno.


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2 risposte.

  1. Roberta Antonello ha detto:

    Credo di poter parlare delle osservazione di una psichiatra banale quale sono.

    Il mio tempo. intendo il mio tempo nelle istituzioni, nella associazione ora, nelle comunità, in reparti ed ospedali psichiatrici da 50 anni –il tempo che percepivo e vivevo e vivo nel mio lavoro nel mio mestiere di relazione con il malato psichiatrico- mi porta a queste. All’interno di luoghi diversi ma uguali. .

    Penso al tempo fermo paralizzante della non relazione, della lontananza dal contatto, quel tempo fermo ed eterno io seduta su una sedia o in piedi in una stanza o in un luogo comune accanto e lontana a guardare e non guardare cioè non essere vista sentire ma non sentire che voce incomprensibile non comunicante o silenzio assordante scrutare cercare spiragli in un tempo doloroso eterno eppure non contabilizzabile qualche secondo ora giorni.
    Il tempo che svaniva nel secondo del contatto. Ovviamente rispecchiava il mio vissuto di tempo con quello dell’altro, il malato. E quella solitudine quel tempo immobile era rispecchiato in me nell’altro almeno in quei momenti di non contatto . Io inutile presenza ansiosa e furente per la non comunicazione sono la stessa persona disperata che è l’altro.

    Quel tempo fermo eterno si differenziava dal tempo dell’attesa, non era pervaso da quel senso di inutilità che lo stesso paziente avvertiva. Diventava il tempo dell’attesa perché nutrita dalla speranza e fiducia che avrei trovato l’altro, rinsaldata nel mio essere io, nella mia identità, nel mio scopo di ascolto, sapevo che potevo dare tempo, tollerare, attendere e forse questo si rispecchiava nel paziente che non avvertiva la lontananza ansiosa ma la presenza anche inanimata ma presente. Tempo già sopportabile per me e lui. Tempo già scorrevole. Esperienza credo non solo mia ma che richiede una sorta di reset su se stessi, piuttosto non esserci che esserci male come nel tempo precedente. La mia identità era confortata e confortante per l’altro. Devo al professor De Martis avermi dato questa conferma e fiducia nella mia identità di curante da quando 25enne frequentavo la clinica e insegnato un ascolto una speranza una fiducia nell’importanza della relazione fuori da tecnicismi ma dentro le capacità di percezione di attenzione di ascolto delle mie e altrui emozioni. Osservazione silenziosa attenta e promettente.

    E arriva il tempo dell’occasione, il tempo che colgo. Cogliere l’occasione di un contatto finalmente, anche piccolo, anche solo per caso capitato, camminando insieme o guardando lo stesso panorama lo stesso fiore sentendo la stessa musica condividendo una emozione nata insieme in me e nell’altro, anche se fuggevole. Ma rinsaldata poi da altri contatti, lì nella comunità, dove vivo con l’altro molta parte del mio tempo. Ecco si intrecciano i primi fili di un tempo utile per me e per lui, sbocceranno in qualcosa ? Ma ecco qui devo introdurre il tempo del limite è in questa prima intersecazione di fili che devo di nuovo sapere attendere e darmi un limite non correre con lui verso mete irraggiungibili per ora per me per lui. Non costringerlo, sopportare il limite mio e suo. Esserci con lui in questo tempo senza perdere la percezione di me e di lui non pensare di sprecare tempo. Ma solo se questo tempo si alimenta si salda in sempre maggiori fili, di emozioni che si intrecciano e formano una trama che possiamo seguire. Insomma se possiamo insieme esprimere desideri e progetti verso un domani dandoci di nuovo un tempo limite. Non essere fuori dal tempo. Forse non ci separeremo mai ma non in quel contesto. Bello è sentirsi capiti e capire ma fermarci a questo piacere per me e per lui funziona pericolosamente verso di nuovo un tempo dilatato che immobilizza entrambi , non disperato, non solitario , ma di nuovo fermo. Ci guardiamo allo specchio. Siamo la istituzione dove io e lui siamo fermi a guardare il tempo che passa. Ecco il desiderio di guarire l’altro può essere soffocato dalla constatazione che in fondo soffre meno e io lo proteggo.
    Apriamo il tempo al cambiamento. Accettiamo una separazione se necessaria, ma comunque affidiamo all’altro una responsabilità del suo tempo e dobbiamo saper cogliere desideri diversi, forse in parte impossibili ma forse in parte possibili, saldare dentro la fiducia che l’altro è diverso ma che sa. Arriviamo a una meta, il tempo torna ad essere vicino a quello cronologico.

    Io credo che ogni operatore abbia queste emozioni ma che debba sapere di averle e dare un nome al tempo che passa lì in comunità con una vicinanza così misteriosa ma anche conturbante fastidiosa intollerabile a volte o affascinante in altri. Che tempo è il suo.

    Ricordo di essermi sentita un burattino camminando lungo i corridoi dell’ospedale psichiatrico a Voghera e poi tra un padiglione e l’altro e ricordo che quel senso disperato di solitudine e di tempo fermo al padiglione 4 del op di Cogoleto mi aveva portato a fare il medico generico, avevo incominciato a rivisitare il corpo dei malati, aggiornare le cartelle, stare con gli infermieri a visitare uno per uno e conoscere uno per uno e girare ogni mattina nel reparto. Infermieri stupiti (i migliori avevano scelto il territorio….ma erano i migliori? tutti noi possiamo essere malvagi o bravi trascinati da tempi fermi del nostro pensiero ma suscettibili di cambiamento se percepiamo una emozione un desiderio una azione che sentiamo di condividere nel cuore non nell’ideologia) Certo erano dei cronici, non sarebbero certo guariti, l’ o.p. era smobilitato delle forze giovani uscite nel territorio. Ma da burattino dell’istituzione ero diventata di nuovo una persona con un tempo mobile percepito teso all’ascolto di osservazione forse percepito anche così dal contesto dei pazienti degli infermieri. . Non lo so. Ci fu un trasferimento mio in ospedale ma due dei pazienti del reparto mi seguirono in SPDC. Nessuno di loro riuscì a proseguire un progetto fuori ma ritengo che l’esperienza di un incontro abbia segnato un tempo utile comunque. Per me e per loro.
    Ma appunto il limite tempo il limite possibile non oscilla continuamente con l’impossibile il cambiamento la rivoluzione per essere un tempo vitale? Non dobbiamo sempre essere un po più visionari, verso un tempo rivoluzionario e non accomodarci nel nostro tempo?
    Rompere il tempo della noia del nulla della dipendenza dell’abitudine della condiscendenza , rompere l’involucro, rompere la bolla, ridare movimento. Ed io penso ai pazienti e penso che solo degli operatori con questa allergia al tempo fermo possono stare con loro, con la percezione che quando si è stufi fermi e annoiati o rassicurati da quello che funziona sempre non siamo più curanti ma custodi ….e prigionieri della nostra vita di lavoro se non ne abbiamo un’altra fantastica in un altro posto.
    Ecco ho finito.

  2. Luca Gavazza ha detto:

    La lentezza …tra velocità e oblio c’è un legame: “il grado di lentezza è diret-tamente proporzionale all’intensità dell’oblio
    Milan Kundera
    Il tempo: lineare, circolare, spirale, scatologico,

    Il tempo esiste? Il presente sembra imporsi prepotente come il solo tempo reale dell’esistenza (Fabio Veglia) ma come scriveva Albert Einstein, per noi che crediamo nella fisica la distinzione tra presente, passato e futuro ha solo il significato di un’illusione. La storia sta nella ricostruzione che ne fa la mente umana dopo una accurata selezione dei dati disponibili. C’è qualche fisico tra noi?
    Il tempo può trascorre, lento o veloce quale che sia la nostra percezione ma in-dubbiamente scorre e per noi in una unica direzione, lasciandoci il passato alle spalle tipico esempio di tempo lineare. Il tempo trascorre per tutti…forse su più dimensioni, forse con significati diversi ma indubbiamente per tutti.
    Mi pare opportuno che un confronto sul tempo non possa che iniziare con il tempo trascorso dai primi germogli visionari di una idea (Redancia) della sua molteplice realizzazione in diverse regioni e declinate secondo differenziate proposte assistenziali in funzione del bisogno del paziente, fedele allo scandire del tempo che vedrà nel 2021 il suo 30° anniversario, e che non tradisce la costante riflessione sulla qualità del tempo trascorso o kairos, perché lui (il tempo) in qualche modo decide lo scandire e la direzione ma noi possiamo incidere sulla qualità. Ma per quanto legittimo, doveroso e forse scontato io non vorrei parlare di tutto questo ma di quanto la variabile tempo “argomento” principe della giornata di oggi, comunque offra innumerevoli spunti a me particolarmente interessanti e che come vedremo ricadranno sulla nostra operatività e sui pz che trattiamo.

    La scienza deve cominciare dai miti e dalla critica ai miti
    Karl R. Popper

    Partiamo dal tempo ciclico. Questo è scandito dal perpetuo trascorrere del tempo, esprima e rappresenta la regolarità con il quale il tempo ripropone se stesso immutato, e nulla può avvenire senza pagare il prezzo di assecondare e conformarsi a quanto già accaduto e che si perpetua sistematicamente nel tempo a venire. In sostanza non c’è futuro inteso come dimensione suscettibile di nuove influenze e modifiche dei processi. Questa rappresentazione è a noi operatori di comunità terapeutiche molto famigliare, se superiamo il fisiologico fenomeno dell’accomodamento sensoriale entrando in qualsiasi camera assegnata ad un pz affetto da psicosi entreremo in una dimensione ricca di comunicazione e significati. L’affezione per alcuni indumenti, la difficoltà a cambiarsi e a lavarsi, il cattivo odore, l’aria stantia, il rifiuto al contatto, l’udito spesso occupato ad ascoltare in cuffia musica, stazioni varie purché capace di isolare dal contesto, garantiscono il “bisogno di non aver bisogno” come citava un tempo il Prof. Zapparoli, alimentando una distanza fisica e inducendo subdolamente e inconsapevolmente ma con determinazione una perdita di interesse, una disattenzione una lenta e graduale metamorfosi capace di trasformare la persona in pz invisibile. Gli strumenti (Il Redancia System) ed il metodo sotteso, dovrebbero impedire o limitare significativamente tutto questo e di fatto è quanto accade, ma ricordiamoci che siamo inseriti dentro un sistema complesso e volerlo semplificare sarebbe un grosso errore. Per complesso intendo che messo doverosamente al centro l’interesse del pz., a gravitare intorno alla sua dimensione e al suo consenso al percorso di cura e alla riabilitazione vi sono curanti (che a volte cambiano), famigliari (separati, litigiosi, ambivalenti, con sensi di colpa) condizioni economiche precarie, radicamento territoriale solo per citarne qualcuna. In questo caso ci vuole tutto l’impegno, l’esperienza dell’intera equipe per addomesticare l’Uroboro appeso simbolicamente alla porta avido di divorare il tempo.

    Il tempo della cura o del prendersi cura?
    Il tempo ed il processo che avviene al suo interno ovvero la cura, vedono il pa-ziente (“grave”) dopo un confuso o quanto meno incerto consenso alle cure opporsi con tenacia, difendendosi da possibili supposte modifiche, assetti, tali da renderlo “adattabile” in quanto disadattato a queste nuove esigenze. Il tutto gode di un ulteriore impoverimento contrattuale quanto si tratta di pz autori di reato dove dall’obbligo di cura alla collocazione avviene per interposta persona/Istituzione (Giudice). E poi adattarsi a cosa, a quale modello di vita…a quale ambito standard? Quello scritto sui vari manuali? Uniformarmi? Migliorare le performance, civili, lavorative, relazionali? No, di solito non siamo così ingenui, cerchiamo di utilizzare al meglio l’unico strumento che nel tempo cerchiamo di affinare ovvero la relazione e all’interno di questa ascoltiamo, ponderiamo, valutiamo bisogni e tentiamo di indirizzare un percorso tratteggiando una rotta, che nel tempo può essere corretta e cerchiamo di mantenere una certa credibilità a fondamento dei tempi e degli obiettivi indicati al fine di scongiurare il prezzo più esigente da pagare ovvero la perdita di “fiducia” nei nostri confronti ma ancora più grave la perdita di “speranza” che qualcosa possa (ancora) cambiare. Possono i pz (o più in generale le persone) ad un certo punto perdere la fiducia? Si. Possiamo dire e fare cose o non dire e non fare cose che portano inesorabilmente le persone a non godere più della nostra fiducia. Non siamo più credibili e soprattutto non siamo più in grado di promuovere speranza. Per contenere questa pericolosa deriva relazionale ed istituzionale all’interno di si-stemi complessi, dobbiamo fissare assolutamente dei limiti. Riuscire a recuperare un concetto che facilmente rischia di cadere in disuso. In questo la responsabilità credo possa legittimamente essere ben distribuita tra la abusata cultura dell’integrazione che spesso poco e male integra…, tra modelli di rete istituzionali che funzionano a doppio binario ovvero quello ufficiale e quello ufficioso, organi e istituzioni alle quali non vengono mai chiesto di comunicare il valore che apportano al sistema. Non di meno il famoso brodo di cultura nel quale siamo immersi al quale non sappiamo ben definire se di questo siamo figli o genitori ad es. se dall’ISTAT il matrimonio media in Italia (anno 2016) durava 16 e i mutui delle prime case sono in media di 25 questo è un tempo lineare, circolare o escatologico? Forse solo tempo perso ..con la persona sbagliata, ma scherzi a parte qualche cosa tende a confonderci. Siamo noi con il nostro progresso ad aver inventato Obsolescenza programmata, la durata di un elettrodomestico. Azione per quanto riprovevole sosterrà il PIL. Se ci immaginiamo immersi dentro una “Petri” riempito di brodo di cultura costituito da consumismo, la vita al suo interno sarà caratterizzata da “rapido apprendimento e fulmineo oblio”. Questo mette bene in risalto che l’unico tempo preso in considerazione è il tempo presente. A questo punto mi chiedo cosa indica il buono stato di salute di una persona? Potremmo rispondere soddisfazione dei bisogni primari, assenza di patologie gravi, corretto stile di vita capace di promuovere salute fisica e mentale. Cosa indica il buono stato di salute di una Nazione? L’acronimo conosciuto e tanto temuto: PIL Prodotto Interno Lordo. Tanto maggiore è questo dato tanto maggiore risulta il livello di ricchezza/valore di questo stato. Altro discorso e secondo quali logiche questo viene ridistribuito. Può lo stato di salute di una Nazione essere la somma dello stato di salute dei singoli cittadini? No. Rispondere ai bisogni individuali vuole dire in qualche modo “soddisfarli”, raggiungere un plateau termine temutissimo dal mercato che come cura a questa paralizzante (e a paralizzarsi è il PIL) situazione, reagisce incrementando necessariamente e urgentemente la domanda. Attenzione a non cadere nel facile tranello di rendere insoddisfatto il cliente, ma di differire la soddisfazione (Max Weber) in nome di imprecisi e presunti benefici futuri. L’homo consumens rimane ostaggio del dubbio e di una parziale e sottile insoddisfazione…
    Tendiamo nel nostro lavoro con estrema fatica ed impegno a restituire significati, a ridefinire dimensioni progettuali, a curare ferite attraverso una fiducia che con il tempo (se troppo ovvero quando supera notevolmente secondo i parametri della regione Liguria daii 24 ai 36 mesi max il tempo a disposizione per l’intervento terapeutico…) rischiamo di essere una cura peggiore del male che tentiamo di curare. A questo punto mi chiedo perché a fronte di un limite temporale definito la gestione legittima di situazione over time non possa essere gestita formalmente come per il SEPA attraverso opportune deleghe temporali a tempo determinato giustificate e argomenti dall’equipe che gestisce il caso. La torta margherita (ben cotta) gode di un tempo lineare, così come la pizza e come il timing esatto per effettuare una interpretazione possibile all’interno di una relazione terapeutica che se fatta in anticipo non verrebbe compresa, se fatta in ritardo non catalizzerebbe quella reazione capace di promuovere maggiore consapevolezza e possibile cambiamento. Per rimanere in tema di tempi rassicuranti l’intervento per l’appendicectomia media dura 40 minuti, degenza dai 5 ai 10 giorni se non complicata. Esempio di intervento chirurgico definito dentro un possibile perimetro temporale. Anche in psichiatria è possibile qualcosa del genere. Il ricovero in SPDC ha il compito di risolvere lo stato di acuzie e come ricorda il suo acronimo rivalutare la diagnosi e nel caso reimpostare la terapia. Tempi medi di ricovero in SPDC in Liguria 8 giorni. Altro caso virtuoso in psichiatria è il SEPA Servizio Extra-Ospedaliero Post Acuti, dove i tempi indicati massimi per il ricovero non possono superare i 60 giorni, tranne rare eccezioni. Questo impone uno stile di lavoro ed un ritmo diverso rispetto ad altre realtà, obiettivi diversi ed uno stretto contatto con curanti e famigliari.
    “L’importante è finire” canzone interpretata da Mina e rigorosamente censurata negli anni 60, mi permette di introdurre Giorgio Vasta, direttore della collana Holden Maps, oltre che editor per la Bur. Con garbo da scrittore ci ricorda una cosa di estrema importanza. Il punto fermo messo a conclusione di un opera è una impercettibile macchiolina di inchiostro, tanto è piccolo all’apparenza quanto è grande la sua importanza, quanto e difficile trovare il momento giusto per metterlo. l’eterno conflitto che sottende in parte una certa dipendenza tra il voler anticipare la fine o non trovare il momento giusto per farlo procrastinando ad libidum la conclusione. Nel calcio se lo prendiamo come possibile metafora di questo processo si oscilla tra intraprendere un’azione impostando schemi, superando azioni difensive e concludendo in rete e viceversa fare “melina” ovvero far girare la palla in modo inconcludente temporeggiando. Anche questo può succedere nella nostra professione, di rischiare di diventare inconcludenti, poco utili. Anche in questo caso può venirci incontro un’altra melina, Melina Riccio che con le sue denunce su muri, pareti, cassonetti di tutta Italia ed in modo particolare a Genova, denuncia con versi in rima baciata messaggi salvifici, spesso dai contenuti ecologici ricordandoci con la sua street art il senso del limite di un uomo diventato sincronico capace di vivere solo nel presente.
    Il tempo lineare contrariamente richiama necessariamente l’elemento progettuale che si congeda dal passato e si proietta in modo propositivo e proattivo verso possibili traguardi e/o obiettivi transitori possibili e concordati. Certamente non mancheranno eccezioni, inconvenienti ma la progressione e costante e continua, come la rotta/direzione.
    Tempo escatologico
    Trovo interessante anche il riferimento al tempo escatologico di origine cristiana dove il tempo e caratterizzato dalla persuasione che la storia dell’uomo abbia un senso già scritto all’origine del tempo e da realizzarsi nel tempo. In sostanza una storia già scritta da altri. In questo caso il nostro lavoro è di modificare qualcosa di impossibile oppure di accettare supinamente un destina già scritto in una dimensione fatalista. Ma allora mi chiedo cosa serva tanta scienza o tanto sforzo e risorse in quella direzione. In fondo queste soluzioni appartengono al passato dove luoghi per contenere storie fatte di persone esistevano, non vi erano ambizioni risolutive rispetto ai problemi presentati ed era sufficiente isolare e contenere quanto la civiltà di un tempo non riteneva capace di integrare e comprendere a fondo e lontano dagli occhi…lontano dal cuore poteva essere sufficiente per dare vita a quei villaggi/paesi come l’Ospedale Psichiatrico di Prato Zanini – Cogoleto o di Genova Quarto solo per rimanere in Liguria, ovvero l’istituzione totale

    La concezione del tempo a spirale
    in questa specifica situazione, non esclude la direzione del tempo nel senso di un suo progredire (progresso) ma le ripetizioni che si susseguono non sono cicliche ma si susseguono come semi-cicli progressivi. Questa concezione che cerca di mediare e coniugare il tempo lineare dal tempo ciclico oltre ad essere molto suggestiva la ritroviamo nei pensieri e modelli proposti sia da Marx che da Hegel

    Tempi sospesi…
    C’è chi scegli in alcuni suoi romanzi di vivere la dimensione onirica con qualche timida incursione nel mondo (tempo) reale. Uno di questi è Murakami Haruki. che rappresenta le sue trame narrative senza penalizzare intensità o banalizzare vicende, ma arricchendole di tutte quelle sfumature umane, fragilità, insicurezze che il tempo lineare può solo attraversare e caratterizzare la dimensione qualitativa del tempo. un buon esempio può essere Tokyo Blues o meglio conosciuto come Norwegian Wood.

    L’irragionevole dubbio: dubbi e incertezze paralizzano l’azione…paura di decidere
    Premessa: gli uomini sono ingrati, volubili, fuggitori di pericoli, cupidi di guadagno, e conviene quindi più farsi temere che amare, a difendersi dal preponderante egoismo altrui, ad attaccare piuttosto che soccombere. Amedeo Benedetti non ha mezze misure, le sue due anime di letterato e di ex ufficiale in pensione dell’esercito Italiano mirano a sfumare i possibili compromessi. Come vedremo si schiera dalla parte del rigore, della tempestività rispetto alle scelte, fugge l’immobilismo che condanna apertamente e senza sconti. La prospettiva di Amedeo Benedetti diversa ma altrettanto interessante e quella di Fabio Veglia “il presente sembra imporsi come il solo tempo reale dell’esistenza. ma può esistere la conoscenza dell’esperienza soggettiva al di fuori delle dimensioni Spazio-Tempo?
    Personalmente non ho la fortuna di conoscere personalmente Benedetti ma l’aver integrato il rigore di una carriera militare con l’acquisizione di un l’orizzonte umanistico vasto e ricco di testimonianze, può suggerirci con un certo credito che chi ha responsabilità (è un responsabile/dirigente) ha potere (per quanto discrezionale) è necessariamente inserito in un sistema di potere, ha il dovere di applicarlo al fine di rendere il sistema efficiente e possibilmente efficace e doverosamente risponderà dei risultati. Parole sincere e severe, che devono confrontarsi altrettanto con le vive contraddizioni di un animo umano che contrasta deliberatamente tutto questo. Siamo calati in quella Petri dove la cultura dominante è spinta a soffocare deliberatamente (dolosamente) la storia, ed il futuro, vivendo in un equilibrio precario un presente ricco di (false) promesse, sostenute da una memoria ormai anestetizzata da rumori di fondo deliberatamente prodotti. Ricordo matrimoni che durano meno del mutuo, fotografie che costituiscono la memoria di momenti importanti custoditi in un vulnerabilissimo cellulare, relazioni che non si scandalizzano di concludersi con un sms. Elzbieta Tarkowska sviluppa e il termine di umani sincronici, capaci di vivere unicamente nel presente, il passato poco insegna e le conseguenze del futuro futuro sono negate.

    Esiste ancora il tempo? Non ce ne voglia Albert Einstein, ma per “processare” il tampone (termine alla di cui è stato fatto largo uso nell’anno 2020) e verificare l’eventuale positività al Covid 19 ci vuole tempo così come per avere formalmente l’esito. Processare: elaborare, analizzare dati, questo è uno dei possibili esempi di come il tempo nelle scienze dure (fisica, matematica, ecc.) esiste in qualità di va-riabile dipendente e fondamentale. Questi stessi processi, avvengono in una deter-minata epoca storica dove l’espressività di molti concetti può essere soggetta a possibili deformazioni dovute alla cultura dominante dell’epoca così come l’espressività sintomatologia dei disturbi mentali è a sua volte condizionata dalla cultura del momento. La lievitazione della pasta per la pizza ha un suo tempo come ne ha uno corretto per la sua cottura. Conosciamo gli esiti di tempi non rispettati; pizza crudo o bruciata, pasta non lievitata, sanzione per sosta a tempo superata ecc.
    Questo interessante scambio sul tempo nelle sue diverse e molteplici veste, ricorda a noi quanto questo sia importante. In un convegno sui tempi di cura qualche anno fa, il Prof. Giovanni Giusto introdusse il tema in modo originale attraverso dei detti o modi di dire ormai consolidati nel nostro linguaggio: chi ha tempo non aspetti tempo, il tempo è denaro, tempo al tempo, ecc. Questo con la forza della provocazione permise ai discenti di recuperare l’attenzione e di sentirsi chiamati in causa a vario titolo (dagli amministrativi ai sanitari) e a riflettere sull’attuale modello organizzativo di assistenza e presa in carico del pz psichiatrico. Cito questo ricordo ancora chiaro nella mia mente per raffrontarlo con il modello proposto da Jaakko Seikkula IL DIALOGO APERTO, l’approccio finlandese alle gravi crisi psichiatri e ospitato in occasione del Concresso ISPS a Varazze. Come si usa dire oggi, fatto la tara dell’estensione della Nazione, la densità abitativa, le risorse economiche, il numero di abitanti ecc. colpisce ancora quanto relazionato e documentato nel suo testo: il primo incontro su pz in crisi avviene entro le 24 ore successive, presenzieranno oltre al pz i famigliari (parte integrante della presa in carico). I curanti rimangono gli stessi per tutto il tempo della cura/guarigione e la famiglia in qualche modo è il cardine sul quale gravita l’intervento condiviso e concordato. Questo modello per alcuni aspetti affascinante almeno per quello che leggo, mi lascia perplesso su quali e quante posso essere le diverse proposte di politica sanitaria e quanto potrebbe essere utile comparare modelli organizzativi sanitari differenti, a livello internazionale e nazionale come già a suo tempo fece il prof. Zangrandi in termini di efficienza, efficacia, costi.
    Vorrei rendere omaggio a conclusione di questa mia riflessione al prof. Fausto Petrella, che mi sembra possa bene sintetizzare e concludere questo mio pensiero:
    Diffidiamo dunque da pregiudizi organicisti e psicologicstici, e interagiamo con l’opera, penetrando in essa con mente e cuore sgombri, ascoltandola ripetutamente, così come si fa con il paziente in analisi anche per permettere di conoscerlo, e di conoscerci. La psicoanalisi aspira ad una forma di comprensione incompatibile con la fretta, la superficialità e i limiti di un unico ascolto con l’applicazione semplice di un unico schema, di un modello, di molti modello. Sono queste alcune delle reali difficoltà dalle molteplici cause che ostacolano l’ascolto e impediscono un buon rapporto non solo con il Bolero, a con ogni opera musicale e in definitiva con ogni persona.

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