Vaso di Pandora

È possibile una terza via?

È possibile l’esistenza di una terza via? No, non è quella di cui parlava Berlinguer, a cui tutti forse avremmo dovuto prestare più attenzione. Basta guardare al mondo di oggi per capire che cosa sto dicendo.

Mi riferisco al fatto che, come ogni tanto accade, purtroppo, ci sono stati due fatti: l’accoltellamento casuale e l’omicidio di un bimbo di nove anni, che hanno permesso, a chi non aspetta altro, di proporre la riapertura dei Manicomi, che poi è la cosiddetta terza via del ministro Piantedosi, che cerca di ricondurre la malattia mentale sotto l’egida della necessità di garantire l’ordine pubblico.  

Noi, come sempre, ci siamo ritrovati tra due posizioni:

  1. Quella di Massimo Ammaniti, che prendo ad esempio e che stimo, che evoca il ricorso alle categorie psicoanalitiche per capire e per intervenire, soprattutto su chi intervenire e come;
  2. Quella di Peppe Dell’Acqua che ci ricorda che a parte la malattia mentale, che c’entra fino ad un certo punto, i problemi principali sono la povertà, la discriminazione e la solitudine. 

Nella stessa situazione stavamo quaranta anni fa e stiamo tutt’ora. Nonostante gli sforzi di molti.

I limiti della psichiatria

La Psicoanalisi è utilissima per capire, ma è da mezzo secolo che mi confronto con la difficoltà di riuscire a trasformare il suo patrimonio in una operatività fattuale, praticabile.

La Psichiatria Democratica non può seguitare ad ignorare la sofferenza psicologico-psichiatrica delle persone. Penso che la gratitudine al coraggio di Basaglia sia la base su cui hanno lavorato le ultime generazioni di operatori psichiatrici, ma credo anche che il mondo, nel frattempo, è cambiato e con esso le nostre conoscenze, di cui non possiamo non tenere conto.

In mezzo a questi due estremi, tiene banco la psichiatria, che è un po’ sempre la stessa e che, però, mostra i suoi limiti. 

Occuparsi della psicosi con il modello medico basato sull’osservazione dei sintomi, il raggiungimento di una diagnosi e la conseguente terapia farmacologica non è sufficiente ad aiutare persone con gravi patologie mentali a non perdere l’equilibrio. 

Viceversa, la società risulta esposta ai fatti da cui siamo partiti e alla conseguente possibile riapertura dei Manicomi. 

Le altre forme di psicoterapia nemmeno giocano in questa partita. Non sono interessate ai pazienti psicotici. Quando i Servizi Psichiatrici vanno in crisi, per capire quello che succede al loro interno, chiamano uno psicoanalista.

È possibile una terza via?

Che sia in grado di produrre una risposta che non rappresenti la certezza che problemi di questo tipo non si ripresentino più, ma che, almeno, metta in campo una misura che, da un lato, permetta di capire e, dall’altro, di agire?

Io penso che il Gruppo di Psicoanalisi Multifamiliare (GPMF) abbia queste caratteristiche:

Permette di formulare delle ipotesi etio-patogenetiche per quel che riguarda il manifestarsi dei drammatici problemi all’interno delle famiglie di cui ci stiamo occupando, proprio partendo da un’ipotesi esplicativa psicoanalitica, e di costruire un “campo di pensiero e di azione” che permetta agli operatori di cimentarsi in relazioni terapeutiche con i pazienti psichiatrici difficili, a cui le medicine, da sole, non permettono di rimanere in equilibrio e gli altri membri delle stesse famiglie.

Perché e come?

Perché permette agli operatori di tutte le categorie professionali presenti all’interno dei Servizi Psichiatrici di vivere un’esperienza che consenta loro, contemporaneamente, nel corso del tempo, man a mano che il gruppo si svolge, sia di partecipare ad un processo di gruppo che si configura come il contenitore di tutte le ansie circolanti, cioè che aiuti le persone a non sentirsi sole e abbandonate e a ripensare a quanto accaduto, fatto che riguarda in primo luogo, tanto

i pazienti che i familiari, sia di avviare un percorso di revisione della propria storia evolutiva che può permettere ad ognuno degli operatori, con il tempo, di divenire capace di sostenere le tremende sensazioni che un operatore può trovarsi a vivere all’interno di una relazione terapeutica con un paziente psichiatrico grave.

A me non sembra utile seguitare a pensare che per riuscire a tollerare quelle “tremende ansie” ci sia soltanto l’analisi personale che soltanto pochi possono e/o scelgono di fare, né che possiamo seguitare a rifugiarci in ipotesi esplicative che riguardino “soltanto” il malessere comune, quello degli “ultimi”, che prima finivano in OP. Stiamo parlando di un malessere specifico, che esiste al di là della sindrome istituzionale di cui ci ha parlato Basaglia, che rimane un pilastro fondamentale di analisi ma che, ora che non c’è più il Manicomio, non può seguitare ad impedirci di vedere la sofferenza psichica e confrontarci con essa.

Il gruppo di psicoanalisi multifamiliare

Per rendere funzionante un gruppo di psicoanalisi multifamiliare (gpmf), sono sufficienti due seminari teorici e l’avvio di un gruppo che si tiene due volte al mese e a cui è opportuno che partecipi, una volta al mese, un operatore con esperienza collaudata in merito (co-visione), mentre l’altro appuntamento mensile può essere gestito dagli stessi operatori da soli; prima del gruppo che faranno, la volta successiva insieme all’operatore esperto, gli operatori possono parlare con lui di tutti i dubbi e le perplessità che sono emerse quando erano soli (supervisione).

Il risultato di questo processo di apprendimento, che si impara a fare mentre si svolge, permette di mettere in atto un dispositivo che risulta essere in grado:

  1. di interferire positivamente nei confronti dell’evoluzione delle relazioni significative all’interno delle famiglie patologiche, tra il paziente e il genitore, tra cui si è instaurato, nel tempo, il legame di interdipendenza patologica, principale responsabile dello sviluppo della patologia;
  2. di costruire l’esistenza di un clima di collaborazione complessivo tra le famiglie e gli operatori del Servizio Psichiatrico, sia esso un CSM-CD, una CT-case famiglia oppure un SPDC;
  3. di permettere agli operatori, appartenenti a tutte le categorie professionali presenti nei Servizi psichiatrici, compresi gli OS, di capire l’importanza della partecipazione al gruppo (GPMF) per quanto riguarda la capacità di fare squadra con i propri colleghi e di avvicinarsi a prendere in considerazione i propri problemi personali e sperimentare che più si avvia un processo di affrontamento-elaborazione di quei problemi, più si appalesano e si sviluppano le proprie capacità terapeutiche, oltre che stare meglio. 

Come a dire che la partecipazione al GPMF è utile a tutti e può costituire un processo di formazione permanente di cui non si può fare a meno se desideriamo seguitare ad occuparci dei pazienti psichiatrici gravi senza le mura manicomiali.

Nel giro di un anno il clima che si respira all’interno di un Servizio Psichiatrico, può avviare un processo di cambiamento profondo, che riguarda tutti i partecipanti al GPMF e, magari, rendere la nostra società più in grado di difendersi dai possibili insulti di persone che hanno vissuto sofferenze inusitate, che non hanno avuto nessuna possibilità di renderle inoffensive elaborando il dolore che si portano dentro in relazione ad esse e che, talvolta, esplode.     

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