Appuntamenti

Arte e follia

Mario Amore
29 Agosto 2017
2 commenti
Arte e follia

Inaugurazione Ct Palazzo Fieschi, 11 maggio 2017
“Raramente un risultato psichico ha bisogno di un letto di ospedale, ciò che più necessita è di un luogo protetto, anche una casa con un’alta capacità di assistenza, di capacità professionale e umana, di accettazione del conflitto che ogni soggetto produce laddove la vita penetri, i rapporti circolino, gli stimoli si rinnovino”.
Franca Ongaro (nel testo di Franco Basaglia)

…aggiungerei io anche di persone tecnicamente preparate (varie tipologie di operatori).
Sono trascorsi 17 anni dalla chiusura degli Ospedali Psichiatrici di Quarto, Cogoleto, e quasi 26 dall’apertura della prima Comunità Redancia.
Redancia in effetti si pone come un termine che richiama la cruda realtà dell’essere in prima linea; Redancia è per noi, operatori psichiatrici a vario titolo, il resistere in trincea perché abbiamo a che fare con lo zoccolo duro della malattia mentale. Nel momento in cui vi lavoro in una Comunità andiamo a toccare tout court i due ali della malattia mentale: una malattia e una realtà in cui il limite principale sta nell’incapacità del simbolizzare e nel tollerare un dolore mentale che risulta insopportabile e intollerabile per i nostri pazienti. E allora l’obiettivo di una Comunità Terapeutica, per quanto massimale possa essere, risulta essere sempre parziale. Secondo la mia opinione, il lavoro in Comunità non può far riferimento a fantasie onnipotenti e neanche a soluzioni chiuse, circolari ma è un processo sempre in divenire. E’ nel lavoro comunitario, più che nel lavoro dei CSM, che si svolge un lavoro su figure reali, che si coglie quel margine reale fra lavoro effettivo di concretezza e che è un insieme di lavoro comunitario e lavoro individuale. La vita comunitaria è nel sistema esistenziale in cui si va a inscrivere un’esperienza reale, è inscritta nella storia di innumerevoli biografie di tantissimi soggetti.
In un momento di crisi economica in cui le risorse vengono drenate in altre direzioni, la comunità si pone come presidio terapeutico fondamentale. In un momento in cui gli echi della 180 purtroppo stanno svanendo, oggi stiamo prendendo coscienza che il movimento generalista della post 180 che ci vedeva impegnati nelle cliniche psichiatriche, nelle comunità, era congruo all’assistenza. Oggi è cambiato il modello, sono cambiati i pazienti, è cambiata la crisi economica e quindi abbiamo bisogno di altri modelli.
L’esperienza comunitaria oggi restituisce all’esperienza della malattia mentale la sua dimensione tipicamente umana e sottolinea il discorso clinico e psicopatologico. Psicosi è vivere nel mondo e forse questo è il motto della Comunità: riuscire a far sì che oggetti parziali possano diventare un tutto.
La psicopatologia è un discorso che viene fatto attorno alla sofferenza, la psicopatologia nasce con lo stesso mandato della filosofia dell’esistenza cioè offrire parole vere per definire l’esistenza umana; nel momento in cui si ha un’interlocuzione con una persona malata, che sia una persona sana che in realtà malata oppure che sia una persona ufficialmente ammalata, l’altro è un interlocutore vivo. Questa è l’esperienza che dev’essere presente in qualsiasi Comunità (residenziale, intensiva o a decorso protratto).
I caratteri di incomprensibilità rimandano a tante dimensioni all’interno di un colloquio e non riguarda mai il soggetto nella sua totalità.
L’oggetto della psicopatologia ha carattere psichico reale e cosciente e noi vogliamo sapere che cosa provano gli essere umani nelle loro esperienze e come le vivono, non parliamo di fantasia; vogliamo conoscere le varie realtà psichiche, vogliamo esaminare non solo l’esperienza vissuta dell’uomo ma anche le condizioni e le cause dei quali essi dipendono, quali relazioni ha e i modi in cui essa si manifesta obiettivamente. In questo la ricerca scientifica, le neuroscienze ci hanno aiutato molto a individuare dei punti interrogativi che un domani avranno dei risolvimenti. Al centro dell’esperienza psicopatologica, al centro della relazione terapeutica o non terapeutica, ci sta sempre il salto che va dal sintomo al vissuto: quindi sintomo – cultura – psicopatologia – vissuto – relazione terapeutica; ed è la complessità relazione del mondo interno, relazionale, individuale, collettivo, quello con il quale noi ci confrontiamo quotidianamente.
Noi siamo tecnici, operatori, che tutti i giorni tocchiamo sofferenza umana certificata! In un momento storico come questo c’è uno scarto colossale fra le cose che vengono dette e quelle che vengono fatte. Mai come in questa fase storica vi è un laterale, un borbottio sottile di sottofondo oppure un vociare di cose protestate e non fatte. Il mondo universitario in questo è maestro: nel mentire (nel senso di promettere) ma anche nel fare (nel momento in cui non c’è una valida risposta).
Concludo con delle considerazioni proposte ad un seminario di Gaetano Benedetti, cui partecipai a suo tempo, dove venivano riferite delle famosi frasi del pittore Max Formos esponente del surrealismo svizzero affetto da disturbi psichici importanti, era uno psicotico affetto da allucinosi, il pittore scriveva questo:
“…disegno e dipingo quel che il mio inconscio mi fa credere, tutta roba confusa. Se ripeto questa procedura cento volte si rendono visibili delle regolarità e gli elaborati perdono il loro carattere privato e rispecchiano le miserie dell’epoca”.
Gaetano Benedetti, a commento, citava questa frase:
“questo fenomeno grandioso dei processi psichici se distruttivi possono divenire interpretazioni della distruttività del mondo, vorrei interpretarla avanzando l’ipotesi che fra l’uomo e il cosmo sussista una simbolica reazione speculare”.
Ritengo dunque che le proiezioni che l’Io compie configurando abbiano una funzione non semplicemente difensiva come la psichiatria ha unilateralmente riconosciuto ma altresì conoscitiva. Il male o il bene, metafisico o storico sociale, viene messo a nudo. Questa è la verità della vita quotidiana.



2 risposte.

  1. Guest ha detto:

    Parto dalla conclusione di questo intervento, con il riferimento al pittore psicotico Max Formos. Vengono in mente tanti altri esempi di arte psicopatologica, da Van Gogh a Ligabue, con la tentazione (azzardata?) di risalire a Bosch.
    Bastano questi pochi esempi a mettere in crisi la distinzione fra “pittore psicotico” e “psicotico (accidentalmente) pittore”, distinzione tuttavia viva nel senso comune che tende a offrire all’opera dell‘artista professionale, stimata e retribuita, una ben diversa considerazione rispetto alla creazione del paziente portatore di una diagnosi di psicosi, degna tutt’al più di attenzione clinica. Un ricordo personale: un’artista che aveva proposto di impreziosire un nostro convegno scientifico con una mostra di pittura ha considerato grave e squalificante offesa la nostra intenzione di affiancarne un’altra, di opere dei nostri pazienti.
    Il discorso può essere approfondito con una riflessione su “che cosa è bello”, valido artisticamente. La storia dell’arte ci porta a chiederci in che misura l’emozione estetica nasca da una esperienza di armonia e di compiutezza,di “divina proporzione” e in che misura invece dal suggerire qualcosa, dal mandare una comunicazione, forse tanto più incisiva fino allo scandalo in quanto si discosta da un canone, da un ideale di equilibrio. Credo sempre dall’una e dall’altra di queste due polarità, con alterna prevalenza: a un estremo troviamo l’arte greca, con la ricerca del corpo perfetto e dell’armonia, che nel tempio si ricerca addirittura in una proporzione numericamente misurabile – la sezione aurea – mentre all’estremo opposto troviamo il buco di Fontana, le scatolette Campbell di Andy Warhol, e magari la merda d’artista.
    Possiamo anche supporre che fra i due aspetti sussista una sorta di interazione dialettica: se poesia e arte suggeriscono una interminabile ricerca di senso che le pone come forma di dialogo, è possibile che armonia ed equilibrio siano una risposta rasserenante a questa inquietudine, una sorta di tregua.
    Oggi chiaramente prevale la concezione della creazione artistica come comunicazione, preferibilmente destabilizzante e inquietante, lontana dal “bello” ideale.
    Una prima svolta decisiva si è verificata in età romantica, quando il concetto del bello come obbedienza a un canone viene superato. Friedrich Schlegel definiva l’arte antica come caratterizzata da armonia, perfezione, equilibrio, e invitava a cogliere la irriducibile individualità storica dell’opera e il messaggio di cui è portatrice: analoga a quella di Schlegel la distinzione di Schelling fra la poesia degli antichi, definita “ingenua” e quella nuova, definita “sentimentale”, cioè non solo storicizzata ma anche espressione di affetti.
    Ma non tocca certo allo psichiatra approfondire una discussione critica sull’estetica : può essere invece stimolante considerare i possibili rimandi fra esperienza del bello ed esperienze terapeutiche. Di fatto, sia l’interpretazione psicoanalitica che la creazione artistica possono esser lette come un “dare forma all’informe”; e se Kant – come credo di ricordare – ha definito l’esperienza estetica come un momento di condivisione del soggettivo, mi pare che queste parole possano applicarsi anche al rapporto terapeutico.
    Sembra approfondire questo collegamento la concezione di estetica ermeneutica, compiutamente espressa da Gadamer, che è ben consapevole delle due dimensioni: bellezza come armonioso equilibrio o come messaggio significativo e in qualche modo destabilizzante. Egli si chiede: “come può il piacere, magari in sè illimitato, entrare nel limitato, nel misurato?” e: “il dolore è perturbazione e rottura, e il piacere ristabilimento dell’armonia naturale”. Ma decisamente sostiene: “la poesia non è mai consistita nel perfetto dominio formale di una armoniosa costruzione linguistica, ma anche nella enunciazione di qualcosa che vuol essere vero…..”
    Ciò, dicevamo, stimola lo psichiatra poichè sembra offrire un ponte fra due esperienze umane: la creazione – fruizione del bello, e il dialogo, anche terapeutico. Tuttavia, ancora Gadamer ricorda che il manifestarsi del senso nel dialogo è diverso dal suo cristallizzarsi nella poesia. In questa, come in altre forme d’arte, la comunicazione emotiva si ferma, si stabilizza, prende una forma in qualche modo definitiva. Dà scacco alla inesorabile fugacità dell’esperienza, e dunque alla morte: è un luogo comune parlare di opere immortali, della creazione artistica come ricerca di immortalità. Discorso fatto già da Platone, interessato al rapporto fra bellezza e desiderio: “L’amore non è amore del bello.. ma della generazione e procreazione nel bello…e perchè della generazione? Perchè la generazione è eterna e immortale. E l’immortalità è naturale che la si desideri”. Dialettica, dunque, fra Eros e Thanatos che porta al di là dell’esperienza estetica come sterile contemplazione.
    Per Gadamer, il vero elemento è dato dalla capacità del linguaggio di render presente qualcosa: questa è la funzione svolta dal linguaggio nella poesia. E ancora: “Il talento ermeneutico è riuscire a comprendere anche ciò che ci appare difficilmente comprensibile ed estraneo”. Ogni psichiatra potrebbe sottoscrivere questa affermazione, anche se nella nostra disciplina l’atteggiamento riguardo la comprensibilità è mutato più volte nel tempo: per Jaspers essa costituiva il discrimine fra due diversi domini della psicopatologia; successivamente l’affermarsi del pensiero psicoanalitico e l’ulteriore sviluppo di quello fenomenologico –esistenziale hanno spostato in avanti il confine del comprensibile.
    Comprendere e far comprendere significa narrare. Il narrare – prosegue Gadamer – è un processo per sè aperto e interminabile che non si esaurisce mai in sè stesso. Non è un vero narratore chi non susciti l’impressione di poter continuare a narrare all’infinito. Strettamente legata alla narrazione sembra essere l’invocazione o forse dovremmo dire: il nominare…”I mortali chiamano gli dei per nome pur non sapendo se lo chiamano col nome giusto”.
    Emergono qui tre punti fondamentali di incontro fra esperienza estetica e incontro psichiatrico: la narrazione, l’interminabilità, il rapporto fra il vissuto e la possibilità di denominarlo.
    “l’incompiutezza cui sembra votato l’atto interpretativo del critico non dipende soltanto dalla sfuggente natura del testo letterario della modernità, ma …dall’emergere, verso la seconda metà del secolo scorso, di una nuova forma di ermeneutica con Nietzsche,Marx, Freud. Essi hanno rilanciato il processo interpretativo, rendendo infinito il processo di decifrazione…Il processo ermeneutico non è soltanto incompiuto,ma proprio infinito…ciò impone di rinunciare alla credenza nei segni che caratterizzava la semiologia e invece accedere alla infinita circolarità che è propria dell’ermeneutica” (Zuccarino). Anche per Derrida “un testo è letterario proprio in quanto non sarà mai possibile dire di aver colto o esaurito il segreto, giacchè l’autore o il lettore resta sempre libero di proporre un’altra modalità di lettura”.
    Dunque si tratta di una conoscenza sempre parziale. Per Gadamer il testo poetico, come un dialogo in pieno sviluppo, indica piuttosto in direzione di un senso mai del tutto raggiungibile. Non c’è alcuna ricostruzione di un senso disponibile, nè tanto meno la riduzione alla “intenzione” del poeta. Così ogni interpretazione si misura nella capacità di far parlare di nuovo la poesia.
    Tutto ciò ha a che fare con il valore e senso della interpretazione insatura, e anche con il bioniano “operare senza memoria e senza desiderio”, e al concetto di analisi interminabile enunciato da Freud: “Si conta sul fatto che le suggestioni ricevute durante l’analisi personale non si esauriscano con la conclusione di quest’ultima, che i processi di ristrutturazione dell’Io proseguano spontaneamente nell’analizzato…”
    Nella creazione artistica, questa linea di pensiero si è manifestata in un profondo cambiamento: la ricerca di un senso compiuto ha ceduto il passo all’allusione, allo stimolo che lascia ampio spazio al fruitore con la sua intuizione, la sua fantasia. Vi si collegano la rinunzia alla riproduzione della realtà (campo occupato ormai dalla fotografia), la non necessità di una approfondita preparazione tecnica, la perdita del collegamento con l’artigianato, che resta soltanto nell’architettura, in cui l’opera non può non avere una funzione.
    Rischia di perdere senso, in questo contesto, la definizione stessa di arte psicopatologica, intesa come area dai ben delimitati confini. La creazione è creazione, anche se non realizza valori tutti uguali: l’acquisizione di un consenso sociale e di mercato viene dopo, in funzione di molti eterogenei fattori.

  2. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Cos’è “bellezza”? Cos’è arte? E finanche cos’è “psicosi”? E in che rapporto stanno, eventualmente?

    Forse potremmo cominciare ad intenderci sul significato delle parole?
    In questo frangente ci si può sbizzarrire e anche con un certo sollievo, direi. Perché quelli dell’arte o della bellezza o della malattia mentale persino sono argomenti che per certi versi se da un lato consentono di manifestare una certa quale erudizione dall’altro permettono anche ai non esperti di esprimere giudizi, opinioni senza per questo sentirsi necessariamente degli imbecilli. Insomma, si può conversare, piacevolmente.
    Facendo io parte della categoria dei “fratelli idioti di Re Mida” che tutto quello che toccano diventa m…a, ma che tentano ossessivamente di “espiare una vita di ignoranza”, e confortato dopotutto anche da buona parte della riflessione filosofica, che anziché identificarli, mette in discussione la realtà di parametri intersoggettivamente validi, delimitati una volta per tutti, per differenziare il bello dal brutto o decretare cosa sia arte e cosa no, vi propongo intanto una definizione di “Bellezza” che trovo molto democratica oltre che estremamente consolante, per me: “Bellezza è tutto ciò che abbia una qualche stranezza di proporzioni”. In questo senso ogni cosa o persona, ogni opera o vita hanno in sé la loro propria stramba proporzione (mi pare l’abbia detto Bacon). “Bello”, no? Praticamente ci rientriamo tutti! E ha pure il vantaggio non trascurabile che non devo stare lì a scervellarmi su tutte le variazioni sul tema partorite da millenni di letteratura, filosofia, psicologia e scienza persino. È molto deresponsabilizzante, lo ammetto. Sebbene ci sia il rischio in questo modo di sprofondare nella pigrizia mentale di chi se ne esce con una tautologia del tipo: arte è quella “bellezza” che viene esposta nei musei, nelle gallerie d’arte importanti, che finisce nei manuali di storia dell’arte ed è osannata dagli storici e dai critici. Ma tale definizione tace anche l’idea che l’esperienza “estetica” sia universale – comune a tutti gli esseri umani. Però questa ve la voglio riportare: I neuroscienziati avrebbero dimostrato che una forma è percepita “bella” quando l’occhio dimostra “interesse” (libido erotica) e misura l’informazione in 16 bit/al secondo, dove il bit è la quantità logica necessaria a determinare la scelta tra due eventi : bello o brutto. Boh! Come sarebbe la nostra vita senza le neuroscienze!?
    Insomma, la “Bellezza” è un’astrazione connaturata all’essere umano anche se sei privo di una cultura artistica o se non hai ricevuto un’educazione al “bello” (ma su quest’ultimo punto avrei qualche riserva). E sarebbe proprio in virtù di questo “istinto” primordiale che, ad esempio, un appassionato di Tennis come me parla delle volèe di quel pazzo scatenato che fu a suo tempo John McEnroe come di gesti “sublimi” o come di “cristallini quanto sfacciati orgasmi in pubblico” invece che più banalmente di “azioni efficienti o adeguate” o perché taluni paragonano la leggerezza apparente con cui il furioso si muoveva in campo ai volteggi leggiadri di Rudolf Nureyev. Se il “mancino di Dio” del tennis statunitense sembrava volteggiare come Nureyev, lo svedese Stefan Edberg, un altro “serv and volley di tutti i santi” che usava strapparsi le stop-volley di rovescio letteralmente dallo stomaco, allora svolazzava senza dubbio come Michail Barysnikov. Questo è lo stesso motivo per cui oggi sono portato a dare del “boscaiolo” a pallettari eccellenti che stazionano perennemente a fondo campo seppure spesso dentro la linea di fondo come Rafael Nadal che è solito usare la racchetta come una scure da cui, bisogna pur sempre ammettere, e nonostante non sia “bellissimo” a vedersi, promanano con aulica precisione folgori divine che si abbattono sugli avversari inermi (miracoli della graphite e delle nanotecnologie). Per fortuna che c’è ancora Roger Federer che nonostante il “tugsteno pirolizzato al boro” ti riconcilia con la poesia di questo sport. Con questo voglio dire approssimativamente che non è la “Bellezza” che appassiona, ma è la passione, verosimilmente, che fa la “Bellezza”. E le passioni come è noto a tutti non sono granché oggettive, neutrali.
    D’accordo, dunque, l’arte, l’esperienza estetica e la malattia mentale questo avrebbero in comune: la loro definizione è estremamente variabile, nel tempo e nello spazio. Esse sono tendenzialmente (non completamente soprattutto per quel che riguarda la “malattia mentale”, forse) l’esito di un processo ininterrotto, prodotto di mutazioni e contaminazioni, influenzato dalle relazioni sociali, i valori culturali e le esperienze soggettive in una ben definita situazione storica. Sono, quasi, il risultato di un processo di “acculturazione”, oserei dire.
    Con questo non intendo sostenere che la “malattia mentale” o “sofferenza psicologica” sia totalmente frutto di una costruzione sociale o culturale o dell’equipe terapeutica (è argomento questo che do per scontato). Certo è che persino le definizioni di diagnosi, sanità o patologia, di salute e malattia possono variare a seconda dei modelli teorici degli operatori. E i concetti di normalità, nevrosi e psicosi non sono sempre intesi come entità circostanziate e stabili, ma in altri casi sono giudicati come aspetti dinamici e mutevoli, cioè destinati ad evolversi in senso positivo o negativo (eventualmente) nel tempo.
    Insomma, il punto vorrebbe essere che nel caso dell’arte, come in quello della “malattia mentale”, mentre ci affanniamo a stabilire una spiegazione condivisa e non equivoca, l’arte e la patologia mentale si trasformano a loro volta: tutto ciò che possiamo fare è tentare di riconoscere temi “invariabili”, che producano il livello minimo di disaccordo. Da questo presupposto ne discende che può esserci una definizione di arte o di malattia mentale più o meno accettate socialmente, ma non una definizione universale di arte o malattia mentale.
    Allora, in questo caso “Bellezza” sarebbe “trascendere le dicotomie e rispettare la pluralità dei punti di vista, evitare i conflitti, gli arroccamenti che portano a co-creare problemi piuttosto che a risolverli”(ma questo non dovrebbe valere in tutti i campi del vivere?)
    Adesso per rimarcare quanto tante volte possa essere davvero tenue e mai definito per sempre il confine tra arte e psicosi tra bellezza e bruttezza mi torna buono citare un film che ha dell’incredibile ancora oggi, secondo me. Quanti di voi hanno visto “Eraserhead – La mente che cancella”? Ebbene , sappiate che torna in sala questo primo film di David Lynch. Film d’esordio e “horror” sperimentale, girato in bianco e nero, che racconta le allucinazioni, gli incubi e le circostanze surreali, oniriche e bizzarre di un uomo Henry Spencer (e della sua raccapricciante progenie, interpretato da uno strepitoso Jack Nance) che oggi come nel 1977 anno in cui uscì il film non esiteremmo a definire “psicotico” nell’accezione più aberrante del termine. Ma anche Charlotte Stewart nei panni di Mary X è “bellissima” tanto è inquietante. Film bello e terribile, appunto. Film che a suo tempo fu giudicato da più parti come frutto di una “mente malata”. Film diventato un cult del circuito underground e che “nel 2004 è stato dichiarato culturalmente significativo dalla biblioteca del congresso degli Stati uniti ed è stato selezionato per la conservazione dal National film registry”.
    Un film che quando lo vidi per la prima volta non riuscì a definirlo tanto era il profondo disgusto. Nemmeno “The Elephant Man” o “Freaks” mi avevano procurato altrettanto “disagio”. Ovviamente non erano tanto i contenuti o le immagini ad essere tanto destabilizzanti (semmai ciò che evocavano), ma la bravura del regista aveva saputo rendere con la sua tecnica un’atmosfera da incubo, soffocante, claustrofobica, paranoica, di una vita urbana squallida dove non c’è redenzione e dove va in scena l’orrore della procreazione. L’ipostatizzazione del peggiore e del più minaccioso inconscio freudiano che dir si voglia. Davvero “traumatizzante”. Un vera pedata sullo stomaco per non dire più in basso.
    Adesso per chi non conosce il film, ma volesse accostarsi a questo, consiglio prima una “conoscenza preliminare” (guardate delle foto, leggete qualche recensione) altrimenti che gli – Dei vi aiutino – (scherzo, ovviamente, ma neanche troppo). E la “bellezza dell’orrore” si svela immediatamente, non c’è bisogno di vedere il piccolo mostro che anzi ti viene quasi voglia di abbracciare ad un certo punto (c’è una scena in cui la creatura percepisce indubbiamente la presenza di Spencer e la invoca con i suoi gemiti) L’orrore permea ogni singolo fotogramma e non esce più di scena, è sempre lì sotto i nostri occhi. Per esorcizzare l’orrore (oltre a stamparvi eventualmente l’effige di Nance-Spencer col suo sguardo allucinato su una maglietta che all’occorrenza fa tanto strano, bizzarro, alternativo, insomma figo) suggerisco di concentrarvi sulla capigliatura del protagonista che sembra precursore di certe pettinature maschili moderne molto fashion con l’aggiunta di richiamare vagamente persino l’acconciatura di Marjorie Jacqueline Bouvier alias Marge Simpson protagonista dell’omonima serie di cartoon I Simpson. Rivedendo il film di recente mi è balenata una balzana associazione con il Fantozzi di Paolo Villaggio (sempre verosimilmente nell’ottica di esorcizzare l’angoscia). La “creatura” del film di Lynch richiama in un certo senso il personaggio di Mariangela figlia del ragionier Fantozzi Ugo (notate i rantoli, i guaiti, i gemiti del bizzarro essere in fasce di Lynch e ditemi se non ricordano quelli della “scimmia” pardon di Mariangela o di Uga, meglio, la nipote di Fantozzi che Mariangela ha avuto dall’erotomane Loris-stomaco di ferro-Batacchi e dopo adottata da Bongo “essere mostruoso dai tratti animaleschi di un gorilla”). Non sembri irrispettoso l’accostamento del tragico comico Fantozzi al macabro stravolto Spencer (non ricorriamo forse spesso all’umorismo per disinnescare la minaccia dell’orrore?). E non si vuole neanche ridimensionare lo splendido film di Lynch che per quanto mi riguarda rimane un mito. Anzi oserei dire che Spencer è il “doppio” di Fantozzi. È il “compagno segreto”, l’alter ego, quello dall’aspetto cadaverico sbucato dagli “abissi” che tentiamo di mantenere nascosto in qualche anfratto della nostra mente, ma che all’occorrenza può tornare utile da esibire tutto trasfigurato per ricordarsi/ci che la vita non è fatta soltanto di attimi di tempesta che profumano di catastrofe. Lo Spencer degli abissi una volta approdato in superficie deve necessariamente trasformarsi in Fantozzi se vuole sopravvivere. Eppure Spencer sembra addirittura felice ad un certo punto di avere con sé il piccolo mostro e una compagna stramba pure lei. In fondo, anche lui adesso ha una famiglia seppure particolare. Finalmente può dire di aver raggiunto l’agognata “normalità” che lo legittima dinnanzi all’opinione pubblica? Voglio dire che lo Spencer di Lynch non esitiamo a definirlo un fallito, non ha relazioni sociali di alcun genere, è uno che subisce, passivo, rassegnato al suo destino, insignificante tipografo, è davvero uno sfigato se deve pure sobbarcarsi di provvedere ad un figlio/a mostruoso/a di cui si fa balenare che non sia nemmeno il padre. Ma di questa condizione grottesca Spencer-Nance sembra avere un barlume di coscienza e forse è proprio questo che lo rende “pazzo”. Fantozzi invece non sembra nemmeno accorgersi di essere un inetto, uno sfruttato, anzi al limite non si sente nemmeno solo. Quale delle due condizioni è più auspicabile? Se per ambedue non c’è riscatto alcuno? Fantozzi aspira ardentemente ad essere “normale”, anche lui in cerca di legittimazione in un mondo che non lo vuole. Essere normali è difficile, è vero. È la normalità stessa ad essere mostruosa nella sua banalità, forse. La mediocrità, la convenzionalità, il grigiore del Fantozzi che si consola con frittatina di cipolle, partita della nazionale di calcio in tv e rutto libero ci fa sorridere, tendenzialmente, ma è “mostruosa” di fatto. Egli preferisce risparmiarsi e ci risparmia i particolari squallidi della sua e della nostra vita privata seppellendoli sotto una risata (meglio riderci su che impazzire, non vi pare?) Anche Spencer è squallido, sfortunato, grigio, insulso, “pazzo”, ma al contrario di Fantozzi e della mostruosa Uga egli contrasta con il nostro convenzionalismo. Egli non fa ridere e ci presenta tutto lo squallore di cui può essere capace l’esistenza persino nei suoi arredi banali urbani e domestici (la coperta bucata, ad esempio, il termosifone che rumoreggia; ci sembra quasi di percepire e la vediamo a tratti persino la sporcizia e il fetore di certi ambienti). E poi la problematicità della quotidianità compresa la presenza di un neonato deforme (che forse non doveva mai nascere) simbolo, forse, di una “diversità” che non siamo ancora disposti ad accogliere in nessuna forma e che non vogliamo nemmeno che si rappresenti pubblicamente e di cui non accettiamo nemmeno l’idea stessa. È lo stesso Spencer (totalmente identificato con il piccolo mostro) che pone fine alla vita del neonato deforme con timore e tremore multo armato di forbici liberatorie e di un vago senso di colpa, finanche (credendo in tal modo di porre fine al proprio di calvario? Va bene essere normali ma a tutto c’è un limite, pare) Finirà nebulizzata la sua mente, dispersa tra i mille residui della gomma da cancellare innestata in cima ad una banale matita dall’anima di grafite (lo stesso materiale delle racchette. Ops!) metafora del castigo e di un destino beffardo insieme riservato a tutti coloro che hanno “scelto” di cancellare la vita invece di affrontarla? O che si sono accontentati in vita di un po’ di “fumo” e di qualche litro d’alcol?). O è il piccolo che sta chiedendo di morire, ma non riesce ad esprimere la propria volontà? E forse il tutto si risolve in una smaccata, quanto involontaria, denuncia anti-abortista? Film dalle “strambe proporzioni” e dalle molteplici letture (sta qui la sua bellezza, forse). Dopo la visione di questo film riproviamo a chiederci – cos’è “bellezza”? Cos’è arte? E cos’è “psicosi”? -. E rassegniamoci all’idea che non c’è risposta (per fortuna). O comunque vediamo almeno l’effetto che (ci) fa

Aggiungi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scopri come vengono trattati i tuoi dati