Concordo con quanto affermato dal dott. Rossi sull’accoltellamento in Piazza Gae Aulenti: non si può parlare dell’assistenza ai malati psichiatrici solo nelle situazioni drammatiche, come quella attuale. Però è così che succede.
C’è un’altra affermazione che fa pensare: quella di Don Antoni Mazzi, che dice che la Comunità, dove risiedeva il paziente, ha fatto tutto quello che poteva e si chiede se tutti possano dire la stessa cosa.
Io credo che ci sia un punto da prendere in considerazione: che cosa è accaduto quando il paziente ha avuto una lite in Comunità ed ha deciso di andar via? Gli operatori hanno cercato di accompagnarlo al CSM, ma il paziente è sceso dalla macchina e si è allontanato.
D’altronde era un cittadino libero da qualsiasi tipo di vincolo, vedi la “pericolosità sociale” era stata revocata, perciò poteva fare quello che voleva.
Questa dichiarazione ci soddisfa? A me fa venire in mente che un tempo si cercava di prendersi cura di un paziente e che ora questa idea, a volte, non sussiste nella mente delle persone che fanno parte delle organizzazioni che dovrebbero occuparsene.
Non intendo arrogarmi a giudice di nessuno. Comprendo che tutti fanno quello che possono. Quindi il mio non vuole essere un giudizio di nessun operatore.
Le regole organizzartive
Io non credo che la questione possa essere inquadrata nei termini della coscienza professionale individuale. La questione è un’altra: riguarda il tipo di regole organizzative e il tipo di organizzazione all’interno delle quali gli operatori lavorano e, soprattutto, quale è il pensiero che le sorregge o che non le sorregge. Cioè, che sostiene o non sostiene gli operatori.
Nella mia esperienza lavorativa, ho avuto la fortuna di dirigere strutture di assistenza psichiatrica, una Unità Operativa Complessa e un Dipartimento di Salute Mentale. Non parlo per sentito dire.
Un elemento fondamentale è il modo in cui gli operatori sono sostenuti o non lo sono da chi ha compiti dirigenziali. Almeno, nella mia esperienza, e non solo, questo è stato un elemento fondamentale. La fiducia nell’operare degli operatori è la base su cui fondare tutto, unitamente alla convinzione di fare parte di un gruppo di colleghi al lavoro. E questo dipende da chi organizza le organizzazioni, non è casuale. Se l’idea che sarebbe opportuno “prendersi cura” di chi soffre di disturbi psichici gravi non sembra sussistere, questo non dipende dal singolo operatore, dipende da chi guida l’organizzazione e da come lo fa.
La proposta di Piantedosi
Non credo che la soluzione sia quella della “terza via”, proposta da Piantedosi: se fosse appropriato pensare che, a doversi occupare di un problema del genere, sia il Ministro degli Interni, questo significherebbe che si tratta di un problema di ordine pubblico, con il rischio di tornare a prima della Legge Basaglia, quando i ricoveri li facevano i poliziotti. E vi assicuro, avendo sperimentato quel tipo di organizzazione, che non era quello il modo di affrontare il problema.
La questione, allora, è come pensiamo l’intera faccenda? E, poi, che cosa facciamo.
Io penso che la sofferenza psichica non sia in primo luogo un problema di ordine pubblico.
Ciò non toglie che qualcun altro se ne debba occupare.
Perché le Rems sono state poste fuori dei Dipartimenti di Salute Mentale?
Perché la forma di integrazione tra la Comunità, appartenente all’area del privato-convenzionato e i Servizi Pubblici per la Salute Mentale incontra delle difficoltà?
Non credo che il problema riguardi soltanto l’accaduto.
Le Rems e i Dipartimenti di Salute Mentale
Forse andrebbe ripensata la collocazione esterna delle Rems, anche perché, come a suo tempo ampiamente dichiarato nel dibattito avvenuto, a suo tempo, nella Regione Lazio, a proposito dell’istituzione delle Rems, aprire dei reparti di psichiatria di venti posti letto, che poi diventano facilmente doppi, significa aprire piccoli Ospedali Psichiatrici. Per non parlare di come ha risolto il problema la Regione Lombardia, mettendone sei insieme, di reparti da venti posti letto e, di fatto, lasciando aperto l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario, a Castiglione dello Stiviere.
Se una Rems non è parte integrante del Dipartimento di Salute Mentale, gli operatori del DSM non possono che vivere con una certa contrarietà la necessità di doversi occupare, di nuovo, al momento della dimissione, dei pazienti ricoverati nella Rems.
Allora i pazienti rimangono in Rems oltre i limiti previsti. Ma se i pazienti che sono ricoverati non escono, come fanno ad entrarne di nuovi (vedi: liste di attesa infinite)?
E, comunque, vista la complessità della situazione, il vissuto di doversi occupare di qualcosa che non li riguarda seguita ad essere presente in loro.
Questo viene sentito dagli operatori della Comunità, che percepiscono come problematico il riaffidamento dei pazienti ai Servizi per la Salute Mentale presenti sul territorio.
Io penso che le Rems vadano inserite a pieno titolo dentro i DSM, ne debbano fare parte a tutti gli effetti, anche se il Servizio viene affidato al privato-convenzionato, a patto che tra il dentro e il fuori si instauri una collaborazione adeguata.



