Vaso di Pandora

Gli invisibili legami emotivi tra i genitori: vissuti e ricordi

Ci sono incontri brevi e sguardi fugaci che riescono comunque a lasciare una traccia. Momenti che, pur nella loro apparente leggerezza, fanno nascere pensieri e suggestioni che restano. 

Oggi più che mai, sento il bisogno di raccontare questi frammenti, e le riflessioni che ne scaturiscono… 

Quelle che mi piace chiamare storie imperfette: narrazioni parziali, fragili, non sempre lineari, ma vere.

Storie che non danno risposte esatte, ma fanno compagnia.
Storie che non spiegano tutto, ma risuonano. Che non aggiustano, ma accompagnano.

Quella che sto per raccontare nasce da un gesto piccolo, invisibile e concreto allo stesso tempo, durante una vacanza qualsiasi. 

O forse no… 

Eppure, in quel gesto, c’era qualcosa che andava oltre: una risonanza silenziosa, una forma di tenerezza, forse persino una nostalgia.

È una storia semplice, ma per me preziosa. 

Mi ha ricordato – ancora una volta – che anche nei dettagli più minuti può nascondersi qualcosa di profondamente umano.

Il piattino di carta a Villasimius

Il risveglio è lento, quasi svogliato. Di quelli un po’ sfilacciati che si trascinano con fatica. Gli occhi faticano a trovare la messa a fuoco, e il corpo resta immobile, come se stesse negoziando con la giornata. 

La luce filtra piano dalle fessure delle tende, e l’aria non è ancora densa di quel caldo umido che, in certi angoli di Sardegna, sembra non avere più orari. Sono le 7.00 di mattino, e si sta sufficientemente bene.

La stanza, tra il disordine e il caos, è immersa in un silenzio ovattato. Solo qualche rumore arriva dal giardino esterno: il cinguettio di qualche uccellino, il rumore delle prime macchine che lasciano il parcheggio del Residence P.G, e il respiro sottile di Nina che dorme accanto a me e alla mia compagna. Questa notte, la culla da campeggio in dotazione nell’appartamento è rimata solo un’ipotesi suggestiva!!

Ora dorme serenamente e io mi ritrovo in quell’equilibrio instabile che conoscono bene i neo-genitori: la voglia intensa di stringerla a sé, e la paura di rompere la magia con un risveglio anticipato. 

In questi giorni di vacanza, le notti sono state lunghe. Nina purtroppo si è svegliata molte volte, irrequieta e nervosetta. Una cosa insolita per noi. 

Forse per il caldo… “sarebbe il caso di aumentare leggermente l’aria condizionata”, sostiene la mia compagna; o forse “potrebbe avere ancora fame, perché ieri non ha finito tutta la pappa” – cambia repentinamente idea – lasciando che l’istinto materno prenda il sopravvento.

Forse all’alba dei suoi otto mesi di vita “sta attraversando una fase di regressione del sonno”, “credo sia coerente con il suo sviluppo cognitivo e motorio, con la crescente ansia da separazione e magari con l’adattamento ai nuovi ritmi sonno-veglia”, ipotizzo io, rovistando tra i ricordi del mio percorso accademico. Chiedo aiuto – almeno idealmente – alla Montessori, a Brazelton, a Piaget, e a qualche mio ex professore di Psicologia dello Sviluppo che mi guarderebbe con comprensione. 

O forse, è ‘solo’ perché ogni giorno – per lei – è una meravigliosa scoperta continua: il mare, i pesciolini, il vento, la sabbia, le onde, le persone nuove, i fringuelli in giardino e il gatto che prova ad acchiapparli – con discreti risultati -, la palettina, il rastrello ed il secchiello, il pane carasau, i cetrioli, i finocchi… e mille altre cose ancora. Migliaia di novità, la voglia di approfondire, la sensazione apparente di avere energia infinita e la voglia di conquistare TUTTO!!!

Ma come si fa a dormire serenamente? 

Ogni volta che si agita e si sveglia, ci alziamo quasi in automatico, e alterniamo i nostri ‘cavalli di battaglia’.

Camilla la prende in braccio, la culla dolcemente e intona il ritornello di una famosa canzone dello Zecchino d’Oro, che fa più o meno così: “Ninna nanna mamma, insalata non ce n’è; sette le scodelle sulla tavola del re. Ninna nanna mamma, ce n’è una anche per me, dentro cosa c’è? Solo un chicco di caffè…”. Uno di questi momenti che si registrano in memoria senza fare rumore, ma che sai già diventeranno un dolce rifugio, con il passare nel tempo...

Io, meno dotato a livello canoro, la dondolo fischiettando Madonnina dai riccioli d’oro, canzone da balera di fine 1900 che ha accompagnato la mia infanzia e mi trasporta emotivamente. Una melodia storta e antica, ma a quanto pare, ancora efficace. 

Ormai sono diventate parte del nostro rituale notturno. Spesso funzionano più per noi che per lei. 

Eppure, nonostante tutto, oggi non si lavora. 

Non si corre. O almeno, si corre di meno.

Siamo in vacanza. La prima vacanza in tre.

Siamo stanchi, sì. Ma è una stanchezza buona. Di quelle che hanno dentro l’aroma di qualcosa che conta.

Ogni mattina si apre come una danza familiare fatta di piccoli gesti: aprire dolcemente le tende, cercare la ciabatta scomparsa, disinfettare giochini ‘di scorta’ e l’orologio da polso – la mia extrema ratio per distrarre Nina -, scegliere il vestitino più leggero, preparare il biberon, riempire la borsa per il mare, che sembra una valigia per una spedizione nel Sahara. 

Puntiamo a essere in spiaggia dalle otto alle nove e mezza. È il nostro margine di respiro: l’aria è ancora gentile, la sabbia non scotta, e Nina può ribellarsi al cappellino senza rischio scottature. Sono le ore più morbide, quelle in cui il mare sembra accoglierti con pazienza, e anche noi riusciamo a sentirci veramente leggeri.

Quel mattino, appena esco nella veranda che affaccia sul giardino condiviso dai vari appartamenti vacanza, noto qualcosa che mi colpisce. 

Sul tavolino in plastica bianca – su cui giace ancora la tovaglia disordinata del giorno precedente – c’è un piattino di carta. 

Mi avvicino, lo prendo in mano. Mi basta un attimo per accorgermi che c’è scritto qualcosa. 

A penna, in stampatello minuscolo un po’ incerto…

L’invisibile che ci unisce

“Ciao ragazzi, non siamo riusciti a salutarvi. 

Vi auguriamo buona vacanza e buona vita a voi e alla vostra meravigliosa creatura. 

Un delicato bacio a Nina. 

Simona e Nicola.”

Resto fermo.

Le dita ancora strette sul bordo del piattino di carta, il cuore che per un attimo inciampa nel petto.

Strizzo gli occhi, li socchiudo appena. Un piccolo sospiro mi sfugge. Abbasso lo sguardo e mi siedo.

Rileggo.

Il sole colpisce obliquo il messaggio, e tutto intorno a me tace. Eccezion fatta per Felix – per la somiglianza con la nota marca e pubblicità – che ha già cominciato la sua caccia mattutina, il ronzio delle api al lavoro ed il fruscio leggero delle tende.

Cami…”, dico affacciandomi con la testa nella stanza. 

Ci hanno lasciato un messaggio…”.

Un messaggio…? Chi…? risponde lei stupita – … abbiamo disturbato qualcuno?”, con una nota dispiaciuta e un po’ confusa.

No no, tranquilla… Anzi…! È una cosa dolce…”, mentre gli allungo il piattino.

Dentro di me, qualcosa si muove. Come se quelle poche righe avessero aperto uno spazio imprevisto. Un piccolo varco tra il presente e la memoria recente di questi giorni.

Simona e Nicola”, penso a voce alta.

Mi tornano in mente i loro volti. Due signori sulla settantina – o forse un po’ meno, spero non se la prendano -, discreti, sempre insieme e sorridenti. Li incrociavamo ogni tanto: al cancello, sotto gli ulivi del giardino condiviso, sotto il portico per raggiungere il parcheggio delle auto, durante le prime ore del mattino e della sera, nei reciproci rituali di preparazione giornata/nottata.

Tanti sorrisi e gentili parole di cortesia. Due persone che trasmettono calore con il loro viso, anche senza parlare.

Ricordo bene di aver incrociato lo sguardo con Nicola la prima sera di vacanza: era seduto su una sdraio nella veranda della sua stanza. Io cercavo di convincere Nina a lasciarsi cadere tra le braccia di Morfeo. Uno sguardo pieno di comprensione, silenzioso ma ricco di parole calorose.

Lei – Simona – un giorno ci aveva avvicinato e dolcemente sussurrato: “Ha uno sguardo curioso… è piena di energia. Come si chiama? Quanto tempo ha?”. Qualche chiacchiera affettuosa. Anche loro sono genitori, e i figli hanno circa la nostra età, forse qualche anno in più, non ricordo… Lei ha accennato di essere stata infermiera a Parma, e che avrebbe voluto fare la psicologa, dopo che gli ho parlato del mio lavoro. Lui un operaio, ma potrei sbagliarmi… 

Non c’era stato tempo per lunghe chiacchierate. Né occasioni per conoscersi davvero. Nessun pranzo insieme o giornata condividendo il tempo sotto l’ombrellone. Nessuno scambio di credenziali per cercarsi su Facebook o Instagram. 

Ma qualcosa è sicuramente passato.  

Silenziosamente.

Forse ci avevano osservati e ascoltato. Nei nostri movimenti impacciati ma premurosi, nei nostri silenzi complici, nelle occhiaie che tradivano notti spezzate. Forse avevano colto quello che noi stessi ancora stiamo imparando a vedere: un equilibrio fragile e nuovo, ma bellissimo ed autentico. 

Vero.

Sicuramente, per un attimo, si sono rivisti in noi. Come erano loro, tanto tempo fa. Quando anche per loro le borse erano sempre troppo piene, i ritmi sfasati anche in vacanza, i gesti d’accudimento un po’ goffi, ma pieni di senso. 

Come se si fossero riconosciuti… Una forma di empatia silenziosa, fatta più di sguardi che di parole.

È questo, forse, il legame invisibile tra genitori.

Un’intesa che non ha bisogno di presentazioni. 

Che attraversa il tempo e le età. Che si osserva e trasmette nei piccoli dettagli: nel modo in cui si tiene in braccio una bimba, nel tono con cui le si parla, nei gesti goffi e in quelli affettuosi. 

E quei gesti, a volte, vengono riconosciuti. 

Anche da chi non conosciamo davvero. Anche da chi non ci ha mai chiesto un numero di telefono o un nickname. 

Forse è questo il vero messaggio di quel piattino di carta: “Vi abbiamo visti. E ci siamo visti in voi”. 

Un piccolo dono, da genitori a genitori. Da chi ci è già passato, a chi sta appena cominciando.

Da chi non te lo aspetti… e ti colpisce ancora di più!!

Il dolce ricordare

Mi ha proprio colpito, questo ‘piattino di carta’. 

Leggero, ma significativo. È arrivato senza rumore né clamore, ma ha fatto vibrare qualcosa. Come se quelle poche righe avessero aperto uno spazio imprevisto. 

Forse perché, in quelle parole scritte in fretta, c’era tutta la delicatezza di uno sguardo che non giudica, ma accoglie. Che non spiega, ma riconosce.

E riconoscendo… ricorda!

Mi sforzo – con fatica – di non cercare spiegazioni oggettive o razionali. Non voglio trovarne davvero.

Chiudo – idealmente – la porta a Collins e Quillan (1969), ai modelli neuropsicologici, alla psicologia narrativa e fenomenologica, ai teorici dello sviluppo e genitorialità, al pensiero di Freud, Winnicot, Bollas, ecc…  

No, niente di tutto ciò…

Simona e Nicola non ci conoscevano davvero. Non sapevano quante volte Nina si era svegliata in quelle notti, né quanto fossimo stanchi. Non avevano visto i nostri tentativi goffi di tenere insieme tenerezza e pazienza, stanchezza e ironia, o almeno non tutti!

Eppure, in qualche modo, avevamo toccato i loro ricordi… 

Forse, dentro di sé, hanno sussurrato: “Eravamo così anche noi…

Magari si sono ricordati di quelle vacanze di tanti anni fa, in cui bastava dimenticare il ciuccio o non avere il cambio pulito per mandare in tilt un’intera giornata. Hanno rivisto i loro figli piccoli, i giochi sparsi ovunque, la mela grattugiata, le occhiaie, i litigi per un cappellino mai tenuto in testa… Tutte cose che – all’epoca – stancavano. Ma che oggi, probabilmente, li fanno sorridere.

Perché il tempo, a volte, ha questa capacità misteriosa e potentissima: prende la fatica, la scompone, la assottiglia… e ne lascia solo il cuore caldo.

Delle notti in bianco si ricorda il risveglio abbracciati. Dei pianti inconsolabili, la canzone che – chissà come – ha funzionato. Il rifiuto del biberon si trasforma con orgoglio nel “primo grande no”. 

E, forse, è proprio questo che hanno voluto dirci:

Guardate che, anche se oggi sembra tanto, un giorno sarà dolce. Un giorno, vi mancherà. Un giorno, forse, anche voi lascerete un biglietto a qualcuno. Perché la memoria delle cose belle ha bisogno di passare di mano in mano, come un testimone silenzioso”. 

Simona e Nicola ci hanno fatto un dono: un pezzetto del loro sguardo retrospettivo. Una carezza lasciata lì per noi – e forse anche per sé stessi. Un modo silenzioso per dirci che ci erano vicini; ma anche, credo, per ringraziarci.

Un giorno – chissà – anche noi scriveremo su un piattino di carta”, penso a voce alta, rivolgendomi a loro.

La gratitudine silenziosa

Inutile dirlo… il ‘piattino di carta’ tornerà nella tasca interna della borsa Mary Poppins di Camilla – valigia in stile Newt Scamander, per i più giovani -, tra i pannolini di scorta, le salviette umide e gli stramaledetti cappellini da sole. Troverà un posto in Liguria, nascosto in un cassetto della vecchia credenza di casa, e nel mio cuore, naturalmente.

Tenendolo tra le mani, rileggo ancora la frase:

Vi auguriamo buona vita

Non soltanto “buona vacanza”, non “buona permanenza”. Hanno scelto la parola: Vita.

Una parola semplice, ma piena. Scelta con cura, o forse solo con il cuore.

Chissà se Simona e Nicola leggeranno mai queste righe. 

Chissà se sapranno che, con quel piccolo gesto, hanno generato tutto questo.

Nel dubbio, lo scrivo anche per loro. Per dire grazie, a modo mio.

Nina ora gioca sul tappeto. Ride battendo le mani (una delle ultime skill sbloccate!!). 

Non sa nulla di tutto questo, ma è lei – senza saperlo – al centro di tutto.

Ed è bello così!

Alcuni incontri non durano più di qualche giorno, ma lasciano una scia gentile. Come certe conchiglie raccolte per caso – una volta si faceva, oggi si rischia la galera -, che finiscono sul fondo di una tasca, e quando le ritrovi… sorridi.

Grazie Simona e Nicola,

vi mandiamo un grande abbraccio!

Buona vita a voi!

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Commenti su "Gli invisibili legami emotivi tra i genitori: vissuti e ricordi"

  1. Ma tu guarda come un gesto così possa far scaturire un romanzo.nn ti pensavo così profondo.ma è vero ci vuole poco a darci l’ispirazione e a metterci in moto.ho passato un po’ di tempo in vacanza con voi.hai scoperto di essere anche uno scrittore.bravissimo.ti aspetto la prossima vacanza.

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