La vicenda dell’accoltellamento a Milano, in Piazza Gae Aulenti, dove un signore sulla soglia della sessantina ha colpito alla schiena una a lui sconosciuta signora che si stava recando al lavoro, ha scatenato uno scroscio di reazioni nell’opinione pubblica, sui media e da parte della politica.
La paura appare come l’emozione immediata, quasi circuitaria, soprattutto in una società proiettata verso l’illusoria ricerca del controllo di ciò che potrebbe apparire imprevedibile. La rabbia è una forma di difesa dalla paura, e scaturisce anch’essa visceralmente senza uno spazio elaborativo che permetta la giusta identificazione dell’oggetto stesso della rabbia. Poi nasce il desiderio di ricostruire la dinamica, la sequenza di microeventi che possono condurre ad una spiegazione chiara, definitiva, nella quale anche l’imprevedibilità possa essere masticata e digerita. Da qui, ancora, un’altra raffica di reazioni ed emozioni, compenetrate di elementi ideologici, moltiplicate dalla rete ed amplificate dalle opinioni di esperti e politici.
La storia clinica prima dell’accoltellamento
Nel caso in questione, l’uomo aveva già scontato una pena detentiva in carcere di circa otto anni per un reato analogo, per il quale era stato riconosciuto il vizio parziale di mente ed era stata posta diagnosi di Disturbo Schizoide di Personalità. Al termine della carcerazione sarebbero stati previsti tre anni di Rems, poi trasformati in obbligo di cura presso una comunità terapeutica – ignoro se tale trasformazione della misura fosse stata determinata, almeno in parte, dall’impossibilità ricettiva della Rems di assegnazione per mancanza di posto. Al dunque, dopo un congruo periodo in comunità, il Magistrato di Sorveglianza revoca la misura di sicurezza e la pericolosità sociale ed il soggetto è pertanto libero da vincoli giudiziari.
Resta ancora un po’ di tempo nella struttura, ma poi ne viene allontanato per inadeguatezze comportamentali, come da regolamento interno. L’uomo prende una camera d’albergo in affitto e pochi giorni dopo compie il reato. Questa è la cronaca.
Intanto l’atmosfera intorno è quella di una riforma giudiziaria divisiva, con vista referendum e quindi con lo stagliarsi di un palcoscenico di una lunga campagna elettorale. In ambito tecnico, peraltro, la psichiatria sta attraversando una fase complessa nella quale un vertiginoso incremento del disagio si scontra con una penuria di risorse umane ed economiche a tutti evidente. Il disagio psichico, in aumento a livello generale, vede inoltre picchi nella popolazione giovanile ed adolescenziale e nei soggetti autori di reato, costringendo a fare i conti con altri ambiti sovrapposti di ordine giuridico e politico.
L’evoluzione della psichiatria
Negli ultimi cento anni la psichiatria ha fatto passi da gigante: prima si è resa indipendente dalla neurologia, diventando materia a sé; poi è entrata negli ospedali generali, con i propri reparti e cliniche universitarie; grazie anche alla rivoluzione basagliana si è diffusa sul territorio con i servizi di salute mentale e tossicodipendenze; nella pratica si tende a trattare (qui proprio nel senso di curare) come tutti gli altri i pazienti psichiatrici: visita, diagnosi, terapia. Alcuni progetti specifici (percorso di cura residenziale, centri diurni, borse lavoro), ma solo a scadenza predeterminata, come ogni medico fa stabilendo una prognosi.
Ebbene, temo che la realtà sia diversa. Al contrario degli altri specialisti, gli psichiatri non dispongono quasi mai di dati quantitativi. Non abbiamo esami ematici, indagini endoscopiche, prelievi bioptici, radiografie o risonanze magnetiche che ci possano orientare su una diagnosi specifica. I farmaci che utilizziamo hanno meccanismi di azione spesso incerti, insomma non sappiamo con esattezza quale parte del “corpo” si ammala e occorre riparare in caso di disturbo psichiatrico. Dobbiamo affidarci ad altro, o meglio, anche ad altro che non può essere quantificabile e misurabile.
Invece la Magistratura, ad esempio, ha bisogno di garanzie e qui nasce la complessità di fondere linguaggi diversi nel perseguire obiettivi non sempre coincidenti.
La “terza via” suggerita dal Ministro Piantedosi
La “terza via” indicata dal Ministro Piantedosi, spererei naturalmente annebbiato da quella rabbia primitiva e fisiologica che possono scatenare eventi come questo, temo invece appartenga ad un’idea che si sta diffondendo non solo in politica, ma, sempre più spesso, anche tra gli addetti ai lavori. La chiusura degli OPG è stata un atto di civiltà, la riparazione che uno stato civile doveva fare per ridare dignità e restituire diritti alla porzione più indifesa degli emarginati. L’avvio delle Rems è stato faticoso perché complesso: la mancanza di riferimenti precedenti, la necessità di imparare ad interloquire con agenzie differenti (Magistrati, avvocati, forze dell’ordine, tutori e amministratori di sostegno, per citarne alcune), la questione della sicurezza degli operatori e degli internati, i rapporti con la popolazione. Insomma un percorso difficile e tortuoso.
Inoltre la necessità di creare percorsi di cura alternativi, in genere comunitari, anche per garantire un adeguato turn over e non avere interminabili liste di attesa, con tutti i problemi che l’attesa, in questi casi, comporta: rischio sociale, permanenza inappropriata negli SPDC, sine titulo in carcere, ecc.
Le difficoltà attuali nel costruire i percorsi di cura
In un momento storico in cui si assiste ad una seria difficoltà nella funzione dei servizi territoriali, per mancanza di risorse umane soprattutto, diventa ancora più difficile costruire i percorsi di cura. Tuttavia, magari a fatica, il sistema sta funzionando. I dati nazionali sulle liste di attesa sono spesso contrastanti (cosa da migliorare); le varie strutture regionali sono poco in contatto tra loro, manca un tavolo di confronto nel quale la condivisione delle esperienze e l’individuazione di criticità possano fermentare miglioramenti e perfezionamenti di cose che già funzionano; alcune Rems, come quella ligure, sono riuscite a “lavorare insieme” alle varie agenzie coinvolte, con buoni risultati sugli outcome e sulle liste di attesa.
Certo tutto è migliorabile e forse un giorno ci saranno gli strumenti per standardizzare l’appropriatezza degli interventi e delle procedure, magari partendo dalla revisione dell’articolo 89 c.p. sulla semi infermità, con la controversa questione del doppio binario e i rischi di dover affrontare un mandato di sola custodia, laddove non esistono strumenti di cura efficaci.
Ma la “terza via”, il ripristino di strutture ad alto contenimento (esistono già, si chiamano Rems. Oltre, allora, si intende l’OPG con un nome magari più raffinato?) rappresentano un ritorno al passato che è una soluzione semplice e facile, quindi nulla che abbia a che vedere con la complessità della scienza (o arte?) psichiatrica.
Le divergenze di posizione tra politica e psichiatria
Che vi siano spinte politiche in questa direzione è del tutto comprensibile e, almeno in parte, anche legittimo. Diversa è la posizione dei tecnici, degli psichiatri, che sempre in maggiore numero sento avvicinarsi a posizioni simili. In questo caso, però sono convinto che la via semplificata (la “terza”) sia dettata dalla necessità di fare i conti con l’impossibile. Chi lavora nei servizi territoriali è spesso esausto e scontento per non riuscire a svolgere il proprio lavoro come vorrebbe.
Troppi pazienti in carico, troppe situazioni critiche, pochi colleghi, altre figure professionali in numero ancora più esiguo, le pressioni della magistratura, l’impotenza nel reperimento di risorse. Ecco, credo che il problema principale sia proprio questo: le risorse. Le cure psichiatriche , per quanto espresso prima, sono per forza lunghe e dispendiose. Necessitano di tentativi, di costanza, di risposte rapide e risultati lenti. Invece nel nostro Paese la spesa sanitaria è il 3% del PIL, mentre la spesa della difesa è del 6% (forse temiamo che ci debba attaccare la Svizzera?) e all’interno del comparto sanitario i fondi destinati alla psichiatria sono solo il 2,9% (di quel 3%!).
Soluzioni diverse per garantire la sicurezza
Proviamo ad immaginare che l’accoltellatore di Milano non sia mai arrivato a Piazza Aulenti, perché con la “terza via” sarebbe rimasto in una struttura ad alto contenimento per la sicurezza della collettività. La signora non sarebbe stata colpita e le nostre paure avrebbero trovato altre vie.
Il problema cioè non si sarebbe posto perché sarebbe stato reso invisibile.
Proviamo invece ad immaginare che l’uomo, anche libero, dopo l’espulsione dalla comunità dalla quale era stato allontanato, anziché ritrovarsi solo e cercare una stanza d’hotel in affitto fosse stato realmente preso in carico dai servizi territoriali, presenti nella decisione di abbandonare il progetto in comunità e in concertazione con il paziente per elaborare un progetto alternativo.
Per fare questo dobbiamo però immaginare che i servizi territoriali dispongano di personale sufficiente a garantire al nostro uomo una visita domiciliare a settimana da parte dell’educatore; una visita bisettimanale con lo psichiatra; una mensile con l’infermiere per prelievi e visite specialistiche; un sistema integrato con i servizi sociali e terzo settore per offrire opportunità di dignità residenziale, economica e sociale e magari una borsa lavoro perché il reinserimento possa essere più efficace.
Neanche in questo caso, verosimilmente, la signora sarebbe stata colpita. In più, l’uomo avrebbe una reale presa in carico e chi lo ha preso in carico potrebbe con soddisfazione svolgere il proprio lavoro, potenziare ulteriormente le proprie abilità e perfezionare gli strumenti a disposizione e la paura potrebbe essere confinata nell’alvo di quell’imprevedibilità che fa parte della natura delle cose. Per questo, che ha dei costi, bisognerebbe forse rinunciare a qualche cosa per avere maggiormente garantite cura e sicurezza.
Riflettiamoci con calma.
Poi, ognuno può scegliere come preferire immaginare.



