Vaso di Pandora

Viaggi tra identità di genere: la storia di Daniel

Entra nello studio insieme ai genitori. Sorride e saluta con voce ferma e tono alto, ma il suo sguardo tradisce un certo smarrimento e imbarazzo. I lineamenti del viso sono dolci. Mentre mi saluta distoglie subito lo sguardo verso l’ambiente circostante. Diciannove anni ad agosto.

Indossa un paio di jeans chiari e una camicia bianca fuori dai pantaloni che sembra volere nascondere l’esilità del corpo.

I genitori appaiono sorridenti e con atteggiamento pacato.  Si presentano: 48 anni la madre, di professione casalinga e 49 il padre, impiegato in una società elettrica. È la madre a cedere la parola alla figlia precisando che il suo nome “solo” sulla Carta di identità è Daniela. Sottolinea con la voce il termine “solo” mentre si volta verso la figlia accennando a un sorriso.

Guardo negli occhi Daniela e chiedo come preferisce essere chiamata. Mi risponde, con voce risoluta, Daniel.

Parla lentamente, ma dopo un primo momento di incertezza, il suo eloquio appare sempre più fluente e ricco di particolari.

La sua esperienza alla scuola materna

Della scuola materna rammenta poco, afferma solo di ricordarsi come un bambino timido e insicuro, che faceva fatica ad integrarsi nel gruppo dei pari. Giocava spesso da solo e quando la maestra lo invitava a stare con le bambine si annoiava. Possedeva alcune bambole, ma preferiva giocare con i lego e collezionava draghi e soldatini e, in particolare, adorava una gru.

Racconta di quando alle elementari aveva ricevuto in regalo una maglietta con l’immagine di un drago sputafuoco. Ricorda di essere stato felicissimo. Gli piaceva così tanto che andava in giro a farla vedere a tutti con orgoglio raccontando che da grande avrebbe fatto il pompiere e che l’avrebbe sempre indossata. Dentro di me sorrido. Provo empatia per questo ragazzo dall’aria gentile che mi svela il suo mondo e i suoi sogni da bambino. Provo ad immaginare la difficoltà di vivere con libertà, gioia e naturalezza i propri desideri quando si è imprigionati in qualche cosa che non si comprende neppure.  Ricorda che, quando indossava indumenti un po’ maschili si sentiva più sé stesso. Spesso senza cercare di attirare l’attenzione dei genitori frugava nell’armadio dei genitori per spiare le maglie che il padre indossava quando andava a pescare.

La consapevolezza da una semplice frase

Descrive un episodio accaduto durante la scuola elementare: in occasione di un gioco di squadra capitò una discussione con un bambino. Quest’ultimo, preso dalla foga della rabbia, lo prese minaccioso dal colletto per picchiarlo. Subito la maestra intervenne duramente rimproverando il bambino. Una compagna fece eco alla maestra dicendo che le femmine non si toccano neppure con un fiore.  Descrive un’intensa sensazione di amarezza derivata da questo commento. Si sentiva confuso, ma la parola “femmina” lo aveva colpito come una pugnalata. Mi fa riflettere e mi sorprende quanto espressioni apparentemente innocue, ma anche comunemente condivise, possano generare sofferenza.

Mentre mi parla mi guarda negli occhi. Pian piano che il racconto si sviluppa mi sembra più rilassato.

Mi racconta di una recita a scuola. In quell’occasione la madre lo voleva truccare e vestire da principessa, afferma di aver reagito con una violenza inaspettata e intensa, di aver avuto il desiderio di picchiarla. La guarda e la madre risponde subito allo sguardo con un sorriso.

Il padre ascolta partecipe. È seduto fisicamente molto vicino a Daniel.

La famiglia mi appare coesa. Si percepisce la tensione di aiutare Daniel nel miglior modo possibile e alleggerire il carico emotivo di scelte che ancora appaiono dense di incognite.

Alle medie Daniel diventa un maschiaccio

Alle medie Daniel si definisce come un maschiaccio.  Dichiara di aver interrotto il liceo al 4^ anno. Afferma essere stata una scelta molto sofferta. La scuola gli piaceva e si era impegnato molto, ma aveva iniziato progressivamente a perdere le forze, passava il tempo a letto, chiudeva le tapparelle e aveva in continuazione voglia di piangere. La vicinanza e le continue domande dei genitori lo opprimevano. Sapeva che gli volevano molto bene, eppure li sentiva distanti ed estranei. Le carezze e gli abbracci della madre lo infastidivano. A volte rispondeva con rabbia. La madre interviene nel racconto dicendo che capiva che c’era qualcosa di “strano” ma non riusciva a comprendere le motivazioni di questo comportamento, particolarmente nei suoi confronti.

Daniel mi dice che il nome di battesimo gli dava e gli dà molto fastidio. Spesso non porta con sé i documenti. Non gli appartengono.  Racconta le derisioni subite da parte dei compagni di scuola, le vessazioni, la frustrazione conseguente all’utilizzo dei servizi igienici. Ricorda che tornava a casa con il mal di pancia, dopo aver evitato il bagno tutto il giorno. Non voleva andare in quello delle bambine.

Identità di genere e la sofferenza

Afferma di avere avuto pensieri di morte, ma di non aver avuto il coraggio di provarci.

Avverto più palpabile la tensione dei genitori. Il padre mi guarda fisso negli occhi come per una richiesta estrema di aiuto. Lo sguardo della madre, ora, è più assente. 

Daniel descrive la sua sofferenza. Racconta di essersi sentito tante volte diverso rispetto a quello che i genitori, gli amici, la scuola immaginavano per lui.  Si sentiva in colpa per questo. Non si trattava di un capriccio, ma di una sofferenza interiore profonda che si manifestava con pianti, crolli emotivi, rifiuto del cibo e del proprio corpo perché gli altri lo associavano a una identità che non era sua. Mi dice con voce ferma: “Mi stavo guastando, mi chiudevo in me stesso perché non capivo fino a che punto potevo esistere”. Ancora, guardandolo, non riesco a non provare una sensazione di tristezza per una infanzia segnata da una sofferenza che, proprio perché celata, risultava ancora più pesante da sopportare.

Il sostegno dei famigliari per affrontare la nuova identità di genere

Chiedo se i genitori si fossero accorti di qualcosa. Mi risponde che i genitori sospettavano che fosse omosessuale. Racconta di averlo pensato anche lui in un primo periodo, ma continuava a sentire che qualcosa non tornava. Mi racconta del rapporto con il suo corpo, estremamente difficile soprattutto in estate; il costume a due pezzi lo faceva sentire “goffo”, solo negli ultimi anni ha utilizzato magliette e costumi da uomo, non senza problematiche date dall’uso di una maglia su un corpo femminile. Non usciva più di casa senza indossare il binder, la fascia che stringe il seno, è molto stretta, fa male, stringe e crea piaghe. Consigliano di indossarla solo qualche ora, ma la utilizzava anche di notte. Lo guardo e mentre parla della sua voglia di reprimere e castrare ogni segno di femminilità penso come, ancora oggi, possa essere tante volte difficile, lungo e tortuoso scegliere la forma in cui si desidera vivere la propria affettività e la propria identità, espressioni del libero sviluppo della personalità e dunque della dignità della persona stessa.

Non sapeva cosa fosse il mondo dei transgender, dice di averlo conosciuto tramite i media e di essersi identificato. Iniziò così l’avvio di un lungo e impegnativo percorso che stava comunque compiendo insieme a sua madre e suo padre.

Qui mi confronto con una famiglia solidale, forte e supportiva. Una famiglia che esprime quello che, tante volte, sono le famiglie di chi oggi ha figli transgender. Una situazione certamente molto differente da quella di un passato anche recente che coinvolgeva anche gli stessi operatori sanitari. L’atteggiamento dominante era la richiesta al professionista di una indagine accurata, approfondita e minuziosa che però, sostanzialmente, potesse approdare al rifiuto, alla negazione delle diversità.

I sensi di colpa della madre

Oggi la famiglia ritiene che più il tempo per questo riconoscimento si protrae, più sia tempo perso e tempo trascorso in sofferenza. Interviene la madre. Dice di sentirsi in colpa. Riferisce che anche loro sono stati spesso un ostacolo per lui e causa di sofferenza. Ricorda che, quando il figlio disse loro di volersi presentare a scuola con il nome di Daniel, quello che si era scelto, gli consigliarono di aspettare poiché nessuno ancora gli aveva riconosciuto l’incongruenza di genere, che mancava un qualcosa di scritto. Racconta che anche in casa la situazione non era facile. Entrambi i genitori faticavano così tanto a gestire questa situazione che evitavano di chiamarlo per nome.

Riferisce che solo successivamente si è accorta, quasi improvvisamente e con sorpresa, che in realtà non servisse alcuna certificazione e che non stava lasciando andare sua figlia, ma riconoscendo la sua persona.

Identità di genere e consapevolezza

Il percorso di Daniel sarà ancora lungo. Certamente sarà segnato da inevitabili difficoltà e scelte impegnative. Personalmente mi sento rincuorata dalla presenza di una famiglia attenta, partecipe e coesa. Mi confronto, forse, con un mio desiderio di un pieno riconoscimento di un diritto alla costruzione della propria identità, senza pregiudizi e conflittualità.

Ragiono e mi chiedo quanto Lui-Daniel sappia di Lei-Daniela, quanto è consapevole che dovrà comunque conservare una parte di Daniela in Daniel, ma ancor di più quanto poco sappiamo noi di loro, quanta ignoranza, quanta approssimazione, quanto pregiudizio, quanta strada noi sanitari dobbiamo ancora fare per evitare la semplicistica categorizzazione.

Mi agevola forse aver condiviso, seppur per breve periodo, l’esperienza con il Centro per la Incongruenza di Genere presso il CSM Genova Levante al tempo diretto dal Dott. Pietro Ciliberti e avendo apprezzato la disponibilità e l’apertura attenta, partecipe e  consapevole degli operatori, soprattutto contemporanea con gli anni che viviamo.

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