Vaso di Pandora

Arte e follia

Inaugurazione Ct Palazzo Fieschi, 11 maggio 2017
“Raramente un risultato psichico ha bisogno di un letto di ospedale, ciò che più necessita è di un luogo protetto, anche una casa con un’alta capacità di assistenza, di capacità professionale e umana, di accettazione del conflitto che ogni soggetto produce laddove la vita penetri, i rapporti circolino, gli stimoli si rinnovino”.
Franca Ongaro (nel testo di Franco Basaglia)

…aggiungerei io anche di persone tecnicamente preparate (varie tipologie di operatori).
Sono trascorsi 17 anni dalla chiusura degli Ospedali Psichiatrici di Quarto, Cogoleto, e quasi 26 dall’apertura della prima Comunità Redancia.
Redancia in effetti si pone come un termine che richiama la cruda realtà dell’essere in prima linea; Redancia è per noi, operatori psichiatrici a vario titolo, il resistere in trincea perché abbiamo a che fare con lo zoccolo duro della malattia mentale. Nel momento in cui vi lavoro in una Comunità andiamo a toccare tout court i due ali della malattia mentale: una malattia e una realtà in cui il limite principale sta nell’incapacità del simbolizzare e nel tollerare un dolore mentale che risulta insopportabile e intollerabile per i nostri pazienti. E allora l’obiettivo di una Comunità Terapeutica, per quanto massimale possa essere, risulta essere sempre parziale. Secondo la mia opinione, il lavoro in Comunità non può far riferimento a fantasie onnipotenti e neanche a soluzioni chiuse, circolari ma è un processo sempre in divenire. E’ nel lavoro comunitario, più che nel lavoro dei CSM, che si svolge un lavoro su figure reali, che si coglie quel margine reale fra lavoro effettivo di concretezza e che è un insieme di lavoro comunitario e lavoro individuale. La vita comunitaria è nel sistema esistenziale in cui si va a inscrivere un’esperienza reale, è inscritta nella storia di innumerevoli biografie di tantissimi soggetti.
In un momento di crisi economica in cui le risorse vengono drenate in altre direzioni, la comunità si pone come presidio terapeutico fondamentale. In un momento in cui gli echi della 180 purtroppo stanno svanendo, oggi stiamo prendendo coscienza che il movimento generalista della post 180 che ci vedeva impegnati nelle cliniche psichiatriche, nelle comunità, era congruo all’assistenza. Oggi è cambiato il modello, sono cambiati i pazienti, è cambiata la crisi economica e quindi abbiamo bisogno di altri modelli.
L’esperienza comunitaria oggi restituisce all’esperienza della malattia mentale la sua dimensione tipicamente umana e sottolinea il discorso clinico e psicopatologico. Psicosi è vivere nel mondo e forse questo è il motto della Comunità: riuscire a far sì che oggetti parziali possano diventare un tutto.
La psicopatologia è un discorso che viene fatto attorno alla sofferenza, la psicopatologia nasce con lo stesso mandato della filosofia dell’esistenza cioè offrire parole vere per definire l’esistenza umana; nel momento in cui si ha un’interlocuzione con una persona malata, che sia una persona sana che in realtà malata oppure che sia una persona ufficialmente ammalata, l’altro è un interlocutore vivo. Questa è l’esperienza che dev’essere presente in qualsiasi Comunità (residenziale, intensiva o a decorso protratto).
I caratteri di incomprensibilità rimandano a tante dimensioni all’interno di un colloquio e non riguarda mai il soggetto nella sua totalità.
L’oggetto della psicopatologia ha carattere psichico reale e cosciente e noi vogliamo sapere che cosa provano gli essere umani nelle loro esperienze e come le vivono, non parliamo di fantasia; vogliamo conoscere le varie realtà psichiche, vogliamo esaminare non solo l’esperienza vissuta dell’uomo ma anche le condizioni e le cause dei quali essi dipendono, quali relazioni ha e i modi in cui essa si manifesta obiettivamente. In questo la ricerca scientifica, le neuroscienze ci hanno aiutato molto a individuare dei punti interrogativi che un domani avranno dei risolvimenti. Al centro dell’esperienza psicopatologica, al centro della relazione terapeutica o non terapeutica, ci sta sempre il salto che va dal sintomo al vissuto: quindi sintomo – cultura – psicopatologia – vissuto – relazione terapeutica; ed è la complessità relazione del mondo interno, relazionale, individuale, collettivo, quello con il quale noi ci confrontiamo quotidianamente.
Noi siamo tecnici, operatori, che tutti i giorni tocchiamo sofferenza umana certificata! In un momento storico come questo c’è uno scarto colossale fra le cose che vengono dette e quelle che vengono fatte. Mai come in questa fase storica vi è un laterale, un borbottio sottile di sottofondo oppure un vociare di cose protestate e non fatte. Il mondo universitario in questo è maestro: nel mentire (nel senso di promettere) ma anche nel fare (nel momento in cui non c’è una valida risposta).
Concludo con delle considerazioni proposte ad un seminario di Gaetano Benedetti, cui partecipai a suo tempo, dove venivano riferite delle famosi frasi del pittore Max Formos esponente del surrealismo svizzero affetto da disturbi psichici importanti, era uno psicotico affetto da allucinosi, il pittore scriveva questo:
“…disegno e dipingo quel che il mio inconscio mi fa credere, tutta roba confusa. Se ripeto questa procedura cento volte si rendono visibili delle regolarità e gli elaborati perdono il loro carattere privato e rispecchiano le miserie dell’epoca”.
Gaetano Benedetti, a commento, citava questa frase:
“questo fenomeno grandioso dei processi psichici se distruttivi possono divenire interpretazioni della distruttività del mondo, vorrei interpretarla avanzando l’ipotesi che fra l’uomo e il cosmo sussista una simbolica reazione speculare”.
Ritengo dunque che le proiezioni che l’Io compie configurando abbiano una funzione non semplicemente difensiva come la psichiatria ha unilateralmente riconosciuto ma altresì conoscitiva. Il male o il bene, metafisico o storico sociale, viene messo a nudo. Questa è la verità della vita quotidiana.
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