Vaso di Pandora

Amnesia infantile: significato, quali sono le cause ed eccezioni

Amnesia infantile. Quasi tutti conserviamo pochi o nessun ricordo dei primi anni della nostra vita. Possiamo conoscere episodi accaduti quando avevamo due o tre anni perché ce li hanno raccontati i genitori, perché esistono fotografie o perché sono entrati a far parte della storia familiare. Ma quando proviamo a recuperare un ricordo realmente nostro di quel periodo, spesso troviamo il vuoto.

È una constatazione che può sorprendere. I primi anni dell’infanzia sono ricchi di esperienze fondamentali: impariamo a parlare, a camminare, a riconoscere le persone care, a esplorare il mondo. Eppure gran parte di questi eventi sembra scomparire dalla memoria cosciente. Come è possibile dimenticare una fase così importante della propria esistenza?

Questo fenomeno è noto come amnesia infantile ed è stato studiato da psicologi e neuroscienziati per oltre un secolo. Non si tratta di una patologia né di un problema della memoria. Al contrario, rappresenta un processo normale dello sviluppo umano, che riguarda la quasi totalità delle persone.

Comprendere perché accade aiuta non solo a conoscere meglio il funzionamento della memoria, ma anche a riflettere sul modo in cui costruiamo la nostra identità e la narrazione della nostra vita.

Che cos’è l’amnesia infantile

Con il termine amnesia infantile si indica la difficoltà o l’impossibilità di ricordare in modo consapevole gli eventi vissuti nei primi anni di vita. In generale, la maggior parte degli adulti non conserva ricordi autobiografici stabili precedenti ai tre o quattro anni di età.

Questo non significa che i bambini non abbiano memoria. Fin dalla nascita sono in grado di apprendere, riconoscere volti, sviluppare preferenze e accumulare esperienze. La differenza riguarda il tipo di memoria coinvolta.

Esistono infatti diverse forme di memoria. Alcune permettono di apprendere abilità e comportamenti, altre consentono di immagazzinare conoscenze generali, mentre la memoria autobiografica riguarda la capacità di ricordare eventi personali collocandoli nel tempo e nello spazio. È proprio quest’ultima a essere ancora in fase di sviluppo nei primi anni di vita.

Per questo motivo le esperienze infantili non scompaiono completamente. Molte continuano a influenzare emozioni, comportamenti e modalità relazionali, anche quando non possono essere richiamate volontariamente sotto forma di ricordi coscienti.

Perché non ricordiamo i primi anni della nostra vita

Per molto tempo si è pensato che i bambini piccoli fossero semplicemente incapaci di creare ricordi duraturi. Oggi sappiamo che la questione è più complessa.

Una delle spiegazioni principali riguarda lo sviluppo del cervello. Alcune strutture fondamentali per la memoria autobiografica, come l’ippocampo e le reti neurali coinvolte nell’organizzazione narrativa delle esperienze, continuano a maturare durante l’infanzia. Nei primi anni di vita il cervello è estremamente plastico e in continua trasformazione. Questa straordinaria capacità di adattamento favorisce l’apprendimento, ma rende più difficile la conservazione stabile dei ricordi autobiografici.

Anche il linguaggio svolge un ruolo importante. Per ricordare un evento come parte della propria storia personale è necessario poterlo descrivere, organizzare e collocare in una sequenza temporale. Prima che queste capacità si sviluppino pienamente, molte esperienze vengono vissute ma non registrate nella forma che permetterà in futuro di richiamarle consapevolmente.

In altre parole, non è che i bambini non abbiano memoria. È il sistema che consente di trasformare un’esperienza in un ricordo autobiografico stabile a non essere ancora completamente sviluppato.

Il ruolo del linguaggio e della narrazione

Uno degli aspetti più interessanti riguarda il rapporto tra memoria e linguaggio. Molti studiosi ritengono che la possibilità di raccontare le proprie esperienze giochi un ruolo decisivo nella costruzione dei ricordi autobiografici.

Quando un bambino inizia a parlare della propria giornata, a descrivere ciò che è successo e a condividere esperienze con gli altri, sta anche imparando a organizzare mentalmente gli eventi. La memoria non è infatti un semplice archivio di informazioni: è una narrazione continua che costruiamo su noi stessi.

Le conversazioni con i genitori hanno un’importanza particolare. Quando mamma e papà aiutano il bambino a ricordare, nominare emozioni e ricostruire episodi vissuti, favoriscono lo sviluppo della memoria autobiografica.

Questo potrebbe spiegare perché alcune persone conservano ricordi leggermente più precoci rispetto ad altre. Il modo in cui le esperienze vengono raccontate e condivise all’interno della famiglia può influenzare il consolidamento dei ricordi.

I primi ricordi: a che età risalgono?

Sebbene esistano differenze individuali, la maggior parte delle persone colloca i propri primi ricordi stabili tra i tre e i quattro anni di età. Prima di questa soglia i ricordi autenticamente autobiografici diventano molto più rari.

Molte persone credono di ricordare eventi accaduti quando avevano uno o due anni, ma in alcuni casi questi ricordi potrebbero essere stati ricostruiti successivamente attraverso racconti familiari, fotografie o informazioni ricevute nel tempo.

La memoria umana non funziona come una videocamera. Ogni volta che ricordiamo qualcosa, ricostruiamo il ricordo. Per questo è possibile integrare dettagli provenienti da fonti esterne senza rendercene conto.

Ciò non significa che tutti i ricordi precoci siano necessariamente falsi, ma che la loro origine può essere più complessa di quanto sembri.

Le eccezioni esistono davvero?

Nonostante l’amnesia infantile sia un fenomeno quasi universale, esistono alcune eccezioni. Alcune persone riferiscono infatti ricordi molto precoci, risalenti addirittura ai due anni o poco più.

La ricerca suggerisce che questi casi possano dipendere da diversi fattori. Eventi particolarmente intensi sul piano emotivo, contesti familiari che favoriscono la narrazione delle esperienze o caratteristiche individuali della memoria possono contribuire alla conservazione di alcuni ricordi più antichi.

Esistono poi persone con capacità mnemoniche eccezionali, ma si tratta di situazioni rare. Nella maggior parte dei casi, anche chi conserva ricordi molto precoci presenta comunque ampie zone d’ombra relative ai primi anni di vita.

L’amnesia infantile rimane quindi la regola, non l’eccezione.

Significa che l’infanzia non ci influenza?

Una delle domande più frequenti riguarda proprio questo aspetto. Se non ricordiamo i primi anni della nostra vita, significa forse che non hanno avuto importanza? La risposta è no.

Molte esperienze infantili lasciano tracce profonde anche in assenza di ricordi coscienti. Le modalità di attaccamento, il senso di sicurezza, alcune risposte emotive e certi modelli relazionali si sviluppano molto presto e possono continuare a influenzare la vita adulta.

La psicologia distingue infatti tra memoria esplicita e memoria implicita. La prima riguarda i ricordi che possiamo raccontare. La seconda riguarda apprendimenti, emozioni e schemi comportamentali che operano spesso al di fuori della consapevolezza.

Possiamo non ricordare il momento in cui abbiamo imparato a fidarci degli altri o a temere determinate situazioni, ma questo non significa che quelle esperienze non abbiano lasciato un’impronta.

Un vuoto che racconta qualcosa del funzionamento della mente

L’amnesia infantile può apparire paradossale. Dimentichiamo proprio gli anni che hanno contribuito maggiormente a formare la persona che siamo diventati. Eppure questo fenomeno rappresenta una delle caratteristiche più affascinanti dello sviluppo umano.

Non ricordare i primi anni di vita non significa averli persi. Quelle esperienze continuano a esistere dentro di noi sotto forme diverse: nelle emozioni, nelle abitudini, nelle modalità con cui costruiamo relazioni e interpretiamo il mondo.

Forse il valore dell’infanzia non risiede soltanto nei ricordi che conserviamo, ma anche nelle tracce invisibili che lascia lungo il cammino. Tracce che continuano ad accompagnarci, anche quando non siamo più in grado di raccontarne l’origine.

Condividi

Lascia un commento

Leggi anche

Nasce Mymentis

L’eccellenza del benessere mentale, ovunque tu sia.

Scopri la nostra rivista

 Il Vaso di Pandora, dialoghi in psichiatria e scienze umane è una rivista quadrimestrale di psichiatria, filosofia e cultura, di argomento psichiatrico, nata nel 1993 da un’idea di Giovanni Giusto. E’ iscritta dal 2006 a The American Psychological Association (APA)

Le Ultime dall'Italia e dal Mondo
Leggi tutti gli articoli
Storie Illustrate
Leggi tutti gli articoli
8 Aprile 2023

Pensiamo per voi - di Niccolò Pizzorno

Leggendo l’articolo del Prof. Peciccia sull’ intelligenza artificiale, ho pesato di realizzare questa storia, di una pagina, basandomi sia sull’articolo che sul racconto “Ricordiamo per voi” di Philip K. Dick.

24 Febbraio 2023

Oltre la tempesta - di Niccolò Pizzorno

L’opera “oltre la tempesta” narra, tramite il medium del fumetto, dell’attività omonima organizzata tra le venticinque strutture dell’ l’intero raggruppamento, durante il periodo del lock down dovuto alla pandemia provocata dal virus Covid 19.

Pizz1 1.png
14 Settembre 2022

Lo dico a modo mio - di Niccolò Pizzorno

Breve storia basata su un paziente inserito presso la struttura "Villa Perla" (Residenza per Disabili, Ge). Vengono prese in analisi le strategie di comunicazione che l'ospite mette in atto nei confronti degli operatori.