Quando, nel 1991, Alessandra Bocchetti, protagonista di punta del movimento femminile in Italia e dell’evoluzione del femminismo nel pensiero della differenza sessuale, invitava a passare dalla politica per le donne alla politica delle donne e, di conseguenza, dal fare giustizia per le donne a «fare delle ingiustizie» per le donne, pensava a rendere le donne soggetti di giustizia, abbandonando la dimensione tradizionale dell’essere oggetti della giustizia sociale.
Perché, diceva, “La politica per le donne è pericolosa […] in essa la donna è sempre nominata, vista, definita e mostrata come mancante, come bisognosa, come sventurata. La politica per le donne si occupa di donne in quanto povere, disoccupate, discriminate, picchiate, stuprate […] in questa politica certamente si possono fare delle cose buone […] ma non si può fare l’essenziale perché questa politica non produce delle reali modificazioni. […] La politica per le donne allude sempre a un soggetto femminile umiliato, bisognoso di aiuto, non bisognoso di forza.”
È un orientamento politico, quello strutturato esclusivamente a vedere la donna oggetto di tutela, del tutto consono al modello patriarcale della società e alla primazia dell’ordine simbolico maschile, rispetto ai quali le donne hanno connotazioni di fragilità che vanno protette. E la protezione è idealmente connessa alla subordinazione e al controllo.
A trent’anni di distanza, quel filone ideale che individuava il cambiamento della dimensione esistenziale delle donne nella valorizzazione dell’ordine simbolico femminile ha perso terreno, contrastato in parte dal movimento transfemminista, in parte, soprattutto recentemente in Italia, dal rinvigorimento della matrice patriarcale nella costruzione dei rapporti sociali che nella disparità di forze tra uomini e donne trova la sua linfa vitale.
La donna debole, sopraffatta dal potere e dalla violenza maschili, è diventata quindi il centro dell’attenzione non solo delle Istituzioni ma anche di ampie espressioni politiche femminili, persino nella Festa dell’8 marzo, offerta all’opinione pubblica non più come giornata dedicata alla promozione dei diritti delle donne e del valore della differenza sessuale ma come memoriale delle vittime del sistema patriarcale: un caso esemplare di eterogenesi dei fini.
E, quindi, non desta stupore il fatto che alla vigilia della Festa della donna di quest’anno, il Governo abbia messo sotto l’albero di mimosa il regalo del nuovo reato di femminicidio14 come risposta per affrontare il fenomeno della violenza sulle donne: un apparente atto di giustizia per le donne che non produce alcuna modificazione del fenomeno perché non va alla radice del male ma si occupa, teoricamente, solo delle conseguenze.
Un regalo che si inscrive perfettamente nell’impostazione ideologica dell’attuale maggioranza politica, diretta alla riaffermazione dei paradigmi tradizionali della famiglia e dei rapporti tra le persone propri di un modello neo-patriarcale, aggiornato soltanto ai progressi della presenza femminile nel contesto sociale, a cui è funzionale la donna bisognosa di tutela.
Ma è anche un regalo che fa parte a pieno titolo di quell’armamentario attrezzato dalla politica, ormai da tempo e trasversalmente, per far fronte a emergenze sociali, vere, percepite, presunte o addirittura pronosticate: la costruzione di un nuovo strumento di repressione penale, aumento delle pene o invenzione di nuovi reati che sia.
Una strategia a costo zero e a massimizzazione del risultato della cattura del consenso.
Del resto, la predisposizione concreta di strumenti di prevenzione e di crescita culturale della popolazione, costa molto e dà risultati sul lungo termine: la costruzione di concrete reti di sostegno, anche materiali ed economiche, per le donne che subiscono minacce e violenze in famiglia, la diffusione, in ogni luogo di formazione, della cultura delle relazioni personali ispirata al rispetto e al rifiuto della violenza, l’istruzione degli operatori socio-sanitari a individuare gli eventi sentinella e a fornire l’aiuto necessario, per fare qualche esempio, sono operazioni che richiedono investimenti di denaro e di risorse umane e tempi lunghi di maturazione.
l messaggio del panpenalismo, la risposta draconiana dello Stato con l’arma della repressione penale, invece, fa effetto immediato sulla sensibilità comune, tanto da far trascurare il fatto che non abbia nessuna efficacia nemmeno a lungo termine.
Il nuovo reato di femminicidio ne è una manifestazione esemplare: il regalo dell’8 marzo potrebbe rivelarsi una scatola vuota, controproducente anche sul piano simbolico.
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