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Aspetti psicologici nella trasformazione digitale: pro e contro

Alberto Maria Comazzi
28 Novembre 2017
1 commento
Aspetti psicologici nella trasformazione digitale: pro e contro

Ci vuole davvero un medico – io sono uno strizzacervelli, come diciamo tra di noi – capace di valutare il rischio di questa esagerata iperattività nell’uso del digitale, in particolare nell’uso delle mani, e questo mi spinge a riprendere un po’ il discorso “che fine hanno fatto le nostre mani”?

 Il professor Vitale ha ricordato nell’introduzione l’arrivo del cavallo come primo alleato dell’essere umano; io mi rifaccio a una scoperta molto interessante dal punto di vista psicanalitico, che è la scoperta del piacere. Quando Darwin ha detto che lo scimpanzé o l’orangutan compivano delle manovre con le mani per cogliere insetti che erano nascosti nel pelo dell’animale, del gorilla, probabilmente aveva torto; chi ha studiato gli animali molto più di recente ha potuto constatare che non c’entrano solo gli insetti: questi movimenti che l’animale fa al suo compagno animale mirano a fargli piacere, un grande piacere, indipendentemente dal fatto che ci siano le pulci oppure no.
Il problema è proprio quello di scoprire che le mani non hanno solo una funzione distruttiva contro il nemico, né servono unicamente per procurarsi il cibo; hanno anche la funzione di dare piacere e di provare piacere.
Che cosa è successo nell’evoluzione del nostro cervello? Possiamo usare il digitale proprio perché il nostro cervello è molto cambiato, e questo è il dato più importante. La crescita evolutiva dell’essere umano ha mostrato i pregi dell’uso delle mani, primo fra tutti la pazienza, poiché essa negli animali così irruenti non era conosciuta, mentre ha permesso all’uomo primitivo di costruire con le mani i primi oggetti di cui aveva bisogno – la ciotola per mangiare e tantissime cose che ha potuto fare e scoprire proprio con la pazienza.
Oggi, invece, siamo davanti al movimento frenetico ossessivo delle dita per fare il digitale e operare digitalmente – ecco perché si chiama “digitale” – ed è giusto che questo susciti in noi degli interrogativi e delle preoccupazioni: che cosa succede quando si vede, andando per la strada, che la nostra umanità è diventata curva, con la testa china, e questo non per specchiarsi come fanno molte donne vanitose, che hanno sostituito il loro specchietto con un selfie, che è più costoso ma fornisce un’immagine migliore?
Il problema è che noi adesso assistiamo non solo a un cambiamento del nostro cervello in senso evolutivo e di aumento della sua ricchezza e delle sue capacità, ma anche a un danno alle nostre mani: recentemente gli ortopedici hanno registrato l’aumento della rizoartrosi – l’artrosi del pollice – che, oltre a essere frequente nelle persone anziane, compare adesso nelle persone giovani. Si è vista inoltre l’evoluzione negativa dell’uso della schiena, cioè della colonna vertebrale, perché questo camminare continuamente curvi e piegati non permette una buona circolazione cerebrale, di cui un cervello così attivo ed evoluto ha invece assolutamente bisogno.
Noi quindi ci danneggiamo da soli; ma perché le mani vengono usate in questo modo così frenetico? Non si tratta di un fatto misterioso, ma di una cosa che i neurologi conoscono bene: io vengo da una specialità di neurologia e psichiatria, quindi mi interessa molto, ma non parlerò del mio lavoro o dei trapianti, anche se questo è un ambito in cui il digitale ha fatto registrare grandissimi successi – ha permesso, per esempio, di avere una lista dove è possibile reperire un organo in pochi minuti, mentre prima ci volevano ore e giorni per trovare la biocompatibilità. Nella mia esperienza all’Istituto dei tumori, dove ho fatto lo psichiatra per 25 anni, ho visto crescere il digitale fino all’arrivo di un chirurgo robot in grado di operare – con grande sospetto da parte mia, poiché opera al posto di chirurghi esperti in oncologia.
Mi ha preoccupato una dichiarazione della nostra Ministra della Salute Lorenzin, che mette in luce un aspetto dell’attuale sanità, che diventa digitale per necessità: ho fatto l’esempio dei trapianti e dell’Istituto dei tumori, lì c’è il digitale e viene usato, ma viene a mancare quella che noi chiamiamo la relazione d’aiuto. Se uno è trapiantato, dopo non può essere abbandonato: perché il trapianto funzioni e vada tutto bene, ha bisogno di una relazione d’aiuto con una persona viva, dotata di un cervello personale e di un’esperienza personale, che lo aiuti a fare questo passaggio dalla morte alla vita.
Così anche nell’ambito dei tumori dove io lavoravo, il mio studio veniva chiamato “il rifugio”, e per me questo era un grande conforto, benché il lavoro fosse molto difficile, perché mi faceva vedere che il rifugiarsi in questa dimensione umana relazionale non poteva essere sostituito dal digitale, per quanto perfezionato.
Tornando alla dichiarazione della Ministra Lorenzin, ecco quanto è stato affermato: “La trasformazione dell’Italia e della sanità pubblica è molto vicina e in gran parte realizzata. Noi vediamo questo processo come fonte di grande risparmio, risparmio fondamentale per migliorare il rapporto di qualità ma soprattutto del costo, e ridurre gli sprechi”.
Ora, che la Ministra parli in questo modo è, dopotutto, parte del suo lavoro; però è pericoloso, perché dovrebbe dire che questo risparmio permetterà a persone preparate in questo senso di aiutare coloro che sono affetti da questi disturbi che si sono creati anche con l’abuso del digitale.
La domanda che molti di voi si saranno posti è perché chi clicca, digita o schiaccia debba farlo in questa maniera così veloce e così ossessiva, possiamo dire noi.
Il perché sta nel fatto che il nostro organismo, e il nostro cervello in particolare, proprio in rapporto alla sua grandissima evoluzione ha un carico di energia enorme che deve trovare il modo di scaricare: questo è fondamentale, perché questa energia è sia mentale sia fisica. Andare a fare una bella corsa o una bella partita di football costa molta più fatica, molto più tempo; il digitale no, cerca di scaricare con questo movimento frenetico delle dita una quantità di energia intollerabile per la salute mentale e anche fisica. Quindi andare a fare una bella partita, andare anche a fare una semplice corsa o, come dicono i cardiologi, “Mi raccomando, quando cammina lei deve camminare velocemente, perché sennò non consuma” si riferiscono a questo, banalmente, a un consumo di energia che è troppo forte per noi, che non possiamo tollerare. Allora scaricarlo in questa maniera – cliccare, cliccare, cliccare – diventa una tortura, un’abitudine di cui non possiamo fare a meno, una nevrosi ossessiva ma non spontanea, perché non è una nevrosi per cui uno sviluppa un suo carattere ossessivo, bensì diventa ossessionato, quindi dipendente dall’obbligatorietà che c’è in tutti gli ossessivi – che noi chiamiamo anancasmo –, che li spinge a fare per forza lo stesso gesto senza cambiarlo, perché se cambia esce dal controllo.
Questa maniera così ossessiva, questo modo di scaricare, di esaurire serve anche per motivi relazionali, che voi probabilmente – se non siete del mestiere – non avete potuto toccare con mano. Questo assentarsi, cioè concentrarsi sul digitale, sul famoso cellulare anche quando uno va all’asilo a prendere i bambini, che giocano e i genitori stanno lì, e si pensa che non amino i loro figli: non è così, si devono distaccare in un certo momento da questo contatto troppo importante. Esiste infatti quello che noi psicanalisti chiamiamo la fobia del contatto: persone che sono lì sedute e sembrano attente per esempio alla sorveglianza o anche all’incontro con una persona cara e poi, come mi è successo recentemente, si vede una coppia al ristorante, dove la donna – molto bella – era guardata con sorpresa dal suo compagno; entrambi avevano un cellulare, lui guardava un po’ il cellulare un po’ lei, mentre lei non ha mai alzato lo sguardo per guardarlo. Alla fine del pasto lui ha detto “Hai trovato quello che cercavi?” e lei ha risposto “No”.
C’è un modo per sfuggire a questo, perché questo distaccarsi è certamente un nostro bisogno: non possiamo stare per tanto tempo sempre a contatto con le persone, anche se le amiamo e le troviamo bellissime, perché questa cosa comporta una paura atavica – “Cosa vorrà da me questa persona? Molto meglio il mio cellulare, che mi salva sempre: lei lo guarda per conto suo, io lo guardo per conto mio e siamo salvi”. Una relazione così, però, non funziona. Funziona invece un rifugiarsi, ed è appunto piaciuto molto al professor Vitale quando gli ho detto che io mi rifugio nella memoria perché, anche se adesso si cerca di fare una memoria digitale – io la chiamerei artificiale –, è vero anche che la memoria umana è solo nostra, solo noi possiamo utilizzarla in questo modo, perché non c’è macchina che potrà mai riprodurla. La memoria è legata anche ai nostri sentimenti, alle nostre emozioni, a quelle belle e a quelle che ci fanno paura, ma sono loro che ci rendono la vita veramente vivibile. E allora io mi consolo ogni tanto a scrivere questi versi, che vi raccontano il mio stato d’animo. La poesia si intitola “Memoria umana”:
Persa la certezza 
di soddisfare l’uomo
e placare il mondo
col navigare digitale
ora galleggio, ora affondo.
Ma c’è la nostra memoria
che mattone dopo mattone
ha costruito il suo palazzo 
e lì anche se vacillo
non affondo.

Una risposta.

  1. Maurizio ha detto:

    Come faceva a scrivere Fëdor Dostoevskij?

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