Il titolo di questo articolo è una citazione di Carl Gustav Jung, che io ritengo essere una delle più piene di significato ed emotivamente coinvolgenti per quanto riguarda il discorso sulla distinzione tra normalità e follia. La frase mi è venuta in mente dopo una visita al Museo Lombroso di Torino, dove era esposto in maniera efficace tutto il lavoro del controverso scienziato di fine Ottocento.
Normalità e follia: il pensiero di Lombroso
Sebbene sia chiaro che si tratti di teorie superate e totalmente smentite dalle moderne neuroscienze e da qualsiasi approccio psicoterapico o psichiatrico, è innegabile che il pensiero di quest’uomo e, in generale, il pensiero positivista abbiano influenzato in maniera subdola ma enorme la percezione della salute e della malattia mentale nel nostro Paese, contribuendo a creare quel sistema di segregazione spacciata per cura che era la realtà manicomiale. Le teorie di Lombroso, con i suoi atavismi e la sua concezione dell’origine biologica della criminalità, contribuiscono tuttora a creare uno stigma ingiustificato verso alcuni popoli, etnie o Paesi, tanto è vero che, ancora oggi, si parla di razze come se noi esseri umani fossimo suddivisi in categorie biologicamente così diverse da poterci distinguere chiaramente gli uni dagli altri.
Normalità e follia e la percezione della devianza
Perché è avvenuto tutto questo e perché ancora oggi continua a influenzare in maniera sottile il nostro comportamento verso il diverso e verso la psicopatologia? Non si può dare soltanto una risposta storica oppure sociologica: credo che la psicoanalisi abbia la precisa responsabilità di provare a spiegare o, quantomeno, a identificare alcuni meccanismi alla base di tale visione della cosiddetta devianza.
A mio avviso, Lombroso ha incarnato quella che era una proiezione d’ombra collettiva su coloro che venivano considerati, in qualche modo, “i diversi”. In un’epoca che aveva l’illusione maniacale di poter spiegare la realtà attraverso la misurazione e il principio di causa-effetto, la follia sfuggiva radicalmente a questo paradigma. Ecco, così, che i comportamenti e le culture molto distanti dalla nostra offrivano modi di essere e termini di paragone apparentemente inconcepibili per quella che veniva considerata l’unica vera e possibile forma di civiltà, ovvero quella europea e “razionale”.
L’ombra e il confine tra normalità e follia
Lombroso è stato semplicemente un’ottima antenna ricetrasmittente, probabilmente una persona con un’ombra grandemente rimossa — ma questa è una mia fantasia — che, però, può essere considerata espressione di una gigantesca ombra collettiva rimossa e proiettata su chi era troppo fragile per potersi opporre.
Non stupisce che, da lì a poco, quella che veniva considerata la Belle Époque sarebbe stata spazzata via da due guerre mondiali, che sono state, senza mezzi termini, le più feroci e le peggiori che l’umanità abbia mai scatenato.
L’ombra negata, sempre secondo Jung, si rivolterà contro di noi e ci sembrerà di avere di fronte un individuo diverso, un’altra persona. Si potrebbero fare facili ideologie su quanto sta accadendo nel mondo moderno, ma la verità è che, purtroppo, non è cambiato granché da allora. L’essere umano continua a concepirsi fondamentalmente buono e a spostare la cattiveria sull’altro accanto a lui.
Normalità e follia nell’epoca del post-narcisismo
Nell’epoca che Lancini ha definito del post-narcisismo, gli effetti dissociativi prodotti dalla difficoltà di trovare un senso che dia uno scopo alla vita spingono a orientarsi, nel bene e nel male, sempre sull’altro come termine di paragone. Questo produce uno smarrimento e una perdita di identità che possono facilmente favorire i processi proiettivi o introiettivi, secondo la felice intuizione di Lacan, per il quale il nostro desiderio, a meno che non ce ne si assuma la responsabilità, è e rimarrà sempre il desiderio dell’Altro. Useremo, o già usiamo, l’Altro come termine di paragone assoluto, non relativo, e su questo ci appiattiamo, assolvendoci o mortificandoci a seconda del tema esistenziale che attraversiamo.
Ripensare la normalità senza giudicare la follia
La frase di Jung, quindi, che con ironia dubitava della normalità, penso possa esserci utile proprio per evitare di attribuire a questo concetto di norma a ciò che ci si aspetta dagli altri o, peggio, di arrogarci il diritto di essere sani per media aritmetica e di giudicare gli altri come anomali, deviati o non corrispondenti a quella che è, in fin dei conti, una norma statistica.



