Vaso di Pandora

Psicopatologia del controllo e dominio tecnico: tra magia, neuroscienze e calcolo

L’articolo esplora il tema della Tecnica come filo conduttore che lega fenomeni apparentemente distanti, dalla superstizione magica alla tecno-scienza contemporanea, fino alle manifestazioni psicopatologiche del controllo. Attraverso un approccio interdisciplinare, si propone la persistenza di una struttura cognitiva profonda che governa il rapporto tra uomo e realtà: il bisogno di dominio e controllo. 

La magia è reinterpretata non come un residuo arcaico, ma come anticipazione simbolica di un principio operativo che si modula nel corso della storia, trovando nella tecno-scienza la sua forma più sofisticata ed effettivamente potente. 

Attraverso il rimando a pensatori come Heidegger, Severino, Jonas, Haraway e Braidotti, si mettono in risalto i rischi di alienazione e dominio insiti nella logica tecnica, ma si profilano anche le opportunità, che alcuni di essi asseverano come positive, di emancipazione e ibridazione post-umana. 

Particolare attenzione è dedicata a entità psicopatologiche quali il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) e l’Anoressia Nervosa, interpretate come manifestazioni estreme di una “psicopatologia del controllo” radicata nella stessa logica predittiva che caratterizza il funzionamento mentale ordinario. 

Le neuroscienze offrono spunti per comprendere come la plasticità cerebrale e la codifica predittiva consentano l’interiorizzazione dell’istanza tecnica, ridefinendo i confini tra soggetto e tecnologia. 

In conclusione, si propone una riflessione sul destino della Tecnica, sottolineando la persistenza della domanda sul margine di libertà residuo nell’era dell’autonomia tecnologica e sulla possibilità di un superamento dello stesso umano.

Psicopatologia del controllo e dominio tecnico

Ogni epoca coltiva il proprio repertorio di “certezze”, ora impalpabili come quelle di provenienza magico-superstiziosa, ora precarie, in quanto di natura ipotetica e falsificabile, come quelle delle scienze sperimentali. Ogni età esibisce la propria collezione di dispositivi simbolici attraverso cui l’uomo si affida all’invisibile, o più modernamente all’ultra-strutturale e al funzionale, per interpretare e governare l’incerto. Tuttavia questi dispositivi non sono discontinui o superati reciprocamente per mezzo di salti quantici.

Il pensiero magico-superstizioso, nella sua configurazione originaria, non è un residuo antiquato da liquidare con sufficienza, ma rimanda a un’infrastruttura cognitiva persistente, un’ossatura del pensiero che si declina in forme diverse a seconda dei contesti storici. Non si tratta di un semplice errore di una ragione ancora acerba in attesa di essere superata da sue apparizioni più mature, ma di una declinazione di quel fondo strategico che sta in ogni ratio tecnica: il bisogno di controllo quando il caso e l’ignoto minano le fondamenta dell’ordine simbolico.

La nozione di tecnica a cui qui intendiamo riferirci riunisce le dimensioni che la filosofia greca ha indicato come techne poiesis, che per Emanuele Severino hanno definitivamente fissato una visione dell’uomo che lo concepisce essenzialmente come un centro attivo di forze che raduna e organizza mezzi in vista della produzione di scopi. Questa definizione dell’uomo è al contempo quella dell’istanza tecnica nel suo fondamento essenziale.

La magia, in questo senso, è un linguaggio operativo che struttura la realtà mediante formule, segni e rituali, un dispositivo che istituisce nessi di senso laddove il caos si profila come minaccia e il controllo del mondo sembra sfuggire. Nell’atto magico, l’azione simbolica e il suo effetto coincidono in un tempo sospeso, fuori dalla causalità ordinaria. 

Anche nell’invocazione del divino, la preghiera, il sacrificio e il rito religioso costituiscono l’armamentario per ottenere l’intercessione di una forza superiore, affinché la realtà si conformi ai desideri umani. Sebbene in questo caso l’efficacia sia attribuita a un potere trascendente la dimensione materiale, la logica resta invariata: si usano mezzi specifici (preghiere, rituali) cui si attribuisce la capacità di realizzare un fine rispetto al quale il divino è, di fatto, un medium strumentale.

Non si tratta dunque semplicemente di ingenue credenze nel sovrannaturale, ma di espressioni di un principio di funzionamento: la facoltà di attribuire connessioni, laddove lo sviluppo spontaneo suggerirebbe il contrario, finalizzate al controllo di eventi e mondo. Questo principio non scompare con il progresso scientifico e la tecnologia da esso derivata; piuttosto muta, si ricolloca, s’innesta in nuove architetture cognitive e tecnico-pratiche.

Dall’invocazione al codice

Il dispositivo magico e quello scientifico condividono un presupposto: che la realtà sia governabile attraverso sistemi di segni da cui discendono pratiche. Le formule matematiche sostituiscono gli incantesimi, i modelli predittivi rimpiazzano le profezie, ma il principio resta il medesimo: la costruzione di un linguaggio e una prassi in grado di controllare e modificare la realtà.

Nella tecno-scienza contemporanea questo principio si radicalizza: non solo il linguaggio descrive il mondo, ma lo plasma direttamente. L’algoritmo, codice alchemico della contemporaneità, incide sul reale con la stessa potenza prescrittiva che un tempo era attribuita al verbo divino. La programmazione, in fondo, è una forma di invocazione: digitare una stringa di codice è evocare un effetto, vincolare la realtà a un ordine simbolico che la precede. La differenza risiede nel margine di verificabilità empirica, ma la dinamica psicologica sottostante resta sorprendentemente simile.

Se un tempo la magia istituiva il rapporto tra uomo e dimensioni trascendenti quella empirica, oggi la tecno-scienza articola il rapporto tra uomo e macchina, un’entità altrettanto insondabile nelle sue logiche interne. Il codice, come il rito, funziona nella misura in cui viene eseguito con precisione; il fallimento di un’operazione è un errore di sintassi, un’invocazione imperfetta che interrompe la catena causale attesa. In questo senso, la tecno-scienza non è la negazione della struttura tecnica, nel senso detto anche rispetto alla magia e alla superstizione, ma la sua evoluzione formalizzata, depurata dell’elemento mitico e traslata su un piano operativo più raffinato e dalle ricadute oggettivamente più potenti.

Logica tecnica del dominio tra critica e apertura

Le riflessioni di Martin Heidegger sulla Tecnica, così come la critica della Scuola di Francoforte, indicano il rischio di un pensiero strumentale che riduce il mondo a un sistema di calcolo, esautorando il senso più profondo dell’essere. Per Heidegger la Tecnica moderna non è un semplice mezzo, ma la realizzazione culminante della metafisica occidentale che oblia l’essere facendo dell’ente una semplice-presenza manipolabile, un dispositivo (Gestell) che imprigiona l’uomo in una visione riduzionistica della realtà, privandolo di un’autentica esperienza del mondo.

Tenendo in conto la lezione heideggeriana, ma andando poi in una direzione autonoma, la riflessione di Emanuele Severino interpreta la Tecnica come il destino ineluttabile della civiltà globale, radicato nella metafisica profondamente nichilista che vede l’ente come qualcosa di plasmabile e trasformabile per determinazione della volontà. Tale metafisica, di cui, in modo non dissimile da Heidegger, Severino vede l’inevitabile e apicale realizzazione nella dominazione della tecno-scienza, trova il suo atto inaugurale nel superamento della visione parmenidea dell’essere operata da Platone e poi da Aristotele, che esita nell’interpretazione del divenire come un emergere delle cose dal nulla e nel fare ritorno al nulla al termine della loro vicenda nell’essere. Solo in base a un’accezione del divenire di questa natura, secondo Severino, il mondo (ma anche lo stesso uomo) può essere considerato il luogo della volontà di trasformazione tecnica, a propria volta specificazione della volontà di potenza.

La Tecnica tuttavia, per il filosofo bresciano, non è né intrinsecamente buona né cattiva, ma rappresenta l’espressione coerente dell’interpretazione occidentale dell’umano, che oggi è di fatto divenuta planetaria: una conseguenza logica e ontologica dell’atto primigenio con cui l’uomo infrange la barriera altrimenti opaca della realtà e procede verso il controllo e la trasformazione della stessa, fissata e radicalizzata dalla filosofia greca nella fede nel divenire. Senza tale fede non si dà nessuna essenza tecnica, intesa come volontà di trasformare il mondo. 

Dall’altro lato, la Scuola di Francoforte, rappresentata in particolare dalle analisi di Horkheimer e Adorno, critica la Tecnica per il suo volgersi in strumento di dominio socio-politico. Secondo questa prospettiva, la razionalità tecnica, in quanto espressione dell’Illuminismo, si è paradossalmente convertita dalle originarie premesse liberatorie in un meccanismo di controllo e oppressione, riducendo l’uomo a mero oggetto all’interno di una società dominata da logiche strumentali, che, invece di emanciparlo, ne limitano la libertà e la creatività.

In sintesi, mentre Severino evidenzia la dimensione necessaria e ontologica della Tecnica, la Scuola di Francoforte mette in guardia dal rischio che la razionalità strumentale si trasformi in una forma di controllo alienante, perdendo il suo potenziale liberatorio.

Un controcanto “ottimista”, o che perlomeno apre a visioni di speranza di non finire totalmente sottomessi al dominio tecnico, si ritrova invece in Hans Jonas, con la sua etica della responsabilità. Egli invita a un uso consapevole della tecno-scienza, senza cedere né al fatalismo né all’utopismo ingenuo. 

Donna Haraway, con il Cyborg Manifesto, rilegge la fusione tra uomo e macchina come una possibilità di ibridazione emancipante, anziché come una prigionia alienante. 

Rosi Braidotti, nell’ambito del pensiero post-umano, suggerisce una riconfigurazione della soggettività che superi l’opposizione tra naturale e artificiale, tra umano e tecnologico, aprendo a nuove forme di esistenza meno ossessionate dal dominio e più inclini alla trasformazione fluida.

Psicopatologia del controllo: dall’esorcismo all’iper-vigilanza algoritmica

Il bisogno di scongiurare l’incertezza non si è attenuato con il progresso tecnologico; al contrario, si è intensificato. Se l’antico mago tracciava cerchi per proteggersi dagli spiriti, l’uomo contemporaneo circonda la propria esistenza di dispositivi predittivi, di sistemi di sorveglianza algoritmica che vorrebbero neutralizzare l’imprevedibile. Ma questa ossessione per l’ordine prevedibile genera paradossi: il controllo assoluto è un dispositivo che si alimenta della stessa ansia che vorrebbe sedare.

In ambito psicopatologico, il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) incarna questa tensione con spietata coerenza: il rituale compulsivo è una formula magica reiterata all’infinito, un tentativo esasperato di vincolare la realtà e il caso a un ordine simbolico personale. L’ossessivo è in questa luce una sorta di metafisico in trappola, prigioniero della propria architettura rituale. In una società sempre più pervasa da logiche di automazione e iper-vigilanza, questa dinamica sembra proiettarsi su una scala collettiva.

Un’altra espressione emblematica dell’ossessione del controllo è rintracciabile nell’Anoressia Nervosa. Qui è il corpo a costituire il campo di battaglia su cui si gioca una partita simbolica di potere. Il digiuno non è solo una pratica autodistruttiva, ma un atto rituale, un’esorcizzazione dell’incertezza attraverso il dominio della volontà. La sottrazione progressiva del cibo assume una valenza magica e al contempo iper-tecnica: è il segno tangibile di un potere, che si vorrebbe assoluto, sulla propria carne, un modo per negare la fragilità della condizione umana, realizzato per via tecnica e calcolante.

Se dunque il DOC può suggestivamente rinviare a una forma “tecnica” applicata alla gestione del timore e dell’ansia, l’Anoressia Nervosa può essere decifrata, su un piano antropologico, come estremizzazione di un’istanza di controllo tecnicistico che si applica al corpo. L’individuo anoressico non si limita a modificare la propria alimentazione per perdere peso: sviluppa un sistema rigoroso e matematico fatto di regole alimentari, conteggi, esercizi e restrizioni, trasformando la propria esistenza in un programma di controllo totale della corporeità.

In questo senso, l’Anoressia Nervosa si approssima a una forma di iper-tecnicizzazione dell’identità. Il corpo, principale regolatore di quest’ultima, diventa un oggetto da dominare e costruire (nell’istanza vigoressica) o de-costruire (nell’Anoressia tipica) attraverso strumenti definiti: il conteggio delle calorie è operato con una precisione quasi ingegneristica; l’attività fisica è regolata da schemi e algoritmi rigidissimi, spesso al di là del limite della resistenza fisica; il peso è monitorato sistematicamente, con una indefettibilità simile a quella di una misurazione scientifica.

Come nel DOC, anche nel caso dell’Anoressia Nervosa la logica tecnica porta tuttavia a un effetto paradossale: invece di garantire un reale controllo, l’individuo anoressico diventa prigioniero delle sue regole asfittiche. Il bisogno di prevedere e regolare ogni aspetto del corpo, e quindi dell’esistenza, si ribalta in una forma autodistruttiva in cui la vita stessa è sacrificata all’ideale astratto del controllo assoluto.

Queste manifestazioni specifiche, che potremmo far rientrare in una più ampia “psicopatologia del controllo” che per la verità includerebbe anche altre entità psicopatologiche e cliniche a esse viciniori, sono qui nominate in quanto reputate quelle più paradigmatiche della sottostante (o soprastante) logica tecnica del controllo. Nel determinismo delle forme patologiche tuttavia insistono altre dimensioni patogenetiche (psicologiche, neuro-biologiche e sociali) che qui non sono argomentate o chiamate in causa non perché considerate marginali e di “secondo livello”, ma in quanto deliberatamente si vuole indirizzare l’attenzione e l’analisi a una lettura antropologica che non nega le altre decifrazioni ma si pone in modo complementare.

Neuroscienze e interiorizzazione tecnica: le basi neurobiologiche del controllo

Se il dominio della tecno-scienza è stato tradizionalmente interpretato come un’evoluzione storica della ragione strumentale, le neuroscienze contemporanee suggeriscono che questa spinta al controllo non sia solo un costrutto culturale, ma abbia ripercussioni profonde sulla struttura stessa del cervello. 

Il fenomeno che potremmo denominare di “interiorizzazione tecnica” — ovvero la capacità di assimilare strumenti e sistemi operativi fino a renderli parte integrante della propria cognizione e del proprio corpo — trova una possibile esplicazione scientifica nei meccanismi della plasticità cerebrale e della codifica predittiva.

La plasticità cerebrale, oggi ampiamente documentata, mostra come il cervello non sia un’architettura fissa, ma un sistema in continuo adattamento che integra nel proprio schema corporeo elementi esterni, dai semplici utensili agli strumenti digitali. 

Studi sui processi di “embodiment” rivelano che l’uso prolungato di una tecnologia modifica la mappatura corticale della corporeità, creando un’estensione della propria agency al di fuori dei confini biologici. È ciò che avviene quando un chirurgo maneggia un bisturi come se fosse un’estensione delle proprie mani, oggi addirittura da remoto per mezzo di intermediari robotici, o quando un dattilografo esperto non distingue più la tastiera dal proprio sistema motorio.

Ma è il modello della codifica predittiva a offrire forse la chiave più radicale per comprendere il legame tra cervello e tecnica. Secondo questa teoria, la mente umana non è un dispositivo passivo che registra stimoli, bensì un sistema attivo che costruisce previsioni sulla realtà e aggiorna i propri modelli interni in base agli errori di predizione. Il controllo quindi è – o è divenuto – una necessità biologica: il cervello deve minimizzare l’incertezza e ottimizzare la sua capacità di anticipare gli eventi. Questo principio, inscritto nell’architettura neurale, riflette le dinamiche della tecno-scienza contemporanea, che punta a costruire ambienti sempre più prevedibili riducendo al minimo l’indeterminazione.

 Le implicazioni sono profonde. 

  • Se il cervello è predisposto a fondersi con i dispositivi tecnologici e a raffinare costantemente le proprie capacità predittive, la tecno-scienza non è solo un prodotto della cultura, ma una condizione dell’evoluzione cognitiva. 
  • La distinzione tra soggetto e tecnologia si fa sempre più labile: non siamo solo utilizzatori di strumenti, ma esseri ibridati con le strutture che costruiamo. E in questa ibridazione, la tensione tra controllo e paura dell’imprevisto diventa sempre più acuta: se da un lato la tecnologia offre un potenziamento del dominio sulla realtà, dall’altro la sua complessità crescente introduce nuovi margini di incertezza che il cervello deve costantemente assorbire e integrare.

In questo scenario, quella che abbiamo chiamato “psicopatologia del controllo” e disturbi come il DOC o l’Anoressia Nervosa potrebbero rappresentare un’estremizzazione patologica della stessa logica predittiva che regge il funzionamento mentale ordinario. La compulsione e il rituale, l’iper-controllo del corpo e dell’ambiente, appaiono come tentativi esasperati di ridurre l’entropia, o quello che Nietzsche definisce il tratto caotico e meduseo dell’esistenza, di creare una zona di prevedibilità assoluta in un mondo che si rivela paradossalmente sempre più opaco e sfuggente.

Alla luce di queste acquisizioni, la questione non è più solo filosofica o sociologica, ma profondamente ancorata alla biologia della mente. Il dominio della Tecnica non è una semplice deriva culturale, ma anche un dispositivo neuro-cognitivo che trasforma ogni strumento in una parte del Sé, alimentando al contempo il desiderio e l’illusione del controllo totale.

Semmai la questione che si pone a questo punto è fino a che punto il cervello possa sostenere questa corsa all’ottimizzazione senza generare nuove forme di sofferenza che starebbero in un altro e inedito tipo di esperienza ontologica, ovvero che si staglierebbero oltre il senso umanistico classico del dolore.

Tirando le fila

Questo articolo propone una lettura ermeneutico-antropologica di fenomeni psicopatologici come il DOC e l’Anoressia Nervosa, mettendoli in relazione con logiche apparentemente distanti, ma riconducibili a un’unica matrice storica e concettuale. In questa prospettiva, entrambi emergono come espressioni estreme di una logica tecnica che attraversa l’intera storia dell’Occidente e si è oggi universalizzata.

L’intento, tuttavia, non è ridurre la complessità di tali disturbi a un’unica chiave interpretativa, né escludere le prospettive psicologiche, neurobiologiche e sociali che li indagano. Al contrario, questa analisi si propone come complementare, offrendo una riflessione di natura antropologica che dialoga con le altre discipline senza sostituirle. La scelta di un simile approccio risponde a un’esigenza precisa: mostrare la continuità logica – ovvero che ha a che fare con un logos profondo –  di pratiche che, pur mutando forma, rivelano una costante aspirazione al controllo sulla realtà. Ciò non implica ignorare le specificità cliniche o le basi neuroscientifiche dei fenomeni, ma piuttosto integrarle in una cornice più ampia. 

La Tecnica tra dominio e alienazione

La convinzione che la modernità abbia relegato il magico ai margini della razionalità potrebbe rivelarsi un errore prospettico. La superstizione non è stata dissolta dalla scienza, ma riconfigurata nei suoi codici. 

Oggi il mago è il programmatore, l’oracolo è l’algoritmo, il rito è l’interfaccia attraverso cui entriamo in contatto con il mondo. La differenza è nel lessico e nelle ricadute funzionali effettive, non nella struttura profonda dell’esperienza.

Se la magia era il tentativo di ingabbiare l’incerto entro schemi di senso, la tecno-scienza ripropone lo stesso paradigma con strumenti più sofisticati. Ma il rischio resta lo stesso: che il desiderio di controllo si trasformi in gabbia, che l’incantesimo si ritorca contro il mago, che il dispositivo di ordine generi nuove forme di ossessione.

La Tecnica ha sempre avuto una doppia natura: da un lato, strumento di potenza e dominio; dall’altro, una forza che, soprattutto nel suo apice tecno-scientifico, tende a sfuggire al controllo dell’uomo, invertendo la gerarchia determinativa. 

Questo paradosso è tuttavia presente fin dagli albori della civiltà: dai riti arcaici alle scienze moderne, fino alle psicopatologie del controllo. Oggi, con l’avvento dell’intelligenza artificiale e delle biotecnologie, la contraddizione si fa ancora più radicale: la Tecnica, nata come mezzo di realizzazione della volontà umana, sta evolvendo in sistema autonomo e auto-evolutivo, ridefinendo i parametri stessi dell’umano e imponendo logiche di ottimizzazione, calcolo e automazione.

La Tecnica e l’obsolescenza del patire

Le neuroscienze mostrano come pratiche di automonitoraggio e iper-controllo, oggi vissute in chiave sintomatologica, inducano modificazioni strutturali nei circuiti cerebrali legati alla pianificazione e alla regolazione della ricompensa. Ciò suggerisce che la Tecnica, da semplice estensione dell’umano, possa diventare un principio di riorganizzazione interna, ridefinendo il confine tra agire volontario e automatismo.

Se la plasticità cerebrale e la codifica predittiva rendono l’individuo permeabile alla ristrutturazione tecno-culturale, allora la distinzione tra normale e patologico non dipende più da un dato biologico stabile, ma da modelli adattivi che mutano nel tempo. In un futuro dominato dall’automazione, il disturbo, almeno per come lo conosciamo oggi, potrebbe dissolversi non per guarigione, ma per obsolescenza

Emanuele Severino ha espresso un’idea analoga: la sofferenza soggettiva nasce dal contrasto tra la volontà e lo stato attuale dell’ente. Se la Tecnica, ultimo dio della civiltà occidentale fattasi globale, promette di annullare tale contrasto, allora il dolore stesso potrebbe scomparire come categoria di esperienza.

Nei suoi testi fondamentali (La GloriaOltre il linguaggioTecnica e Trapasso), mostra come la Tecnica tenda a eliminare ogni opposizione al proprio dominio e, con essa, anche il dolore, almeno nelle forme con cui questo, finora, nella prevalenza della visione umanistica, era stato inteso. L’estinzione della sofferenza, infatti, non coinciderebbe con una liberazione in senso classico: non sarebbe cioè il superamento della condizione che genera il dolore, ma l’aggiramento del dolore come possibilità esperienziale.

Ma la scomparsa della sofferenza intesa in senso umanistico significherebbe davvero una condizione di maggiore benessere? Se il dolore nasce dalla tensione tra desiderio e limite, la sua eliminazione implicherebbe probabilmente una riconfigurazione del desiderio stesso. In un mondo pienamente ottimizzato che eliminasse il conflitto tra volontà e potenza, potremmo immaginare allora un futuro in cui il dolore non sarebbe annullato, ma ristrutturato in nuove forme compatibili con la logica dell’adattamento tecnico. 

La sofferenza non scomparirebbe, dunque, dall’orizzonte del mondo, ma diverrebbe altra cosa: da esperienza esistenziale a malfunzionamento sistemico, da dramma interiore a problema ingegneristico da correggere.

L’Anoressia e il DOC emergono come disturbi solo finché esiste un soggetto che patisce, ovvero finché permane una tensione tra desiderio e limite, riferita a un agente individuale articolato intorno a un ipse e a un idem. Ma in un sistema in cui l’automazione dissolve questa tensione – attraverso la bioingegneria, l’AI predittiva e la ristrutturazione neurobiologica – il soggetto stesso rischia di essere superato o ridefinito nella logica della dominazione tecnica de-umanizzata. 

Se la normalità stessa diventa una questione di adattamento tecnico, il concetto di patologia per come la concepiamo oggi rischia di dissolversi in un nuovo regime funzionale. Il DOC e l’Anoressia, letti attualmente come esiti estremi del controllo, potrebbero non solo cessare di essere disturbi, ma diventare addirittura strategie di conformità a un sistema in cui il monitoraggio costante del corpo e della mente non fosse più sintomo, ma standard operativo. In questa prospettiva, la psicopatologia in senso lato non scomparirebbe, ma cambierebbe di segno: non più deviazione da un pre-determinato canone naturalistico di equilibrio psichico, ma resistenza a una norma funzionale sempre più stringente e pervasiva. 

Ciò apre una questione radicale: nel futuro post-tecnico, la vera anomalia potrebbe non risiedere più nell’ossessione del controllo, ma nell’incapacità di conformarsi ai suoi dettami.

Naturalmente le letture “necessitariste” della dominazione tecnica, tra cui quella heideggeriana, che la considera come l’inverno dell’umano prescritto dalla metafisica della presenza, e quella di Severino che la inscrive nel “destino della necessità” e nello stesso atto aurorale della civiltà occidentale, non sono le uniche rintracciabili.

Autori come Andrew Feenberg (1999), negandone l’ineluttabilità, sostengono che la tecnologia non sia un processo autonomo, ma sempre il risultato di scelte sociali e politiche.

Anche l’idea che la Tecnica possa eliminare il dolore come categoria esperienziale potrebbe essere contestata, a esempio da una prospettiva fenomenologica. Emmanuel Levinas ha sostenuto che il dolore è una dimensione costitutiva dell’umano, legata alla vulnerabilità e all’alterità. Eliminare il dolore significherebbe, in questa prospettiva, negare una parte fondamentale dell’esperienza umana. 

Infine, l’universalizzazione della Tecnica potrebbe essere criticata per il suo eurocentrismo, che sembrerebbe ignorare le prospettive non occidentali che offrono visioni alternative a quella dell’orizzonte tecnico, in quanto meno orientate al dominio e al controllo. Tuttavia Severino anticipa questa obiezione mostrando nei suoi scritti come la logica tecnica si nasconda anche nei fenomeni ascetici e mistici presenti in altre sapienze e soprattutto come sia destinata a tramontare qualsiasi civiltà che non ponga come suo scopo primario il potenziamento tecnologico, proprio inteso in senso occidentale.

Verso una soggettività algoritmica?

La Tecnica, anziché liberare l’uomo, rischia di trasformarlo in funzione di un processo autonomo. In questa prospettiva, le neuroscienze, lungi dal limitarsi a descrivere il funzionamento della mente, potrebbero diventare lo strumento dell’integrazione tecnica, un veicolo per la scomparsa dell’umano distinto dall’ambiente tecnologico.

Abbiamo accennato brevemente a prospettive meno pessimistiche rispetto a quelle di Heidegger, della Scuola di Francoforte e dello stesso Severino. Pensatori come Jonas, Feenberg, Haraway e Braidotti vedono la trasformazione tecnologica non solo come rischio, ma anche come opportunità di espansione dell’umano o comunque come percorso non invariabilmente segnato. Il  cyber-femminismo di Haraway e il post-umanesimo di Braidotti, in particolare, immaginano una soggettività ibrida, fluida, rizomatica, che possa co-evolvere con la Tecnica senza esserne assorbita. In epoca contemporanea, la soggettività rizomatica trova particolare riscontro nelle configurazioni identitarie che emergono nello spazio digitale. Le identità on line si costruiscono attraverso reti di interazioni, senza un asse stabile: un individuo può assumere molteplici ruoli, connettersi a diverse comunità, esprimersi in modi diversi a seconda dei contesti, senza che vi sia un “Io” fisso e univoco.

Tuttavia, anche queste letture “ottimistiche” e “speranzose” non dissolvono il nodo centrale: la domanda sul margine di libertà che residua nell’era della Tecnica autonoma dalla volontà che originariamente l’aveva pensata come mezzo

Se la soggettività diventa funzione di una rete algoritmica, si può ancora parlare di libertà?

Perché vi sia davvero co-evoluzione tra umano e tecnica, come affermano Haraway e Braidotti, occorre che il soggetto conservi un margine di agency. Tuttavia, se la Tecnica si configura sempre più come un sistema auto-evolutivo che incorpora l’umano nel suo stesso codice operativo, il rischio è che il soggetto venga ridefinito non come polo auto-sussistente di interpretazione e azione, ma come nodo funzionale in una struttura reticolare più ampia. Ciò solleva un altro interrogativo cruciale: l’evoluzione della soggettività è una perdita o una mutazione? E, se è una mutazione, che tipo di esperienza può emergere in un sistema in cui l’identità è modulata dalla logica algoritmica?

Se, come suggerisce Severino, filosofo dell’eterno, l’apparire della dominazione della Tecnica è inscritta anch’essa nel destino dell’apparire processuale di essenti eterni e necessari, il conflitto tra libertà e determinismo è allora un modo errato di porre la questione, essendo la Tecnica e il suo oltrepassamento all’interno dello stesso “Destino della Necessità”.

Se invece si rifiuta la prospettiva severiniana, rimane aperto l’interrogativo se ancora sia rintracciabile uno spazio per l’umano inteso come eccedenza rispetto al sistema tecnico, o se il suo superamento sia già inscritto nella logica stessa del progresso tecnologico.

Note Bibliografiche
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Jonas, H. (1979). Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica. Torino: Einaudi.  

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Commenti su "Psicopatologia del controllo e dominio tecnico: tra magia, neuroscienze e calcolo"

  1. Magia, già. Come ricorda Federico Pastore in “La ragione e l’occulto, la filosofia di fronte a scienza e magia”, anche se quest’ultima è oggi ridotta a suoi residui deteriori, ha potuto incarnare una integrazione fra esperienza religiosa e ricerca scientifica: lo testimonia quella progenitrice della chimica che è stata l’alchimia. Di una sorta di fusione fra i due aspetti si intravedono i primordi nell’opera di Paracelso, convinto alchimista che tuttavia sottolineava l’importanza dell’osservazione diretta della natura, della sperimentazione. Secoli dopo, il grande Isaac Newton non asteneva da pratiche alchimistiche.
    Sappiamo bene che la scienza moderna ha imboccato e seguito la strada lucidamente indicata da Francis Bacon – posso considerare vero solo ciò che è ripetibile e riproducibile – e da Descartes: necessaria la chiarezza e affidabilità del dato, sua precisa individuazione che lo rende “chiaro e distinto”,
    E’ su queste basi ormai remote che ha potuto svilupparsi la scienza moderna e il suo portato che è la tecnologia avanzata . Tutto ciò ha efficacemente cambiato l’intero nostro modo di vivere; ma inevitabilmente ha lasciato fuori qualcosa di importante. Infatti, è una visione che è uscita un po’ acciaccata dalle più attuali riflessioni sul concetto di scientifico, a partire dal principio di indeterminazione: ciò che porta a considerare la scienza come portatrice non di verità ma di approssimazioni utili a guidare l’azione. E forse ciò alimenta il pragmatismo alla John Dewey.
    Chi lavora in psichiatria è propenso più di altri a vedere, nel rispetto della scienza, a vedere i limiti dello scientismo positivista e post-positivista. Infatti la nostra area è quella in cui tali limiti meglio si evidenziano, anche a ragione della ambiguità insita nel concetto stesso di mente. Questa infatti può esser considerata, in riduttiva ottica scientistica, come una delle funzioni del soma, poiché il cervello pensa e sente come lo stomaco digerisce; ma si tratta di un’ottica angusta, perché la mente è anche e soprattutto il centro del Sè, quello che fa di ciascuno di noi quel che è (Eugenio Scalfari, in un intervento che ho avuto occasione di ascoltare, affrontava originalmente il tema, paragonando il flauto al soma e la musica che esso produce alla mente: questa è prodotta dal flauto, ma è anche la sua esclusiva ragion d’essere).
    Ovviamente, nasce da qui le bicefala ottica della psichiatria, che alternativamente si è concentrata sui vissuti mentali o sui loro correlati somatici (veri o presunti!).
    Questa alternativa è stata presente fin dalla antichità: da un lato, un rimedio proposto per la follia è stato l’Elleboro, pianta tossica che indiceva astenia e sfinimento con eventuale accompagnamento di percosse “terapeutiche”, ciò che conseguiva un “riordinamento” del contegno”; dall’altro, esistevano approcci più attenti all’Erlebnis del paziente; le persone sofferenti che si rivolgevano all’Oracolo di Delfi venivano invitate a trascorrere la notte lì: i sogni venivano interpretati con effetto curativo E millenni dopo Cartesio – pur uno dei padri della scienza positiva – attribuiva a uno stato mentale l’esclusivo connotato di indiscutibile certezza: cogito ergo sum.
    Del resto, anche nell’operato freudiano si coglie questa duplice visione: egli ha sempre aspirato a collocare la sua visione nell’ambito delle scienze naturali, anche se con più decisione all’inizio della sua opera.
    Oggi coesistono i due orientamenti, entrambi vitali: da un lato lo sviluppo delle neuroscienze, dell’altro il decisivo ruolo nella riflessione psicologico – psichiatrica di importanti apporti: la psicanalisi, la fenomenologia esistenziale, anche il marxismo. Fra quanti hanno provato a ridurre lo iato fra questi due approcci fondamentali si può ricordare Arnold Modell.

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  2. E le emozioni?
    Siamo veramente convinti che gli elementi cognitivi siano sufficienti ad identificare e a fornirci gli strumenti per migliorare i disturbi psicologici e psichiatrici? Soprattutto quelli gravi, come il Disturbo Ossessivo-Compulsivo e l’Anoressia mentale?
    Io non penso che, per curare una persona che sta male mentalmente, si possa prescindere dalla necessità di andare oltre la descrizione dei sintomi che ha e dell’ipotesi esplicativa da cui potrebbero derivare.
    Io penso che sia necessario prendere in considerazione sia il paziente, sia le persone a cui è più legato e ripercorrere la storia della sua famiglia attuale, comprese quelle delle famiglie dei genitori e, se necessario, anche di chi li ha preceduti. Per fare questo, è necessario seguitare a credere nel confronto e non affidare progressivamente il funzionamento delle nostre menti alla Tecnica e ai suoi algoritmi. A cui sembra che, viceversa, siamo inesorabilmente destinati.

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    • Innanzitutto ringrazio per l’intervento che mi consente di provare a fare delle precisazioni che forse avrebbero dovuto essere poste in introduzione all’articolo, ma che sono state “saltate” per non appesantirne ulteriormente la lettura. Mi sembra però sia il caso di provare qui a portarle.
      Il discorso che si tenta di sviluppare nell’articolo non nega, poiché non lo nomina, il vertice di osservazione e di com-prensione dei fenomeni psicopatologici discendente dall’idiografia e dall’universo emotivo-affettivo. Del resto ogni tentativo di “illuminazione” di qualcosa mette in ombra per forza di cose qualcos’altro, com’è proprio di ogni ermeneutica che non sia un abbacinare.
      Semplicemente il discorso assume esplicitamente (o evidentemente non così esplicitamente come intendevo) un altro vertice di osservazione, che tuttavia mi permetto di non considerare “cognitivo” nel senso usuale e ristretto del termine (ovvero intendendo il “cognitivo” quale dimensione parziale dello psichico, una delle sue specializzazioni funzionali, che si affianca, magari in modo talvolta conflittuale, a un’altra che è denominata “emotiva” e che esprime altre leggi e istanze).
      Il discorso non privilegia, a mio modo di vedere, o perlomeno a mia intenzione cosciente, aspetti “cognitivi” intesi in questo senso “ristretto”, ma propone un asse “morfogenetico” che attraversa la fenomenologia di fenomeni apparentemente distanti tra loro.
      Questo asse “morfogenetico” e “pato-morfogenetico” (che quindi non parla di “etiologie”, “patogenesi”, né in senso naturalistico, né in senso spirituale) non è individuato e argomentato installandosi su un piano cognitivo-esplicativo, ma su un piano che potremmo chiamare, se non suona troppo enfatico o ambizioso, “trascendentale” o “eidetico-trascendentale”, o ancora “antropologico-trascendentale”.
      Il rimando concettuale in primis al discorso filosofico sulla “essenza della tecnica” di Emanuele Severino, e in parte di Heidegger e dei neo-marxisti della Scuola di Francoforte, è la cornice all’interno della quale si muove il vertice di osservazione e com-prensione proposto.
      A mio modo di vedere non si tratta neppure di un vertice “esplicativo”, ma è piuttosto anch’esso “com-prensivo”, proprio nel senso letterale di provare ad “abbracciare” l’orizzonte in cui le cose di cui si parla “appaiono”, non di ricercare leggi nomotetiche attraverso le quali provare a sottometterle e governarle (che è invece il senso profondo di ogni “spiegare”, dell’”erklaren”).
      Si potrà certo dire che allo psichiatra o alla psicologo che poi in definitiva vogliono curare poco può interessare di un simile piano, o che esso appare astratto e privo di acquisizioni “pratiche”, ma ciò ricadrebbe, nel suo porsi come eventuale obiezione, ancora una volta nel campo del privilegio accordato all’aspetto “tecnico” dell’umano, nel senso argomentato nell’articolo.
      Peraltro, a mio parere, un simile orizzonte di decifrazione e com-prensione non può non interessare il professionista della psiche (quali che siano i suoi titoli e pratiche privilegiate), se non vuole essere mero effettore di visioni e pratiche che godono nel suo tempo dell’autorevolezza di ipse dixit dominanti, in quanto l’orizzonte dell’apparire di questo o quello, e quindi il “modo” e la “forma” dell’apparire, determina anche la stessa psichiatria nelle sue manifestazioni storiche, le sue pratiche in un certo tempo dominanti e quelle in ombra, etc.
      A esempio, proprio nel caso dell’Anoressia Nervosa, soprattutto di quella restrittiva “pura”, un punto di vista “antropologico-trascendentale” può interrogare il clinico, il terapeuta, sul rischio di una cura che diventi, senza saperlo (proprio perché insaputa la cornice), scontro o prova di forza tra tecniche (la “tecnica”, biologica o psicologica, che vuole “curare”, e la “tecnica” attraverso la quale prende corpo la “resistenza” del paziente, che vuol permanere nel suo stato di controllo dalle risonanze onnipotenti – ciò che ha a che fare con quel fenomeno sbalorditivo, che manda all’aria l’interlocuzione terapeutica e che si usa chiamare “egosintonicità” o egosintonia).
      Pure nell’articolo inoltre si sottolinea il rischio che in un mondo performativo e controllante (con tutto il corteo speculare dei fallimenti dell’istanza di controllo) vengano a essere sacrificate altre dimensioni (magari quelle più “autentiche”, meno restrittivo-tecniche dell’umano).
      Infine, rispetto alla inesorabilità della dominazione tecnica, nel senso tecno-scientifico: io penso, in accordo con gli autori citati, che effettivamente sia così, perché tale dominazione è fatalmente inscritta proprio nell’”essenza tecnica” della interpretazione prevalente dell’umano, che dall’Occidente, mercé proprio la tecnologia globale, va a farsi planetaria.
      Certo vi sono visioni diverse, meno “pessimistiche” (anche se personalmente non concordo con lo schiacciamento della faccenda sul binomio pessimismo-ottimismo) di cui si è pure accennato nell’articolo, ma il mio avviso personale sta invece dalla parte della visione severiniana di queste vicende.
      Ma proprio in virtù di quest’ultima visione, chiamata dal suo autore “Destino della Necessità”, oltre a considerare inesorabile questo esito, si considera altrettanto destinato e ineluttabile anche l’oltrepassamento di quella dominazione tecno-scientifica in cui qualcosa (o tanto) sembra perdersi. Ma questa è un’altra storia che avrebbe bisogno di ben altri spazi.
      Grazie di quello accordatomi.

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