Nel corso della giornata del 15 dicembre, sarà presentata a Roma, presso la SPI (Società Psicoanalitica Italiana), nel corso di una giornata in presenza, aperta a tutti gli psicoanalisti italiani interessati all’argomento, il lavoro portato avanti da un gruppo di analisti, dodici, che si sono riuniti, per più di un anno, per iniziare a definire i modi in cui la Società Psicoanalitica Italiana riconosce ufficialmente quali siano i metodi da seguire nel cosiddetto “Area dei Gruppi”.
Si tratta di un lavoro in corso d’opera, appena iniziato, che ha, come obiettivo di aprire una discussione che permetta, da un lato, di riconoscere il lavoro già fatto, dall’altro di verificare, tutti insieme se, oltre alle quattro già individuate, ci siano altre modalità di lavoro che sia il caso di aggiungere alle prime.
Le metodologie dell’Area dei Gruppi
I primi quattro modi di lavorare riconosciuti sono:
- Analisi di gruppo
- Gruppo-analisi
- Psicodramma analitico
- Psicoanalisi multifamiliare
Questa breve anticipazione del lavoro, che si svolgerà in quella sede, si ricollega a quanto da me affermato nel corso della riunione dei docenti della Scuola di Psicoterapia Istituzionale, a proposito della considerazione che questa Scuola di Psicoterapia nasce dall’esperienza delle Comunità Redancia, che ne ha ispirato la costituzione e, contemporaneamente, si apre al dialogo e al confronto con tutti.
Cioè dal tentativo, ormai storicamente comprovato, che è possibile costruire una situazione di cura in Psichiatria, proprio per i pazienti gravi, in cui il sapere psichiatrico e quello psicoterapeutico si fondino per ottenere quello che, purtroppo nella stragrande maggioranza dei casi, oggi in Italia, non si riesce ad ottenere: una cura complessivamente adeguata del paziente e della sua famiglia, da cui, oggi, non si può prescindere nel trattamento della psicosi.
Propongo, arbitrariamente, di dividere la storia della attività delle Comunità Redancia in due stadi: prima dell’introduzione dei gruppi di Psicoanalisi Multifamiliare (GPMF) e dopo.
La prima fase delle Comunità Redancia
Nella prima fase le Comunità Redancia hanno dimostrato che era possibile trattare con successo, in una buona percentuale di casi, le patologie afferenti alle tre diagnosi psichiatriche di maggiore gravità: schizofrenie, disturbi dell’umore e disturbi di personalità narcisistici e borderline.
Costruendo un ambiente in grado di accogliere e accompagnare, con pazienza e competenza, questi pazienti nel loro “percorso di cura”, è stato possibile ottenere, oltre ad un’appropriata riduzione dei sintomi, il riavvio di un’esperienza di vita dignitosa.
Come tutte la Comunità Terapeutiche degne di questo nome e, cioè, che si dotino di meccanismi di auto-osservazione (supervisione esterna), ci si è trovati di fronte, però, ad un problema ricorrente: il paziente migliorava decisamente in Comunità ma, tornato a casa oppure avviato a vivere in casa famiglia prima e/o in un appartamento con maggiori livelli di autonomia, in seguito, le sue capacità di recupero andavano incontro ad una serie di difficoltà che sollevavano interrogativi.
Il principale di questi era costituito dall’idea che il paziente avesse risentito positivamente del periodo trascorso in Comunità e che fosse cambiato, ma la famiglia no, sia che il paziente tornasse a casa che andasse a vivere in casa famiglia. Cioè che la Comunità fosse in grado di cambiare i pazienti ma non le famiglie di provenienza degli stessi che, una volta riavuti i pazienti in casa, erano in grado di trattarli in maniera tale da arrivare a farli star male di nuovo. Per troppo amore, per l’incapacità di separarsi da loro, anche solo di iniziare a pensarli separati da loro stessi.
Le attività di base dell’Area dei Gruppi
Si è deciso, così, in primo luogo per l’intuizione del loro demiurgo, che ha dimostrato di crederci anche più di me, di inserire tra le attività di base delle Comunità stesse, i Gruppi di Psicoanalisi Multifamiliare, comprendenti, dall’inizio della permanenza in Comunità del paziente, sia i pazienti, sia i loro familiari.
In parole povere: il metodo di lavoro in Comunità Terapeutica ha dimostrato che:
- in un buon numero di casi di psicosi, si possono ottenere buoni risultati costruendo un intervento di cui fanno parte il trattamento psicoterapico istituzionale e riabilitativo, coadiuvato dal trattamento psichiatrico tradizionale, diagnostico e terapeutico;
- che era veritiera l’ipotesi su cui si fonda la Psicoanalisi Multifamiliare: che la follia si viene a determinare nell’interazione tra due persone e non dentro una persona, tanto che un paziente che si ritrova, in Comunità, in una rete di rapporti “funzionanti su basi paritarie”, cioè quelli con gli altri pazienti e quelli con gli operatori della CT, il paziente riesce a ritrovare sé stesso;
- che, per quanto riguarda la psicosi, è necessario occuparsi anche dei familiari, se si vogliono ottenere risultati che durino nel tempo e, cioè che, perciò, è necessario trattare entrambi, sia il paziente che il familiare a lui più “legato” oltre, se possibile, al resto della famiglia.
La mia esperienza
Nel corso di questi anni, mi è apparsa sempre più chiara l’utilità di questo metodo, fondato sul ricorso alla permanenza in Comunità da parte del paziente e sull’affiancamento dell’uso dei Gruppi di Psicoanalisi Multifamiliare (GPMF), a cui vengono invitati a partecipare pazienti e familiari.
Il processo di introduzione e di progressivo riconoscimento dei GPMF come parte integrante del trattamento comunitario presso le ventitré Comunità Redancia che abitualmente lo utilizzano, ha corroborato in me la convinzione dell’opportunità di far ricorso a questo “dispositivo” oltre che nel lavoro che si fa in Comunità, in cui è divenuto parte integrante dell’intero processo terapeutico, anche nelle altre “stazioni” in cui si articola un DSM: i CSM-CD e i SPDC ospedalieri.
Questa esperienza mi ha aiutato a credere in questo modo di lavorare che apre nuovi orizzonti all’interno del mondo psicoanalitico stesso: che sia praticabile, su larga scala, l’utilizzazione del patrimonio di idee psicoanalitiche, seppure, riconstestualizzate attraverso l’uso che se ne fa nel GPMF, nel trattamento della patologia psichiatrica grave.
La partecipazione della PM, alla pari con le altre ben più note e genericamente accettate tecniche di intervento “di e con il gruppo”, la Psicoanalisi di Gruppo, la Gruppo-analisi e lo Psicodramma Analitico, nella giornata del 15 dicembre prossimo, sembra confermare la validità delle ipotesi su cui si basa questo modo di lavorare.



