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Papa e suore contemplative:evitare la tentazione dell’apatia

Dario Nicora
5 Settembre 2016
1 commento
Papa e suore contemplative:evitare la tentazione dell’apatia

Askanews del 22 luglio 2015

Il 22 luglio scorso Papa Francesco ha pubblicato la “Vultum Dei Quaerere” (“La ricerca del Volto di Dio”) sulla vita contemplativa femminile.
In questa sua Costituzione Apostolica, il Papa mette in guardia le suore contemplative da alcune tentazioni, in particolare sottolinea che “tra le tentazioni più insidiose per un contemplativo, è quella chiamata dai padri del deserto ‘demonio meridiano’: è la tentazione che sfocia nell’apatia, nella routine, nella demotivazione, nell’accidia paralizzante.

Questo porta lentamente alla psicologia della tomba, che poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo. Delusi dalla realtà, dalla chiesa o da se stessi, vivono la costante tentazione di attaccarsi a una tristezza dolciastra, senza speranza, che si impadronisce del cuore come il più prezioso degli elisir del demonio”.

La vita di preghiera e la vita contemplativa, raccomanda Papa Francesco, “non possono essere vissute come ripiegamento su voi stesse, ma devono allargare il cuore per abbracciare l’umanità intera, particolarmente quella che soffre. Attraverso la preghiera di intercessione, voi avete un ruolo fondamentale nella vita della chiesa. Pregate e intercedete per tanti fratelli e sorelle che sono carcerati, migranti, rifugiati e perseguitati, per tante famiglie ferite, per le persone senza lavoro, per i poveri, per i malati, per le vittime delle dipendenze, per citare alcune situazioni che sono ogni giorno più urgenti”.

Ho letto l’intero documento, sia chiaro che il Papa non rinnega la vita contemplativa, anzi, si rivolge alle suore di clausura con una tenerezza che non ammette interpretazioni:

“Carissime sorelle contemplative, che ne sarebbe senza di voi della Chiesa e di quanti vivono nelle periferie dell’umano e operano negli avamposti dell’evangelizzazione? La Chiesa apprezza molto la vostra vita interamente donata. La Chiesa conta sulla vostra preghiera e sulla vostra offerta per portare agli uomini e alle donne del nostro tempo la buona notizia del Vangelo. La Chiesa ha bisogno di voi! Non è facile che questo mondo, per lo meno quella larga parte di esso che obbedisce a logiche di potere, economiche e consumistiche, comprenda la vostra speciale vocazione e la vostra missione nascosta, eppure ne ha immensamente bisogno. Come il marinaio in alto mare ha bisogno del faro che indichi la rotta per giungere al porto, così il mondo ha bisogno di voi. Siate fari, per i vicini e soprattutto per i lontani. Siate fiaccole che accompagnano il cammino degli uomini e delle donne nella notte oscura del tempo. Siate sentinelle del mattino che annunciano il sorgere del sole”.

Allo stesso tempo il Papa mette in guardia da possibili rischi della vita contemplativa, e con la chiarezza del linguaggio con la quale abbiamo imparato a riconoscere la sua comunicazione, esorta le suore a non ripiegarsi su loro stesse e le invita ad allargare il cuore per abbracciare l’umanità intera, particolarmente quella che soffre.

Questo documento ribadisce un concetto che il Papa aveva espresso, con parole altrettanto esplicite, nel 2013, quando, rivolgendosi alle 1900 suore delegate di tutti gli ordini religiosi del mondo le aveva esortate ad “essere madri e non zitelle”:
“Cosa sarebbe la Chiesa senza di voi? Le mancherebbe maternità, affetto, tenerezza … la castità va vissuta come carisma prezioso che allarga la libertà del dono a Dio e agli altri, con la tenerezza, la misericordia, la vicinanza di Cristo”. “Una castità -sottolinea il Papa- feconda, che genera figli spirituali nella Chiesa: la consacrata deve essere madre e non zitella”.

Il rischio del ripiegamento spirituale su se stesse non è evidentemente una prerogativa femminile, considerato che due mesi prima, nell’omelia della Messa crismale del Giovedì Santo, rivolgendosi ai sacerdoti della Diocesi di Roma il Papa aveva detto: “Questo io vi chiedo: essere pastori con l’odore delle pecore, pastori in mezzo al proprio gregge”.
E’ legittimo chiedersi perché soffermarsi su questi argomenti in una rivista che tratta di psichiatria e scienze umane. Penso che le esortazioni che Papa Francesco rivolge alle suore e ai sacerdoti possano interessare anche psichiatri e psicologi: lo studio delle dinamiche della mente, le riflessioni e le supervisioni sui casi clinici sono quanto di più prezioso può aiutarci nel nostro lavoro, tuttavia lo studio ed il pensiero intellettuale possono diventare sterili ripiegamenti, quando ci allontanano da una condivisione concreta dell’esistenza travagliata dei pazienti e delle loro famiglie.

Qualche volta ai congressi e ai convegni ho avuto l’impressione che si sia perduto il cuore della professione, ossia la possibilità di incontrare e alleviare l’angoscia dei pazienti, che i pazienti proprio non esistano, che esistano solo le loro sinapsi. Signori incravattati che disquisiscono per giorni di mediatori e trasmettitori e che ammettono solo l’evidenza, piuttosto che l’essenza della psicosi – che è misteriosa, imperscrutabile, angosciante – non sono diversi dai porporati che hanno smesso di cercare i fedeli tra i poveri e i diseredati.

L’esortazione ai sacerdoti a “essere pastori con l’odore delle pecore, pastori in mezzo al proprio gregge”, mi ricorda la fatica del lavoro nelle comunità terapeutiche, dove dopo un turno intero di lavoro gli operatori portano a casa concretamente l’odore e gli umori dei pazienti, con i quali condividono spazio e tempo. Certo la fatica della quotidianità incombente deve evidentemente essere sostenuta da un pensiero capace di riflettere e approfondire, per comprendere e non soccombere, ma la cura non può prescindere dall’identificazione inquieta con la sofferenza, in una dimensione esistenziale fatta di concretezza, vicinanza e condivisione.



Una risposta.

  1. roberta ha detto:

    condivido….condivido queste osservazioni che mi riportano alla necessità di continuare a ‘vedere’ ‘ sentire’ la vita nelle persone, fuori da schemi, da teorie e risultati. Rispettare la vita.

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